La rabbia dei milanisti
Stefano Donati
E' iniziato tutto da quell'illusione del luglio 2007, quando Berlusconi a Milanello disse che non era ancora nato un presidente in grado di portare via Kakà dal Milan. Due anni dopo il popolo rossonero ha patito la cessione del numero 22. Mai il Milan aveva ceduto un suo giocatore per ragioni economiche. Si è passati dal giorno alla notte senza il tramonto, per giunta con la presa in giro. Quel "pranzerò con lui e cercherò di convincerlo" del presidente, quando in realtà era già tutto fatto e Ricky si trovava con la sua nazionale in Brasile, ha segnato la definitiva rottura tra il premier e i tifosi. I soldi ovviamente non sono stati reinvestiti nel mercato e l'emorragia di abbonamenti ha testimoniato il disappunto del popolo rossonero.
Nel corso della stagione poi altre frasi di Berlusconi hanno fatto imbufalire quei tifosi che adesso a gran voce chiedono la cessione della società. "Nessuno in Italia è forte come noi" e ancora "Io piango e ci metto pure il grano". Le ripetute critiche a Leonardo e la conseguente reazione del mister hanno se possibile peggiorato lo stato d'animo rossonero. All'orizzonte c'è un'altra estate low cost e i successi nerazzurri certamente contribuiscono ad accrescere la tremenda amarezza per un Milan che sta diventando sempre più piccolo. Le cose sono due: o si vende la società o si torna a spendere, il Milan, quello vero, non può più aspettare.


