Lazio, Bisignani replica all'avvocato di Lotito: "Straparla!"
Niccolò Di Leo
Luigi Bisignani, sulle pagine de Il Tempo, ha scritto una lettera (dal titolo 'Lotito dimentica l'amicizia, l'avvocato gentile straparla') indirizzata al direttore del quotidiano, Daniele Capezzone, in cui ripercorre la presidenza di Claudio Lotito alla Lazio utilizzando una metafora storiografico-militare romana e prova a replicare alle parole dell'avvocato del presidente della Lazio.
"Caro Direttore,
Giulio Cesare conquistava le Gallie e poi ne redigeva il resoconto. Claudio Lotito, con il suo irresistibile latinorum, più prudentemente ripiega sulla Calabria e affida al suo fido advocatus Gentile — di nome ma non di fatto — l’impresa più ardua: smentire sempre l’indifendibile. Ciascun condottiero sceglie le campagne per le quali desidera essere ricordato. Peccato, perché la mia prima lettera a Il Tempo, «Nerone o Cincinnato», voleva solo essere un accorato ammonimento davanti alla non più eludibile rivolta delle legioni biancazzurre di ogni censo — alla quale in precedenza non avevo mai preso parte — culminata nella civilissima marcia dei trentamila, perché ormai la misura era davvero colma. «Et monere et moneri proprium est verae amicitiae», scriveva Cicerone nel De amicitia: è proprio della vera amicizia ammonire e lasciarsi ammonire.
Anche la memoria del Senatore molisano ha una sua geografia: ciò che ricorda, ciò che preferisce dimenticare e ciò che affida alle smentite del suo avvocato. Nell’Urbe i laziali — dal tifo organizzato a chi siede nelle Istituzioni, e non solo — gli contestano compatti il passato e il presente. Lui, dalle rive dello Stretto, al riparo delle larghe spalle di Roberto Occhiuto, proconsul maximus in grande ascesa, si dedica a riscrivere il passato per non rispondere del presente. Il bollettino del leguleio è categorico: con Bisignani né affari né amicizia. Sui primi concordo. Sulla seconda non avanzerò pretese. Del resto Giulio Andreotti, che fu anche presidente del Centro di Studi Ciceroniani, sosteneva che «la gratitudine è il sentimento della vigilia». Forse il Senatore potrebbe cominciare proprio da lì. Repetita iuvant, anche nei corsi di recupero.
Mi limiterò, dunque, a qualche annotazione ai suoi nuovi Commentarii. Cesare, per conferire alla propria versione il tono impersonale della Storia, narrava di sé in terza persona. Il Console Claudio ha fatto un passo avanti: ha incaricato un terzo, l’araldo Gentile. Un’innovazione letteraria che gli va riconosciuta. Il problema, come spesso accade quando si riscrive la storia, è la memoria altrui. Tralasciamo, per vincolo parentale, mio figlio Giovanni, che conserva, allora giovanissimo, un ricordo preciso della sua trasferta con la Lazio: viaggio in macchinetta, con tanto di lampeggianti, fino allo stadio di Udine e ritorno in aereo con la squadra.
Ripensandoci, un motivo per tanta attenzione forse c’era. In quel tempo, per dirla con le Scritture, si registrava un intenso movimento di armenti e buoi. Ho ancora presente il viavai, nel 2005, dallo studio di Gianni Letta e gli incontri con la sottosegretaria al MEF Maria Teresa Armosino, nel suo ufficio di fronte al Quirinale, per la rateizzazione del debito fiscale della società. Prima di pensare alla gloria, bisognava passare dal Tesoro. Anche Cesare, del resto, aveva i suoi quaestores. Non erano certo affari, ma solo l’incubo, per noi tifosi, che la nostra Lazio venisse cancellata.
Vennero poi le campagne per un seggio. Qui il passo dei Commentarii deve rallentare, perché le attese furono lunghe. Ore trascorse da Claudio sotto l’ufficio di via dell’Umiltà, aspettando che Denis Verdini lo ricevesse per quella candidatura che l’allora Silvio prometteva, ma con parsimonia nell’esecuzione. Il suo cursus honorum, in quella stagione, prevedeva soprattutto anticamere. Cesare, per via dei congiurati, aveva il Senato come problema. Claudio, per parecchio tempo, lo ebbe come aspirazione.
