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La rivoluzione silenziosa di Pioli

15.11.2019 00:00 di Luca Serafini    per milannews.it   articolo letto 1312 volte
La rivoluzione silenziosa di Pioli

Se le panchine che Stefano Pioli ha imposto a Calabria, Rodriguez, Biglia, Suso, Kessie, Piatek, Leao saranno colte dai giocatori come istruttive e non punitive, c'è speranza che finalmente capiscano che la cultura del lavoro è un assunto necessario (come in qualsiasi attività della vita) per crescere, migliorare, raggiungere livelli top e restarci. Nello sport in particolare, comunque, è un aspetto fondamentale che può cambiare la carriera di chi ha meno talento ed elevare al massimo chi ne dispone. Cito sempre Costacurta come caso esemplare della prima categoria: era certamente il meno dotato tra Filippo Galli, Baresi e molti altri difensori del Milan e della Nazionale. Quello che lo ha portato ad essere titolare del Milan per 20 anni, giocare 59 volte in Nazionale e vincere tutto, sono state la costanza, l'applicazione, l'abnegazione, il metodo, l'allenamento. I professionisti questo fanno. E tutti i fuoriclasse che ho conosciuto e visto giocare fino alla soglia dei 40 anni o oltre (Maldini, Totti, Inzaghi, Del Piero, Bergomi e molti altri), senza eccezioni sono stati fino all'ultimo giorno i primi ad arrivare al campo e gli ultimi ad andarsene. La vita quotidiana di un atleta e il suo allenamento dal lunedì al venerdì sono come lo studio per un universitario: se ti impegni, quando arriva l'esame vai in discesa senza nemmeno dover pedalare. Le partite si vincono nei giorni feriali. 

Quello che ha detto l'allenatore dopo la partita con la Roma ("Qui sembra che vincere, pareggiare o perdere non cambi la vita a nessuno...") è di una violenza e una profondità estrema, mette a nudo il nocciolo, la vera essenza del problema. "Appenderò la classifica negli spogliatoi", detto dopo Torino domenica scorsa, è un'iniziativa alla Helenio Herrera di altra forza inusitata, perché evidentemente ha la percezione che i suoi giocatori non si rendano conto del pericolo. O semplicemente della situazione. E questo è ancora più grave. Rientrando negli spogliatoi dello Juventus Stadium dopo una sconfitta del genere, io avrei sfasciato tutto e fatto volare le panche. Invece il problema principale sono stati i toast, peraltro dopo essere usciti dal campo quasi ridendo e scherzando abbracciati a Douglas Costa, Dybala e qualcun altro. 

Io non capisco perché il gruppo Elliot retribuisca così profumatamente Maldini e Boban, per poi non seguirli e condividere le loro indicazioni fino in fondo, non assecondando le loro scelte. Se hanno fatto presente (come in precedenza Leonardo e soprattutto Gattuso) che insieme alla scolaresca, ci vogliono almeno un paio di bucanieri che conoscano tutte le regole e le facciano rispettare, che inculchino l'ossessione della vittoria e la riluttanza alle brutte figure, ci sarà un motivo. E il motivo è quello che ho descritto: troppi sbarbati qui pensano che Milanello, San Siro, il Milan siano un punto di arrivo e non di partenza. Ecco perché l'identikit perfetto a gennaio sarebbe quello di Ibrahimovic - ma non mi faccio illusioni: troverei strano prenderlo, dopo che il suo mancato arrivo è stato uno degli elementi più significativi che hanno portato alle dimissioni, appunto, di Leonardo e Gattuso -, uno che a perdere e fare brutte figure non ci sta. Uno che quando entra a San Siro per la ricognizione un'ora e mezza prima della partita, con la divisa o la tuta del Milan, non ha in mano un telefonino (o addirittura due come Kessie), non ha le cuffie e per questo può guardarsi in torno, salutare i tifosi, tastare il terreno, respirare l'atmosfera. Ricordare con orgoglio che se il talento ti ha premiato portandoti a giocare con questa maglia e in questo stadio, è perché hai lavorato duro, non perché hai avuto fortuna. 

Pioli ha già iniziato con fermezza la sua rivoluzione silenziosa: gli sono bastate 3 settimane per capire tutto. Gattuso già lo sapeva bene. Speriamo che presto se ne accorga anche la proprietà


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