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Lazio, il mercato ingessato nasconde un piano? La paura dei tifosi cresceTUTTOmercatoWEB
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Oggi alle 13:42Primo Piano
di Alessandro Zappulla
per Lalaziosiamonoi.it

Lazio, il mercato ingessato nasconde un piano? La paura dei tifosi cresce

La Lazio è ferma al mercato a saldo zero. Ma dietro i 19 milioni necessari per sbloccarlo c’è una domanda che inquieta i tifosi

La Lazio non è bloccata. O almeno non completamente. Può vendere. Può cedere. Può alleggerire. Può persino acquistare, ma soltanto dentro la rigida gabbia del saldo zero. Ed è qui che nasce il vero tema. Perché i famosi 19 milioni necessari per riportare l'indice entro i parametri federali non rappresentano soltanto un numero. Rappresentano una scelta. Una direzione. Una filosofia. Il mercato biancoceleste oggi è ingessato. Congelato dentro una dinamica nella quale prima bisogna tagliare, poi eventualmente costruire. Le NOIF parlano chiaro. L'indice del costo del lavoro allargato deve restare sotto quota 0,70. Al numeratore finiscono stipendi, ammortamenti dei cartellini, commissioni e costi collegati ai tesserati. Al denominatore i ricavi. Se il rapporto supera la soglia, la capacità di operare sul mercato viene limitata. È successo alla Lazio. Fin qui i fatti. Poi iniziano le domande. Perché una società può lavorare sul numeratore, tagliando costi, oppure provare ad aumentare il denominatore, cioè i ricavi. La Lazio negli ultimi anni ha sempre costruito le proprie squadre sfruttando il meccanismo degli ammortamenti, distribuendo il costo degli acquisti lungo la durata dei contratti. È il sistema utilizzato da tutto il calcio moderno. Oggi però proprio quegli ammortamenti pesano dentro l'indice federale. E allora viene spontaneo chiedersi se davvero l'unica strada possibile fosse fermarsi e aspettare oppure se esistessero margini per tentare soluzioni differenti. I diritti televisivi rappresentano crediti futuri. Lo sponsor Polymarket porterà nuove risorse. Esistono strumenti finanziari e operazioni che i club valutano continuamente. Non tutte sono automaticamente utilizzabili ai fini federali e sarebbe scorretto sostenere il contrario. Ma il punto resta. La sensazione è che la Lazio non stia cercando una via d'uscita rapida. La sensazione è che stia seguendo un'altra strada.

Per comprenderla basta osservare ciò che accade. Pedro è già andato via. Basic pure. Vecino era stato ceduto mesi fa. Altri contratti si avvicinano alla conclusione. Altri ancora potrebbero non essere rinnovati alle stesse cifre. Alcuni giocatori sono sul mercato. Altri potrebbero essere accompagnati verso l'uscita. Tutto legittimo. Tutto perfettamente compatibile con una gestione prudente. Ma osservato nel suo insieme il quadro assume contorni molto precisi. Meno stipendi. Meno ammortamenti. Meno costi. Meno peso. Meno rischio. È qui che nasce la paura di una parte crescente della tifoseria. Perché il sospetto è che il mercato ingessato non sia soltanto un problema da risolvere ma una condizione utile ad accelerare un processo già avviato. Una lunga fase di alleggerimento. Una sorta di dimagrimento forzato della Lazio. Una strategia che dal punto di vista economico può perfino avere una sua logica. Ma che dal punto di vista sportivo rischia di trasformarsi in una lenta rinuncia alle ambizioni. Perché a quel punto il modello diventa semplice: vendere quando possibile, abbassare il monte ingaggi, sostituire con profili meno costosi, sperare che le intuizioni si rivelino vincenti. Una roulette continua. Solo che al tavolo siedi con poche fiches mentre gli altri entrano con pile di gettoni sempre più alte. Puoi vincere una mano. Puoi vincerne due. Ma alla lunga il capitale fa la differenza. E il calcio moderno, piaccia o meno, è diventato anche questo.

La vera inquietudine allora non riguarda l'estate 2026. Riguarda ciò che potrebbe accadere tra dodici o quattordici mesi. Perché se questa traiettoria verrà confermata, la Lazio si ritroverà certamente più leggera nei costi ma rischierà di essere anche più leggera nelle ambizioni. Una squadra costruita per galleggiare, non per attaccare. Per sopravvivere, non per competere. Una squadra chiamata ogni anno ad affidarsi all'intuizione, alla sorpresa, alla stagione perfetta, sperando che il talento di turno riesca a ribaltare rapporti di forza sempre più sfavorevoli. È questo che spaventa i laziali. Non il sacrificio. Non la sofferenza. Quelle fanno parte del DNA biancoceleste. Spaventa l'idea di abituarsi alla mediocrità. Spaventa l'idea di vedere una generazione intera crescere senza sogni, dentro uno stadio sempre più vuoto e una città che corre in direzione opposta.

Per questo la protesta non può fermarsi al silenzio. Va benissimo la scelta di non abbonarsi. Va benissimo colpire un sistema che sta pagando un prezzo mediatico sempre più evidente. Ma forse non basta più. Perché accanto all'assenteismo serve una cassa di risonanza più forte. Serve far sentire il dissenso, civilmente ma con decisione. Manifestazioni, sit-in, prese di posizione pubbliche, partecipazione. Tutto ciò che una democrazia e una comunità consentono. Perché il rischio non è soltanto economico. È culturale. È identitario. È il rischio che le nuove generazioni, cresciute nell'epoca del tutto e subito, non riescano a percepire quel fuoco sacro che arde ancora nei loro padri, forgiati dalle difficoltà, dalle sconfitte e da una lazialità costruita nella resistenza.

E forse, per la prima volta dopo molti anni, le condizioni stanno cambiando. I rapporti tra Lotito e il popolo laziale sono ai minimi storici. La contestazione attraversa trasversalmente l'ambiente. Da tempo una parte del tifo organizzato punta il dito anche contro quei mondi istituzionali e politici ritenuti troppo silenziosi davanti alla deriva del club. Nel frattempo cresce la sensazione, lato Lotito, di una famiglia stanca, di un presidente deciso a resistere, ma accerchiato totalmente da una guerra permanente. Sono elementi diversi, ma che insieme potrebbero lentamente convergere verso un unico punto. Quello che molti laziali auspicano da tempo: una svolta. Un cambio di prospettiva. Una nuova fase della storia biancoceleste. Il momento è dei più complicati, ma per assurdo è forse anche il più propizio per un cambiamento. E allora che si pigi ulteriormente sull'acceleratore del dissenso.

La Lazio è in affanno ora: Salviamola! Tra un anno, con tutti i tagli previsti, potrebbe già essere impantanata a ridosso del baratro. Ecco perché il fattore tempo rischia di diventare fondamentale. Oggi infatti ancora si può: domani invece chi lo sa.