Il professor Inzaghi (non me ne voglia Clarence)
Giulia Polloli
Anche se ormai la partita contro il Real fa parte dei ricordi, anche se ormai è stato scritto di tutto sul gioco, sui singoli, sul risultato, sull’avversario, su quel Mourinho che è sembrato quasi umano nell’esultanza sul gol del pareggio (con quella smorfia con tanto di linguaccia liberatoria che ci ha fatto capire quanto gli stesse stretto perdere a S.Siro), anche se ormai quindi è tutto passato, dal passato prendiamo la lezione di Pippo Inzaghi, anzi, del professor Pippo Inzaghi, che è salito in cattedra e sembra aver appena iniziato la sua più importante lezione.
Molti sostengono che Pippo non possa essere l’investimento su cui costruire il futuro di questo Milan. Niente di più sbagliato: Pippo è la base fondante, perché non si può pensare a lui solo come giocatore in campo, in questo senso ovviamente non è eterno. Pippo è come una parabola, come il racconto mitico dell’epopea rossonera: è il messaggio che rimane, l’esempio, il valore umano.
Io sfido chiunque ad arrivare alla sua età con la stessa voglia di dimostrare ogni giorno qualcosa, a poter mettere in gioco il proprio talento in pochi minuti ogni volta. E lui ce la fa.
Mi ricorda tanto le ultime stagioni di Daniele Massaro: quando si alzava dalla panchina ed entrava il popolo rossonero tirava un sospiro di sollievo, perché non mancava mai all’appuntamento con il gol.
Ora: non può essere un caso se anche Mourinho aveva indicato nelle prodezze Inzaghiane il pericolo maggiore per la sua squadra.
“Volli, sempre volli, fortissimamente volli” scrisse Alfieri. E quale altro verso potrebbe meglio riassumere la vita calcistica di SuperPippo?
Un uomo che ha dedicato tutto se stesso al calcio, al raggiungimento di traguardi che fino a qualche tempo fa nessuno credeva avrebbe mai potuto solo sfiorare.
Un volontà di ferro, una tenacia intrinseca nell’impegno con cui Filippo affronta le giornate a Milanello.
E quella panchina che troppo spesso forse lo ha accolto, ma su cui lui si è seduto sempre con rispetto per le scelte dei tecnici che gli hanno preferito altri compagni. Con rispetto per le scelte, non con gioia e ovviamente pronto a smentirle ogni volta che subentra ai compagni in campo.
Che Pippo non sia eterno, quindi, è un dato di fatto.
Ma che Pippo non abbia smesso un solo istante di credere in ciò che per vent’anni è stata la sua missione lo porta sull’olimpo e lo rende immortale, in grado di poter trasmettere, come il racconto mitico insegna, nei secoli il suo messaggio, le sue gesta quasi miracolose.
Ecco perché, non me ne voglia Clarence, mi viene spontaneo chiamarlo professor Inzaghi, perché penso a tutti quei giovani calciatori che di certo avranno bisogno di un insegnamento come il suo, perché penso a tutti quei “professionisti” che si sentono arrivati senza aver fatto nemmeno metà della sua carriera, senza aver sputato sangue su quel campo, su quelle panchine, come invece lui ha fatto.
E sono giocatori come Pippo, come Gattuso, come Pirlo, come Seedorf, per parlare al presente, quelli che dovrebbero diventare l’esempio da seguire.
Non di certo un Ronaldo spocchioso all’inverosimile che con un gesto infantile riesce a cancellare il suo essere campione.
Ora però il ricordo della notte magica di S.Siro cede il passo agli impegni di questo Milan che deve tornare in campo contro il Bari. Allegri avrà le sue solite scelte tecniche da affrontare, contento per il rientro di Ambrosini, per la conferma di Thiago Silva, ma fortemente imbarazzato dalla prestazione di alcuni dei suoi cavalli di razza, soprattutto visto che dietro di loro, pronto ai cancelli, c’è Inzaghi che scalpita. Il Milan non può fallire, deve dimostrare di aver imparato dai propri errori, deve rinascere dalle sue ceneri, come la mitica fenice, perché il mito non possa sprofondare nei buchi neri della memoria.
Questo significa che tutti devono sentirsi in discussione, perché non c’è motivazione migliore, in questo senso Inzaghi docet, che rimanere sempre in bilico, che non aver certezze su cui adagiarsi. La tensione e l’adrenalina devono essere scaricate su quel campo dando il massimo, ricevendo applausi meritati e non scontati. Non si può vedere un campione passeggiare per il campo mentre i compagni corrono e lottano come gladiatori. Non si può veder sprecato il talento presente in questa squadra per dar spazio al grande nome di turno (che di grande ha solo il nome). E in una rosa così ricca di talenti, chi deve scegliere non ha compito facile
Per questo, e concludo, in questo momento non è facile essere Allegri.
Il professor


