Vecchi ammiragli e nuovi mozzi, ma adesso tocca all'equipaggio
Luca Serafini
I milanisti ringraziano sentitamente il radiato Pablo Cosentino per la consulenza attiva nel condurre in porto le questue milaniste dell'estate 2016. Cinesi o non cinesi, a condurre le manovre del gozzo è rimasto il solito timoniere, il quale durante la solita estate al risparmio ha condotto a remi la scialuppa tra i porti di Ibiza e Forte dei Marmi partendo dal Naviglio. Sono cambiati i mozzi e i viceammiragli, una volta Preziosi, Cellino, Raiola, oggi è apparso sotto coperta questo resuscitato mattatore argentino che da sentenza non potrebbe più esercitare.
A lui si deve il consueto accatastamento di trequartisti che il Milan da qualche anno colleziona e butta a mare con la medesima disinvoltura, pur sapendo di doverli incastrare in un modulo che non li prevede, ma questo è affare di Montella. Di centrocampisti decenti e cessioni vantaggiose, nemmeno l'ombra. L'equipaggio quello era e quello più o meno è rimasto, si sapeva. Inutile ripetersi in eterno fino alla noia: le ombre cinesi sono ancora lontane, così come i loro soldi e la voglia di investirli. Non parliamo poi di Berlusconi.
Adesso ciurma tocca a voi. Rimboccatevi le mani, datevi da fare senza risparmio, date tutto, nessuna stilla di sudore e sangue esclusa. Indossate una maglia gloriosa, avete questa impagabile fortuna, avete una tifoseria disposta a sostenervi se vi vedrà combattere, un allenatore pronto a farvi crescere, due stagioni orrende alle spalle da sotterrare e proprio per questo facilmente migliorabili. Avete uno stipendio che non giustifica la mediocrità tecnica, ma presuppone eccome una fatica immane. In allenamento come in partita. Basta con gli alibi, basta con le colpe di una società fantasma: serve un vostro sforzo collettivo intenso, continuo, feroce, assillante per mordere il campo e inseguire ogni pallone. Siamo piccoli, siamo deboli: comportiamoci come i piccoli e i deboli, che hanno spesso più forza e coraggio dei giganti. Siamo milanisti, siamo abituati a soffrire. Imparate a farlo anche voi. Forse non avrete in fondo i momenti di cui la nostra fede incrollabile ci ha finalmente condotti a godere (coppe e scudetti), ma potrete sbandierare quella dignità e quell'orgoglio che negli ultimi tempi è stato reiteratamente calpestato.


