Nainggolan: "Il vero calcio è un altro, non c'è furbizia. VAR? Se si fanno errori, giusto toglierlo"
È un Radja Nainggolan senza freni quello che ha parlato a Sportium.fun. Il centrocampista belga ha raccontato molti aneddoti della sua carriera in Italia, tra cui il rapporto speciale che aveva con Luciano Spalletti: "Il mister mi ha chiuso a Trigoria di notte. Non mi ricordo esattamente il motivo, forse una partita importante o una punizione. Mi disse: 'Adesso tu questa settimana dormi qui perché non voglio che esci'. Lui dormiva nella camera accanto e ogni sera, fino alle dieci e mezza, veniva a controllare che fossi in camera perché aveva paura che scappassi. Poi però ho giocato male, era meglio lasciarmi libero. Dicevano che se non bevevo e non fumavo potevo giocare al Real, ma senza il mio stile vita non avrei avuto la mia felicità e non avrei reso come ho reso".
Perché era speciale?
"Avevamo una sintonia bellissima. È stato l'allenatore più forte che ho avuto in carriera. La sua visione di calcio era scritta sulla mia pelle. Come persona è molto particolare, ma quando ti vuole bene, ti vuole bene. Quando senti la sua fiducia, capisci che persona è, però non è uno che accetta facilmente tutti quanti. Costruisce certi tipi di rapporti con un paio di giocatori e quando fai parte di questi senti cosa ti può dare. Io con lui ho avuto questo rapporto".
Più volte ha spiegato come il suo addio alla Roma sia dovuto a Monchi.
"Come uomo sono uno che deve stare bene con sé stesso tutti i giorni. Non ho mai avuto problemi a dire quello che penso. Potevo rimanere ma poi è arrivato il direttore Monchi, che voleva fare la sua squadra, perché il genio di Siviglia pensava di poter costruire in Italia una squadra come voleva lui. Voleva vendere tutti i giocatori di Sabatini. Quando l'ho saputo gli ho detto che avrei deciso io dove andare. Sarei potuto rimanere ma gli ho detto che non sarei riuscito a salutarlo tutti i giorni, voleva fare il finto amico. Sento ancora tanto affetto dai tifosi della Roma. L'Inter era una squadra dove ho sempre voluto giocare. Quando mi hanno chiesto se fossi contento di essere all'Inter ho risposto che ero più triste di essere andato via dalla Roma".
Come mai non è mai voluto andare alla Juventus?
"A me piaceva Football Manager e io non prendevo mai la squadra più forte. Quando una società come la Roma vince lo scudetto sarà festa per vent'anni, mentre alla Juve lo devi vincere ogni anno. È diverso come sentimento. E poi c'è il discorso arbitri. L'ho provato sulla mia pelle. Quando hanno inaugurato la Juventus Stadium, col Cagliari ci ho giocato e ricordo una partita che pareggiammo 1-1 con un rigore inesistente a favore della Juve. Poi arrivo alla Roma: prima partita allo Juventus Stadium, perdiamo 3-2 con due rigori fuori area, e c'è stata la stessa storia con la Roma. Lo hanno visto tutti, è la verità solo che non tutti riescono a dirlo. Ed è da lì che mi nasce questa sensazione".
Oggi ci sono tante polemiche e gli arbitri vengono attaccati costantemente.
"Penso che il calcio deve essere come una volta. Se si fanno gli errori con il VAR allora è giusto toglierlo e far sbagliare gli arbitri normalmente. Il vero calcio è un altro, non è questo. Il calcio è uno sport di contatto. Non c'è più furbizia. Il VAR ha cambiato e sta limitando il calcio".
Ci parli dei centrocampisti che giocavano nella sua epoca.
"Ai miei tempi in Serie A forte come me c'erano forse solo Vidal e De Rossi. Pogba? Ero più forte di lui, ha fatto solo tre anni buoni in carriera. Io non mi sono mai infortunato gravemente. In questo momento sto ancora giocando ma sto pensando di prendere il patentino. A vedere quello che c'è in giro credo di poter fare l’allenatore".
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