ESCLUSIVA MN - Ambrosini: "Atene è stata la Champions della liberazione. L'addio al Milan mi ha fatto male più per il modo che per la scelta"
Nel corso del quarto appuntamento del podcast "Derbyssimo Legends x MilanNews" (CLICCA QUI per vedere la puntata completa su YouTube), Stefano Fisico e Stefano Eranio hanno intervistato Massimo Ambrosini, ex centrocampista che ha vestito la maglia del Milan tra il 1995 e il 2013, periodo intervallato da un prestito di una stagione al Vincenza. In rossonero Ambrosini ha vinto 4 Scudetti, 2 Champions League, 2 Supercoppa UEFA, 1 Mondiale per Club FIFA, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppa italiana. Di seguito alcuni estratti del suo intervento.
Se devi scegliere: sei più orgoglioso delle Champions vinte o di essere stato capitano del Milan?
"Ti dico le Champions, perché alla fine regalano soddisfazione alla squadra, ai tifosi e a te. È chiaro che aver fatto il capitano è qualcosa di memorabile, ma più una questione personale. Le vittorie sono le cose che rimangono per sempre".
Era più difficile tenere il livello alto o condividere lo spogliatoio con tanti campionI?
"Il livello. In un modo o nell'altro, come negli ultimi anni della mia carriera dove lo spogliatoio era un po' più complicato, stare lì dentro era tutto. Lo sai, riesci a starci quando il livello di spessore umano è alto. Rimanere calcisticamente al livello di chi aveva una qualità diversa rispetto a me, è stato più che complicato".
Manchester 2003, Atener 2007: quale ti resta più addosso e perché?
"Io personalmente ti dico Atene perché l'ho giocata. Vivere da protagonista una stagione di Champions è rimasta di più, rispetto all'altra che dal punto di vista cronologico, delle avversarie affrontate, è stata diversa. Nel 2003 vinciamo semifinale con l'Inter e finale con la Juve, quindi a livello di rivalità è anche di qualità di gioco quella squadra era più forte rispetto a quella che nel 2007 vince con il Liverpool. Però sai, quando sai di essere titolare di una squadra e vivere tutto dall'inizio alla fine da protagonista ti lascia un senso di compiutezza diverso".
Instabul 2005: hai mai rivisto quella partita? Che successe veramente?
"Non l'ho rivista perché l'ho vista, non avendola giocata. Mi è bastata vederla dalla tribuna, perché ero infortunato. Io dico sempre da 20 anni: quando perdi partite di quel tipo, di quel livello, di quell'importanza, e in quel modo, niente la può rimarginare. Se vogliamo fare i filosofi, chiudi la ferita ma resta la cicatrice, perché quella roba lì la guardi, ti rimane. È giusto che sia così. Il calcio ci ha messo nelle condizioni di rimarginarla nel modo migliore, rigiocandola due anni dopo con la stessa squadra, ma poi anche se la vinci quella roba ti rimane".
Mentre la guardavi da fuori cosa pensavi?
"A fine primo tempo andai negli spogliatoi perché ero con la tuta, forse con la divisa. Il mio pensiero è stato che avessimo vinto la Champions, quindi vado nello spogliatoio e già mi vesto da calciatore a fine partita, entro in campo, mi toglierò la tuta, mi confonderò con quelli che hanno giocato, quindi fra 20 anni quando riguarderanno quelle immagini nessuno si ricorderà chi avrà giocato e chi no (ride, ndr). Cosa pensi? Un dominio di quel tipo lì, una differenza tecnica così elevata che tu non vai a pensare che sarebbe successo poi quello".
Atene è stata più vendetta, giustizia o liberazione?
"Liberazione. Per giustizia è quando tu subisci un torto, e in quel caso non subimmo alcun torto ma un risultato sportivo crudo da accettare. Liberazione perché hai avuto un ottimo risarcimento, perché a pochissime persone o squadre capita quell'occasione lì".
L'addio al Milan: la scelta ti ha fatto più male per la scelta o per il modo?
"Per il modo. Avessi costruito la mia storia l'avrei finita al Milan, senza dubbio, però non ero pronto anche se mi avessero accompagnato all'uscita in un altro modo, però l'avrei metabolizzato un po' più di tranquillità. Non aver avuto la possibilità di chiudere il cerchio, una sorta di saluto, ce l'ho ancora nel cuore, nella testa, quel buchino mancante. So che non lo riempirò. Dal punto di vista sportivo non puoi togliere a una società, a dei dirigenti, la possibilità di scegliere che tu non faccia più parte di un progetto tecnico. Nessuno deve avere la presunzione di quando giocare e per quanto tempo, salvo rarissimi casi, Paolo (Maldini, ndr) era uno di questi, ma la gestione non è stata fatta in modo corretto".
Hai quindi sentito mancare più la riconoscenza o la chiarezza?
"La chiarezza. In quel momento lì ho avvertito non la responsabilità di parlare chiaramente. Si rimbalzava un po' la responsabilità di una scelta. Mi ha dato fastidio quello, perché se mi avessero convocato e ringraziato di tutto cosa puoi dirgli? Puoi avere le tue idee ma te ne fai una "ragione". Se l'avessero gestita diversamente mi avrebbero permesso di salutare la gente".


