Avanti e indietro peggio dei gamberi: a fine ottobre con un piede fuori. Senza centravanti per scelta. Al derby con gli scudi
Luca Serafini
Non esattamente come i gamberi, perché questi simpatici e ahimè gustosi crostacei, si muovono all'indietro solo in caso di pericolo, per fuggire dalle minacce, altrimenti camminano in avanti dritti per la loro strada. Avanti un passo, indietro un passo, avanti due passi, indietro due passi, un passo laterale restando immobile di fatto: il Milan sembra imparare (lentamente, goffo, con poca applicazione) il sirtaki, una danza armoniosa e malinconicamente allegra di cui mi innamorai da ragazzo grazie a "Zorba il greco" con un magistrale Anthony Quinn.
Avevamo avuto stralci di buon gioco e di continuità, spezzoni con Sassuolo e Atalanta, 90' a Salisburgo e Udine, ma prima il Bournemouth e poi il Bologna hanno randellato i rossoneri seppellendoli sotto 7 gol e soffocando qualsiasi velleità di crescita nei risultati, nella costanza dell'atteggiamento, nella mentalità. Nella stessa partita il MIlan è feroce poi mansueto, applicato poi svagato, lineare poi a sghimbescio. Già da qualche settimana si parla di mentalità, di personalità. In realtà dovremmo tornare indietro di qualche anno, perché questi sono elementi che mancano dal crepuscolo berlusconiano sino ad oggi. Milanismo, ambizione, appartenenza si sono dissolti incastrandosi nelle sliding doors dei closing, dei cinesi, degli inglesi, dell'americano.
Dopo Pioli, siamo al terzo portoghese e al quarto allenatore in 3 anni. Una mosca cieca sbattendo la testa e la faccia nella struttura, nell'accompagnamento, nella strategia, nella filosofia che paiono vaghe, impalpabili, inesistenti. Al rimescolamento delle carte si sono aggiunti gli infortuni a catena, da Saelemaekers a Chukwueze che hanno amputato la corsia di destra fino a Tomori ultimo della lista. Il recupero di Gila, Moreira e Rabiot è l'unico appiglio cui aggrapparsi per andare al derby con gli scudi, perché invece degli elmetti sembra di avere in testa dei colapasta capovolti. Mai piangere e disperarsi prima degli eventi: l'Inter è superiore da qualche anno, eppure in mezzo ci sono stati uno scudetto, una Supercoppa e 8 derby consecutivi senza trasferta includendo l'amichevole estiva di 3 mesi fa. Ogni volta pareva doversi verificare un miracolo, adesso ne servirebbero due o tre, ma il disfattismo non aiuta, non è costruttivo, non dà vantaggi. La preoccupazione, quella sì, dovrebbe procurare rabbia, voglia di riscatto, stimolare orgoglio e amor proprio.
Da sempre un grande centravanti è capace di nascondere un po' di polvere sotto i tappeti, risolvendo la situazione da solo, regalandoti un pareggio o una vittoria quando sembri annaspare. Lasciamo perdere la questione annosa, surreale e un po' esoterica della maledizione del n.9 che durerebbe da anni, fatte salve le parentesi di Ibrahimovic e Giroud. Stiamo ad oggi. Nel Milan indossa la numero 9 uno che non gioca centravanti: sarà mezzala, trequartista, esterno, anche difensore (purtroppo: vedi Sassuolo...), ma non è mai in area, non tira in porta, quando (raramente) lo fa è anche sfortunato. Infatti, 2 gol esattamente dove dovrebbe stare un centravanti, contro il Bologna li segna Cisse. Infatti, la palla del possibile 3-3 di testa esattamente dove dovrebbe stare un centravanti, la colpisce Camarda. Tra i tanti, Amorim cominci col risolvere questo problema: Ramos è sempre più nervoso, sempre più marcato, picchiato e raddoppiato, sempre più lontano dalla porta.
Giocare in 10 non porta da nessuna parte, né la squadra, né l'allenatore, né Ramos. E non raccontiamoci la storia degli spazi che si creano per gli altri: si possono creare anche andando più spesso in area con il n.9, come fanno tutte le squadre di vertice. Come fanno tutte le squadre che sfruttano le risorse, che hanno un impianto, che hanno un'organizzazione costante. Difficile trascorrere l'1 e soprattutto il 2 novembre allegramente, cerchiamo almeno di non intristire ulteriormente la festa e la ricorrenza: affidiamoci a Ognissanti per non finire morti precocemente.


