El Shaarawy, dall'incomprensibile spostamento alla necessità di un esterno offensivo
Matteo Calcagni
Strana, a suo modo curiosa, l'ultima annata di Stephan El Shaarawy. In estate era stato messo in discussione, quasi inspiegabilmente, per un ricercato e repentino cambio di modulo: sembrava che il Faraone potesse "maturare" solo da seconda punta, come se le ali offensive di livello non avessero potenziale e/o futuro. Mesi caldi vissuti tra offerte, voci e tanto rumore, a cui è seguita la rete all'esordio stagionale contro il PSV Eindhoven: sembrava tutto pronto per un'altra stagione da protagonista, poi il lungo calvario... Da "tassello da adattare", Stephan è passato a "attesa panacea" per i problemi rossoneri: la sua spinta (e copertura) sulla fascia sinistra è mancata all'inverosimile, tanto da far comprendere a tutti quanto il giocatore fosse importante per gli equilibri milanisti.
A circa quattro/sei settimane dal rientro effettivo in campo, El Shaarawy è tornato a parlare, dimostrando voglia di rivalsa e grande determinazione. La verità è che, a prescindere dalle ambizioni personali, il ventunenne savonese è il giocatore più atteso dall'ambiente: la squadra ha bisogno di lui, il modulo di Seedorf non funziona senza esterni offensivi e la manovra ha bisogno di spinta. Tutta questa storia porta ad un insegnamento: qualora si avesse la fortuna di scoprire un talento, in una zona precisa del campo, questo andrebbe favorito ed esaltato nella sua posizione, senza doverlo obbligatoriamente spostare in altri ruoli. Ora il Milan necessita di El Shaarawy come ala d'attacco, posizione dalla quale aveva deciso di spostarlo durante un'estate controversa.


