Olivier Giroud, il mito di Sheva e la seconda giovinezza nel Milan
Mentre il Milan sta facendo crescere a Lecce il centravanti del futuro (Lorenzo Colombo, sul quale Maldini e Massara sembrano credere molto) i rossoneri nell’immediato presente continuano ad affidarsi a Olivier Giroud, giocatore per troppo tempo fatto passare dai più come un attaccante “forte ma non fortissimo”, “buono ma non da top team europeo”. In tal senso, il tempo nei confronti di “Oliviero lo sparviero” è stato più che galantuomo, dalle soddisfazioni, in campo, al riconoscimento dei suoi meriti, al di fuori di esso.
LA RINASCITA NEL MITO DI SHEVCHENKO
A conquistare immediatamente simpatizzanti e tifosi è stata l’umiltà con cui un campione d’Europa e del Mondo si sia inserito da subito all’interno dello spogliatoio, dando estrema importanza alla maglia che avrebbe indossato di lì a qualche settimana. E non avrebbe potuto essere altrimenti, dato il posto speciale che il Milan ha sempre avuto nel cuore del francese, venuto su con il mito di Andriy Shevchenko. Come confessato a DAZN, “il mio giocatore preferito era Sheva. Mi scrive - ha proseguito Giroud - ed è diventato mio amico”. Se l’esperienza al Chelsea del transalpino si è conclusa con l’amaro in bocca nell’essere stato trattato come un giocatore prossimo alla rottamazione, va altresì riconosciuto come a Londra l’ex attaccante di Montpellier e Arsenal abbia lasciato un segno molto più profondo di quanto fatto da Sheva. Ma a Milano Olivier ha trovato una sorta di elisir dell’eterna giovinezza, in quello che è stato l’habitat naturale del suo idolo. Caratteristiche ovviamente diverse dal numero 7 ucraino, ma molto simili in quanto a dedizione ed incisività nei momenti decisivi. In inglese hanno l’espressione “clutch player”, che da noi non esiste, ma che fa riferimento a quel tipo di giocatore che, quando si alza il livello, anche lui alza il proprio: Olivier Giroud.
AFFIDABILITÀ INFINITA
Clutch player, quello che è in grado di cambiare il destino di una partita o (addirittura) di un campionato. Il derby di ritorno dello scorso anno riecheggerà a lungo per come sia stato vinto e per il peso specifico di quella partita nell’economia del campionato. È vero, Olivier Giroud non è un attaccante da 20 gol in campionato (li ha raggiunti appena due volte in carriera, al Tours in Ligue2 e nell’anno della Ligue1 col Montpellier), ma ti fa giocare bene, ti sa decidere le partite più importanti, ti segna gol pesanti, ti porta mentalità vincente con umiltà e, cosa non di poco conto, ti gioca tutte le partite nelle quali ne hai bisogno. Anche con un Mondiale di mezzo e 37 candeline da spegnere quest’anno: se non hai altri attaccanti a disposizione, no problem. Gioca Olivier e lo fa pure bene, ci mette sempre l’anima. Quando c’è da correre, sacrificarsi, pressare e fare fondamentalmente solo “a sportellate”, lo fa senza tirarsi indietro. Come contro il Tottenham, in una partita in cui è risultato tra i migliori in campo pur senza toccare chissà quanti palloni e senza rendersi eccessivamente pericoloso. Ma serviva che lui facesse quel tipo di partita e l’ha fatta, risultando importantissimo mediante caratteristiche diverse da quelle che lo fanno esaltare in area di rigore. E sicuramente l’affidabilità e la propensione infinita al sacrificio di un giocatore altrettanto infinito come lui hanno offerto un contributo molto importante nel far sì che il Milan e il suo agente si siano messi a lavorare per un rinnovo contrattuale, che però va detto: per un giocatore del genere, anche se a 36 anni suonati, sarebbe ampiamente meritato.
Di Luca Vendrame


