Dal giorno alla notte, da Van Bommel a De Jong
Luca Guazzoni
“Là dove c’era l’erba ora c’è una città” cantava Adriano Celentano. “Là dove c’era Van Bommel ora c’è De Jong” cantano i tifosi rossoneri. Che possono abbozzare un sorriso per il terzo acquisto in quattro giorni – dopo Niang e Bojan – e che tirano un sospiro di sollievo per aver schivato come un proiettile la presenza costante di Montolivo nella posizione di vertice basso del triangolo mediano – dando per scontato il cambio di modulo -.
Incroci oranje. Un olandese che va e un olandese che arriva. Due amici, due compagni di Nazionale. La cerniera invalicabile della squadra vicecampione del mondo in Sudafrica. Ma non si cada nella trappola, nel tranello delle somiglianze: Van Bommel e De Jong sono il giorno e la notte calcisticamente e caratterialmente. Già dall’imprimatur. Il primo scuola RKVV Maasbracht ma di stampo assolutamente ‘PSVesco’. L’altro nato e cresciuto nei Lancieri di Amsterdam e il loro nobile lignaggio spocchioso. Il primo di stampo operaio, il secondo di natura matrigna.
Il vecchio che era. Non lo si vedeva mai in campo. Ma lo si sentiva. E lo sentivano anche gli avversari che spesso si ritrovavano a fare i conti con i segni lividi dei tacchetti di Van Bommel. Testa alta, sempre. Palla che corre, sempre. Sull’orizzontale ma anche spesso in verticale. Che nel calcio moderno è vitale come l’ossigeno nell’aria. Un duro dal cuore morbido. Quello che in campo te suona e le canta ma che negli spogliatoi chiede anche scusa, dopo averti tolto la pelle dalla carne.
Un leader vero. Uno di poche parole, ma dal tono deciso. Che decide di chiudere la carriera dove è diventato grande, ricco e famoso. Non si diventa capitano del Bayern Monaco senza motivo. Specie se nato fuori dai Landen tedeschi. . Insomma, un generale.
Il nuovo che arriva. Meno regista, più canaglia. Un giocatore che infiamma i tifosi per la sua irruenza e la sua grinta. Uno che in Inghilterra, non la patria del fioretto ma quella di Joey Burton per intenderci, hanno definito “dirtiest player in the game” (“il giocatore più sporco di tutti”, ndr). Alla Ric Flair. E che ha preso il soprannome di Tosaerba. Quello che ha rischiato di accoppare Xabi Alonso – ah, che giocatore! – nella finale del Mondiale, quello che ha accoppato davvero il povero Stu Holden – il video è facilmente trovabile in rete – in una futile amichevole internazionale. Un manigoldo. Esattamente quello che mancava emotivamente in casa Milan. Il giocatore che violenta psicologicamente l’avversario e che lo intimorisce in mezzo al campo. Quello che era Gattuso. Poi il saper giocare a calcio è tutta un’altra storia.
Non sarà Frank Rijkaard, tanto per restare tra l'oppio, i tulipani e i quartieri a luci rosse. Ma non è nemmeno lo stesso Milan.


