Auguri a Gattuso, 40 anni con mentalità vincente. Trova difetti nei successi invece di accontentarsi
Alberto Cerruti
Tanti auguri a Rino Gattuso che festeggia l’ingresso nel club degli “anta” con la prima vittoria del 2018 contro il Crotone, dopo l’ultima del 2017 nel derby con promozione alla semifinale di coppa Italia. Calabrese trapiantato al Nord, nel triangolo Milano-Gallarate-Milanello, Gattuso non poteva sognare di meglio, a cavallo tra un anno e l’altro, quando è stato precettato al posto di Montella, sulla panchina che fu di Rocco, Sacchi, Capello e Ancelotti, i quattro “grandi” capaci di vincere le sette coppe dei Campioni/Champions del Milan. Un traguardo inimmaginabile per quel ragazzino scoperto nella Salernitana, alla fine dell’altro secolo, da un altro ex centrocampista rossonero, Buriani, che vent’anni prima aveva vinto lo scudetto della stella nel 1979. Passando da Braida, che lo fece arrivare subito a Milanello, a Mirabelli che gli ha affidato la “Primavera” e poi la prima squadra, Gattuso ne ha fatta di strada, sempre a testa alta, critico e autocritico come pochi altri nel calcio. Così è arrivato in alto, vincendo tutto con il Milan e diventando campione del mondo con l’Italia di Lippi. Senza mai accontentarsi di vincere e tantomeno di raccogliere elogi. Per questo il Milan di Gattuso può soltanto migliorare, anche se nessuno deve pretendere miracoli e non soltanto perché lui ha subito precisato di non essere Padre Pio. Una cosa, però è certa: Gattuso ha già dimostrato di non voler prendere in giro i tifosi e soprattutto ha già dimostrato di voler ottenere il massimo dai suoi giocatori. Rileggere, per credere, quanto aveva detto dopo il successo nel derby: “guai se pensassimo di avere risolto tutti i nostri problemi”. E rileggere, per credere, quanto ha aggiunto dopo il successo sul Crotone: “sotto porta facciamo il solletico agli avversari. Si è visto qualcosa, ma rimaniamo brutti, ancora con i brufoli, perché gli ultimi venti minuti sono stati inaccettabili”.
Così parlano gli allenatori vincenti, spesso più critici degli osservatori e dei tifosi, perché è facile parlare di “svolta” o di “strada giusta” in base ai risultati positivi, o a volte neppure in base a quelli. Montella, per esempio, parlava dei progressi della squadra anche quando perdeva. Gattuso, al contrario, parla dei difetti anche quando il Milan vince. Questione di mentalità appunto, più che di grinta, perché il primo a sapere che la grinta non basta è proprio lui, così onesto da sottolineare che con undici Gattuso non si vincerebbe niente perché servono anche altre qualità. Se poi queste qualità non ci sono, nessuno dovrà accusare Gattuso di non essere “da Milan”. Perché il punto vero è questo: senza campioni nessun allenatore può vincere da solo. Ma se non altro sappiamo che Gattuso saprà ottenere il massimo dai giocatori a sua disposizione. Questione di mentalità, appunto.