Ci fu poi la bocciatura vissuta come una tragedia greca, seguita dalle carte di cui mi sommerse: autorevoli pareri da sottopollo alla capogruppo dell’epoca a Palazzo Madama, nella speranza di conquistare quel seggio. Le legioni erano rimaste fuori dalle mura e si cercava un varco nel regolamento. Dura lex, sed sedes…
Nel frattempo, sempre nel segno della lazialità, le visite continuavano. Nel mio ufficio di piazza Mignanelli, Claudio parlava in latinorum persino con la mia assistente, che ancora lo ricorda con simpatia: lei doveva semplicemente annunciarmi un ospite, lui le offriva gratuitamente un ripasso di tarda romanità. In via Pinciana le visite si susseguivano con regolare frequenza, soprattutto quando aveva un ruolo in FIGC, durante la sfortunata presidenza del suo grande amico Carlo Tavecchio — un galantuomo che inciampò sulle banane parlando dei calciatori africani. Un mio collaboratore ha aggiunto un particolare: una volta gli dissi di salire, di non restare a camminare per strada, per risparmiarsi gli insulti. Già allora il consenso popolare conosceva qualche vacatio.
Ci furono, poi, tra goliardia e gran divertimento — come ho raccontato anche in un mio libro —, le battaglie per portare Maurizio Beretta, prima, e Paolo Dal Pino, poi, alla presidenza della Lega Calcio. Sempre in tema pallone, gli incontri con Paolo Scaroni erano siparietti deliziosi: l’aplomb veneto-inglese dell’uno alle prese con la dirompente romanità dell’altro. Nessuno dei presenti, credo, ha dimenticato. Basterà la memoria.
Arrivò poi l’ultimo, drammatico appuntamento della Salernitana, di cui si chiacchierava con senatori e suoi intimi. Finì venduta per un piatto di lenticchie: una disfatta da Forche Caudine. Sulla cessione di un territorio Claudio diventava particolarmente esigente: il compratore doveva rilevare la società e riconoscere un congruo valore anche all’epopea. Ma l’epopea, nei bilanci, è una posta di difficile collocazione. Anche oggi.
Nei Commentarii merita spazio anche la vicenda J.P. Morgan, sulla quale il condottiero sembra aver smarrito, più che la memoria, il calendario. Lotito la colloca nel presente e continua a smentire: le interlocuzioni di cui parlai risalgono invece a prima del 2018. Tempus fugit, certo, ma non fino a questo punto.
Come dimenticare, poi, gli incontri sotto lo studio dell’avvocato che abbiamo in comune — quartier generale il caffè Ruschena — e le cene, tra abbuffate e miracolose diete, a casa di amici che potrebbero descriverle senza bisogno di una perizia giurata? Hanno condiviso una tavola, un caffè, un maritozzo... non sottoscritto un contratto.
Più recente è l’invito ad andare a cena insieme il giorno dopo l'uscita della mia prima lettera. La proposta fu sua, così come la successiva decisione di lasciarla cadere. Peccato. Gli argomenti non sarebbero mancati. Né mancano oggi: le dieci domande nate dall'eco imprevedibile sul web di quella lettera aspettano ancora una risposta, così come i ripetuti inviti al confronto e al dialogo del direttore Capezzone. Io, intanto, ho dovuto rispondere alle migliaia di lettere ricevute: un lavoro che avrei volentieri lasciato al presidente della Lazio, essendo indirizzate, in sostanza, più a lui che a me.
Perché il fronte del «De bello Calabro» resta esattamente questo. La Calabria può anche offrire una tribuna amica, ma le domande rimangono a Roma. E i tifosi della Reggina farebbero bene a vigilare: non tutti quelli che arrivano da Roma portano in dono un impero.
C’è infine Alfredo, il barbiere top di piazza Santiago del Cile che frequentiamo entrambi. Vorrebbe invitarci a casa sua per chiarirci. Dopo tante ambascerie, sarebbe una sede ragionevole per un incontro. Un barbiere come mediatore: anche la pax romana, talvolta, dipende da chi sa darci un taglio.
Temo soltanto che Alfredo, abituato per mestiere a sentirne molte, possa rivolgere al Senatore la domanda più difficile dell’intera campagna: «Claudio, ma davvero non eravate amici?».
A quel punto il latino sarebbe superfluo. Basterebbe l’imperfetto.
Forza Lazio, sempre. Ad perpetuam memoriam".


