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La meravigliosa replica di Galli a Maldini è tutto quello che ci serve, Malagò partito col piede sinistro. L’Inter resta la più forte e le altre stanno facendo troppo poco. Milan, così è difficile non chiamarti AC MendesTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

La meravigliosa replica di Galli a Maldini è tutto quello che ci serve, Malagò partito col piede sinistro. L’Inter resta la più forte e le altre stanno facendo troppo poco. Milan, così è difficile non chiamarti AC Mendes

Leggere Filippo Galli, nello specifico quello che ha scritto in replica alle dichiarazioni di Paolo Maldini, equivale a fare un bagno di cultura calcistica. Un passo indietro: in teoria non si dovrebbe fare pubblicità ad altre fonti, ma per una volta ne vale la pena. Nei giorni scorsi, Galli ha pubblicato sul suo blog un intervento in cui partiva dalle dichiarazioni di Maldini - secondo cui nel settore giovanile del Milan, quando ci sono passati i suoi figli, si faceva solo tattica e non tecnica - e ha parlato di qualcosa di molto più ampio e importante. Non ha ceduto a eventuali recriminazioni o provocazioni personali, per quanto sarebbe stato semplice, ma ha snocciolato dati, studi, un approccio scientifico. Ha demolito il falso mito del “prima si faceva meglio”, come pure l’assurda idea che il settore giovanile di un club professionistico possa lasciare i propri ragazzi liberi di scorrazzare con il pallone perché “eh, negli anni ’80 all’oratorio funzionava così”. All’oratorio, appunto. Quella dei bambini che non giocano più in strada è la solita fuffa che ci auto-propiniamo dal 2006, ogni volta che le cose vanno male. Non serve a niente, perché tanto i bambini non torneranno più a giocare per strada, e questo per carità può essere molto brutto, ma è un dato di fatto. La via di uscita è studiare, affidarsi a chi l’ha fatto, prendere quello che funziona altrove e capire come adattarlo, senza copiarlo. Soprattutto, darsi del tempo: la qualificazione ai prossimi Mondiali è un obiettivo che non ha nulla - o, quantomeno, molto poco - a che fare con una rivoluzione più ampia, peraltro con un briciolo d’onestà c’è da dire che l’attuale Italia, per quanto più scarsa del passato, avrebbe potuto tranquillamente farcela se non ci fosse stato un carico psicologico devastante. Sulla necessità di darsi del tempo, almeno, siamo sicuri che Maldini e Galli sarebbero d’accordo: il primo aveva detto che sarebbero serviti 8-10 anni e la prima replica che ha registrato è stata di chi (Cairo) gli diceva di fare molto più in fretta. La perfetta fotografia di un problema culturale enorme. Di tempo, Giovanni Malagò non ne ha dato, a Maldini come a nessun altro. In “Altrove”, una delle più belle canzoni della discografia italiana del terzo millennio, Morgan canta “Mi sveglio col piede sinistro”. Un modo come un altro per dire d’essersi alzato con il piede “sbagliato”. Ecco, il nuovo presidente federale è partito col piede sinistro: dopo aver revocato la fiducia a Maldini e Leonardo - chi li accusa di essersi impuntati su Pirlo vede il dito e non la luna: se mi cassi la prima scelta, per quanto molto discutibile se non proprio assurda, come posso stare tranquillo sulle successive? -, ha scelto il ct che nessuno voleva e la nomina di Diana Bianchedi a capo delegazione è arrivata con un enorme problema, se non di sostanza, di forma. La rottura culturale imposta da una virata di questo tipo - parliamo del ruolo che è stato di Gigi Riva e Gianluca Vialli - può anche essere accettabile, ma va spiegata in un certo modo, non annunciata in un’intervista al sia pur più importante quotidiano sportivo italiano. Senza, peraltro, che nessuno dei grandi elettori di Malagò ne sapesse qualcosa: Ezio Simonelli l’ha scoperta leggendo il giornale, lo stesso vale per Beppe Marotta. Se Malagò si sta rendendo conto della differenza anche mediatica tra guidare il Coni e la Figc, i suoi elettori stanno vacillando dopo l’enorme fiducia tributagli un paio di mesi fa. Il tutto dopo la sorpresa suscitata dalla questione Maldini-Leonardo: possibile che non avessero parlato del ct? Possibile aver dato in pasto Guardiola senza avere il suo sì? Pare incredibile, ma tutto vero, come aver ignorato sia l’opinione pubblica (che voleva Baldini) sia i grandi club (che volevano Conte). Il che, va chiarito, non significa buttare all’aria la leadership del miglior dirigente sportivo italiano degli ultimi decenni, ma che ci sono aggiustamenti da porre in essere. Poi, chissà: nella frase successiva Morgan aggiunge “quello giusto”. Magari il piede sinistro è davvero quello giusto con cui partire. Torniamo alle vicende del campo e del calciomercato, che mai così si intrecciano come a ridosso della ripartenza della Serie A. L’Inter era la più forte e la sensazione è che, facendo poco o nulla, resti tale. Magari da qui alla fine piazzerà, oltre a Curtis Jones, anche un altro attaccante, in una squadra che ha anche i doppi ruoli e che potrebbe correre per lo scudetto persino schierando tutte le riserve. L’unica vera scommessa è legata alla porta, ma chi insegue sta facendo troppo poco per colmare il gap. La Juventus trasmette una sensazione, se non di distonia, quantomeno di non perfetto allineamento tra la nuova dirigenza e l’allenatore. Del Milan si parla più approfonditamente sotto, il Napoli sonnecchia, la Roma ha collezionato tanti rifiuti. Molte - la stessa Juve in primis - hanno quantomeno fatto i giusti passaggi a livello societario, dandosi una struttura, ma nel breve periodo è difficile possa bastare. L’incognita, ma tanto lo pensano tutti e non diciamo nulla di nuovo, è palesemente il Como, mina vagante persino per il tricolore, ma non è così scontato adattarsi a giocare ogni tre giorni. Capitolo Milan: dopo Goncalo Ramos, ecco Diego Moreira, un altro colpo molto costoso firmato Jorge Mendes. Altro giocatore forte, per carità, la questione nasce dalla nuova struttura che il club rossonero (non) si è dato. Senza una società “forte”, bastano un paio di affari del genere per far parlare di AC Mendes. Magari non sarà così. Di sicuro il Milan è indipendente nelle sue scelte. E può persino darsi che affidarsi a un grande agente - a cui si affidano in tanti - alla fine non sia nemmeno un male. Però nasconde il tema di fondo: oggi le prime 3-4 agenzie al mondo sono diventate più importanti dei club. Decidono loro, non i dirigenti: il paradosso è che lo facciano con i soldi dei club, visto che per esempio la Serie A nell’ultimo anno ha speso in procure oltre 200 milioni di euro. Nessuna cifra è troppo alta - è il mercato, bellezza -, ma nel momento in cui procuratori e ds parlano da pari a pari, e anzi l’impressione è che i primi decidano più dei secondi, allora si rischia di dimenticarsi che ciascuno fa i suoi interessi. E nessun procuratore tifa per nessuna squadra, se non la propria agenzia.

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