Rendiamo grazie a Leo
Antonio Vitiello
L'impresa c'è stata, il futebol bailado per la verità no. Fa nulla. Il successo del Bernabeu è e rimane soprattutto la vittoria di Leonardo. E' sua più di qualunque altro, anche se Leo ha subito voluto collettivizzarla accreditandola al gruppo e alla squadra. Di giovanile questo Milan ha ben poco. L'estro di Pato e un allenatore per caso. Un tecnico che qualcuno ha inteso demolire per partito preso, imputando in maniera scontata il suo noviziato al deprimente rendimento del Milan di inizio stagione. Come se uno che ha passato oltre vent'anni nel mondo del calcio sino a diventare campione del mondo si fosse trovato lì per caso, come uno che dove lo metti sta. Al Bernabeu Leonardo ci è andato non per illustrare la rivoluzione copernicana del pallone, ma per applicare il semplice, buon vecchio adagio che la miglior difesa è l'attacco.
Grandi soloni della scienza pallonara, baroni insigni e magnifici rettori della palla di cuoio gli avevano già dato del matto spulciando la formazione dei predestinati. Con lucido realismo Leo ha fatto il massimo con ciò che ha, rilanciando al buio, raddoppiando la posta, piuttosto che optare per la giocata conservativa che non porta dividendi. Non è stato un bluff, né una forma di bullismo o un esempio di stupidità premiata, come tante volte nella vita capita di vedere. Leo non è stupido, è intelligente per definizione. Sa perfettamente che il mondo gira sempre nello stesso verso. A Madrid non è nato il Milan perfetto. Resta un Milan che pedala ad andatura cicloturistica, una squadra problematica e imperfetta, che non ha una stabile fisionomia tattica, ma che ha riscoperto valori fondanti, come l'orgoglio, la sua qualità, una delle poche virtù che il tempo non deteriora, e la grandezza dell'umiltà. Probabilmente, adesso, il Milan è una squadra con un'anima. Almeno di questo, rendiamo grazie a Leo.


