Bordocampo. Becchi e bastonati
Livorno – E’ una squadra improvvisata alla bell’e meglio quella che scende in campo nel posticipo della seconda di ritorno contro il Como di mister Festa, un fanalino di coda che ha messo la testa a posto e che ha già iniziato a risalire la china. A causa di infortunati, fisici e diplomatici, malati veri e immaginari, oltre che i consueti squalificati, il Livorno di stasera è un gruppo di persone che a malapena si conoscono per nome. Alcuni vivono in foresteria, altri hanno ancora da disfare le valigie, altri ancora le stanno preparando. Per colpa di chi o che cosa ne abbiamo scritto e parlato ormai abbastanza, provando a dimostrare tutte le ipotesi concepibili senza mai riuscirci. Una squadra improvvisata con una difesa inedita, un centrocampo rimaneggiato, un attacco malridotto già dai primi minuti. Undici uomini che in comune, apparentemente, hanno solo la maglia. Tante incognite, nessuna certezza. Tante paure, nessuna serenità. Undici uomini che messi insieme formano un miscuglio di aspirazioni e progetti indecifrabili. Un gruppo che per forza di cose non può avere una propria identità. E neanche una propria qualità, questo se lo aspettano tutti.
E’ una squadra che subisce e soffre, ma reagisce e lotta. Le imprecisioni si sprecano, le sbavature sono evidenti e talvolta pericolosissime, non si aspetta altro che quella esiziale ci sprofondi nella parte più oscura della classifica. Gli striscioni ammoniscono, i cori deprimono. Le offese affossano e gli insulti affliggono. Gli strascichi degli ultimi dieci risultati ottenebrano le mente e non ci fanno capire che solo gli applausi e gli incoraggiamenti incondizionati possono fare la differenza. Quel supporto astratto ma prezioso, ora indispensabile, che solo il dodicesimo uomo può fornire.
Nella ripresa il Livorno si presenta ancor più determinato e propositivo. Legittima il pari facendo vedere un qualcosa assimilabile al gioco del calcio; quantomeno per impegno e agonismo. Le maglie sudate e i respiri affannati risvegliano sentimenti sopiti. Ma mentre tutti tifano appassionatamente dimentichi del passato prossimo arriva la beffa di un danno sportivo agghiacciante. Al 62’ l’arbitro Riccardo Ros di Pordenone non vede il lapalissiano della circostanza e convalida il gol di Pettinari. Proprio così, becchi e bastonati. Dopo circa 5’ di smarrimento e altrettanti di attacchi più o meno organizzati arriva il pareggio di Borghese, un calciatore che, in barba alle ipocrisie del calcio di oggi, mette in rete ed esulta come avesse indosso la maglia amaranto da una vita.
Per continuare a sperare in un campionato dignitoso c’è da prendere esempio e ripartire dall’esultanza di Borghese, ex Como da solo una settimana ma che onora la maglia con cui gioca come un vero sportivo. Gioendo quando c’è gioire, soffrendo quando c’è da soffrire per la squadra di cui, qui e ora, si veste i colori. La non esultanza o le scuse verso chi si è appena segnato sono un gesto antisportivo e per questo deprecabile. Per il rispetto dei propri compagni, degli avversari e di chi viene a vedere la partita. Perché a questo gioco quando si fa gol, per il bene di tutti, si esulta eccome. In Champions, in Serie B e nei tornei aziendali.
Nel frattempo becchi, bastonati e con un consiglio da amministrazione tutto da inventare.


