Yepes gladiatore. Ma manca la fantasia del centrocampo ad illuminare la notte di S.Siro
Giulia Polloli
La Lazio chiusa a riccio nella trasferta milanese riduce le ambizioni di fuga dei rossoneri che rimangono ancorati al palo, anzi ai due pali di Ibrahimovic che clamorosamente ne rimbalzano il tiro potente facendolo finire tra le braccia di un fortunato Muslera.
Ma non è certo questo il resoconto della gara che si è giocata in uno stadio che ha rivisto la luce dopo la nebbia pomeridiana e ha consentito lo scontro tra gli uomini di Allegri e quelli di Reja.
Si, perché di scontro bisogna parlare visto l’atteggiamento provocatoriamente offensivo soprattutto di Kozak che rovina l’esordio in rossonero di Legrottaglie, subentrato all’altro sfortunato centrale Bonera, anch’egli vittima della gomitata di turno durante uno dei tanti scontri in area.
Chi invece non sembra sopperire all’aggressività laziale è Yepes, ripescato come jolly dal mazzo di riserva e ormai idolo della gente rossonera che sottolinea ogni giocata con un coro o un applauso. Un gladiatore che, per carattere e grinta, sembra la controfigura di Gennaro Gattuso, uno degli assenti illustri della mediana rossonera.
E proprio qui bisogna soffermarsi: il Milan non prende gol da tre partite, segno che le pedine difensive sono state sempre all’altezza delle nuove posizioni dettate dalla necessità. E Yepes fa di necessità virtù, rendendo meno facile il compito di Allegri nella scelta dei futuri titolari. Ma, nonostante la buona prova di Thiago Silva a centrocampo, del redivivo Flamini che più volte però ha preferito andare vicino ai pali di Muslera, piuttosto che inventare fraseggi a favore dell’attacco rossonero, di Emanuelson, altro nuovo nome in arrivo dal mercato di gennaio che però deve ancora ritrovare le dinamiche degli schemi milanisti, il centrocampo rossonero manca di magia creativa, di quella fantasia che solo i piedi di Pirlo, o Ambrosini o Seedorf, nel nuovo ruolo ritagliatogli da Allegri, sembrano in grado di apportare al gioco della squadra più titolata al mondo. Mancano meno, forse, le dinamiche discese di Boateng o la strenua lotta serrata di Ringhio, sostituiti degnamente dai compagni, che però non hanno la personalità e la determinazione o forse solo la continuità della manovra che è ormai parte dell’identikit di questo sfortunato reparto.
Allegri lancia in arena Pato accanto a Ibrahimovic, con Robinho che ancora una volta sembra non avere la giusta determinazione davanti alla porta. I suoi tiri sembrano ricordare le mete rugbisti che più che papabili occasioni da gol.
E anche il papero rossonero sembra trasfigurato: poca personalità con la palla tra i piedi, quasi a voler omaggiare a tutti i costi Ibrahimovic, imperatore dell’area, che gioca un bello scherzo al pubblico, ai compagni e soprattutto all’addetto al tabellone luminoso di S.Siro, che per qualche secondo al 50’ si illumina con un vantaggio rossonero annullato solo dallo sfortunato roteare del pallone, che invece di sbattere contro il palo alla destra di Muslera e insaccarsi in rete, beffardo, continua la sua corsa a mezz’altezza, tocca il palo opposto e torna, quasi telecomandato tra le braccia del portiere ospite che, di certo, avrà acceso un cero per grazia ricevuta.
Il Milan fatica ad imporsi e soprattutto non concretizza le numerose occasioni da gol create. Anche Flamini, nelle sue discese da attaccante aggiunto, va a colpire l’ego di Muslera, riuscendo quasi a farlo cadere in crisi identitaria con un colpo di testa che non va però tra i pali a portiere battuto ma finisce respinto in extremis.
Un Milan che scende in campo dopo lo shopping di gennaio e mette in mostra la sua merce pregiata, senza però fare i conti con la serrata laziale. Nemmeno l’ingresso di Cassano, questa volta, riesce a superare la coltre di nebbia che pian piano si forma negli occhi dei rossoneri. L’intesa con Ibra sembra essere offuscata da troppa frenesia e dai pochi spazi lasciati, ahimè, dagli uomini di Reja.
Un Milan che ancora una volta deve fare i conti con gli infortuni: Bonera e Legrottaglie trasportati in ospedale. L’ex juventino esce dal campo in una maschera di sangue, lasciando poi basito Kosak che inizialmente aveva cercato anche una timida protesta nei confronti dell’arbitro.
Un punto che non cambia le distanze tra le due formazioni, ma che spiana la strada al Napoli, in campo domani in quel di Verona contro il Chievo, che il Milan di certo vorrebbe ricordare con il vecchio epiteto di “squadra dei miracoli”.


