Ronaldinho, Ibra, Tevez, Balotelli: Inter sempre in scia. Milan, sfoltire non è solo una esigenza economica. Milanisti, perchè queste nostalgie? Roma: Zeman è pro tempore, De Rossi no...
Mauro Suma
Ebbene sì, ci risiamo. Siamo alla quarta puntata. La prima: Aprile 2008. Nell’imminenza delle elezioni politiche, si diffonde la voce che Ronaldinho possa lasciare il Barcellona per approdare al Milan. Fra i politici, qualcuno teme che l’onda mediatica possa favorire Silvio Berlusconi a livello elettorale. Ecco allora il pronto soccorso: Bruno Bartolozzi, in passato direttore della comunicazione dell’Inter, raccoglie nelle sue vesti di giornalista sul Corriere dello Sport virgolettati e confidenze riconducibili direttamente al presidente Moratti. In base a questa ricostruzione proposta a tutta pagina, l’Inter era in realtà in pole position per acquisire Ronaldinho. Risultato: tre mesi dopo, senza benefit elettorali, Ronaldinho approda al Milan. Seconda puntata: Agosto 2010. L’Inter è impegnata in Supercoppa Europea a Montecarlo, ma il presidente Moratti non riesce a concentrarsi sull’Atletico Madrid. Dichiara a destra e a sinistra su Ibra. Ma non capisco, ma perché fa così?! Risultati: l’Inter perde la Finale con l’Atletico e Ibra si siede a San Siro fra Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Terza puntata: Gennaio 2012. Il Milan è d’accordo con Carlitos Tevez per il suo passaggio al Milan e lo sfiora due volte: la prima il 12 Gennaio quando non si chiude la trattativa parallela con il PSG, la seconda il 27 Gennaio quando, per una mera incomprensione sui dettagli del contratto, il proprietario del City non concede il giocatore. Ma ai primi di Gennaio, l’Inter era scesa in campo con tutto il suo peso mediatico, ancora sul Corriere dello Sport, per annunciare al mondo una sostanziale intesa a livello di Club con la società City naturalmente per Tevez. In realtà offerta e accordo erano virtuali, teorici, ma c’era una possibilità di rompere le scatole al Milan, e allora vale tutto. Risultato: Carlitos sfiora il Milan due volte e l’Inter nemmeno mezza. Quarta puntata: adesso. Il presidente Moratti la butta in politica su Repubblica: vogliono prendere Balotelli per motivi politici, così non si fa, io non uso l’Inter per motivi politici. Il Pres si era forse un tantino dimenticato dell’Aprile 2008, ma può succedere. Il fatto è che è impossibile che il Milan prenda Balotelli. Il fatto è che spiace che debba sempre vivere tutto come un affronto. Se Tevez in passato è stato un suo pallino, non esiste che il Milan non possa trattarlo. Se Balotelli in passato è stato suo, le clausole con i Club contano poco di fronte all’assenso dei giocatori. E in fin dei conti calma, è inutile agitarsi così, tanto Mario in Italia non ci torna. La vita continua e poi la vera rivale per un grande interista è la Juventus, no? Perché scaldarsi così tanto per il Milan?
Quando Adriano Galliani ricorda al mondo che, in vista del mercato di Gennaio, la prima cosa da fare sono le cessioni, dice la verità. Assolutamente la verità. Se non va via nessuno, non arriva nessuno. E il discorso non è solo economico. Liberare il bilancio dal peso di qualche cartellino e di qualche ingaggio, anche solo per la seconda metà della stagione, è certamente importante nell’ottica di puntare a qualche entrata di un certo rilievo in rosa. Ma il tema annesso e connesso è anche tecnico. Fino alla scorsa stagione, la rosa del Milan era a terrazze. Quella più in alto era popolata da glorie e fuoriclasse poi, con tutto il rispetto, si scendeva verso altri livelli tecnici. In soldoni, se giocavano Ibra a Thiago, chi stava fuori non poteva dire nulla. Oggi invece la rosa è più in piano. Più giocatori e molti sullo stesso livello. Per cui se gioca uno, c’è l’altro che può legittimamente parlare ed ambire a giocare lui al suo posto. Con qualche ricaduta ambientale sull’atmosfera del gruppo. Prima cosa scendere di numero, 32 giocatori in rosa sono troppi. Poi, eventualmente, si vedrà.
Leggevo l’altro giorno il mio amico Pellegatti ragionare sulla suggestione David Beckham. E leggevo ieri gli abbonati a Milan Channel che si struggevano di fronte alle immagini della visita di Clarence Seedorf ai suoi “ex” compagni di squadra a Milanello. Ma perché non l’abbiamo tenuto, era la domanda di base. Ma cari amici rossoneri, ma non eravamo vecchi? Non bisognava abbassare l’età media? Non abbiamo detto che per evitare di ammazzarci di perdite, i Balotelli o i chi per esso ce li dobbiamo costruire in casa, vedi Niang? Ci siamo detti per anni che eravamo il Mulino Bianco che si trastullava fra storie di cuore e di giocatori storici senza la capacità di guardare al futuro…e adesso inseguiamo col pensiero Beckham e Seedorf…Sul piano romantico-sentimentale ci sta, mancherebbe altro. Stiamo parlando di uomini straordinari. Ma indietro non si torna. E’ stato così doloroso abbassare il monte-ingaggi e di conseguenza l’età media, che a ritroso non si può ma proprio non si può andare.
Ha diritto un allenatore di passaggio di decidere il destino di una bandiera? Soprattutto se la bandiera in questione ha 29 anni ed è nel pieno della sua carriera. Daniele De Rossi fa parte della genìa dei Maldini e dei Baresi, dei Del Piero e degli Zanetti. E’ come il simbolo del Club, è un nome tatuato sul giallorosso e di giallorosso. Zeman non ha respirato Roma da quando ha iniziato a ragionare, De Rossi sì. Zeman non ha sognato di vincere un derby di Roma visto dalla Curva giallorossa prima sugli spalti e poi in campo, De Rossi sì. Zeman è un professionista e fra tot anni ripenserà alla sua carriera e non vedrà solo Roma e la Roma, De Rossi sì. Lo scrive chi non ha amato la scelta del Milan del 1997 di troncare la carriera di Franco Baresi, che pure di anni ne aveva 37 e non 29 come De Rossi, sull’altare del cavallo bianco di Fabio Capello di ritorno da Madrid. Non ho le frequentazioni romane giuste per sapere e capire se Zeman si rende conto della responsabilità che si sta prendendo, ma è giusto che sappia che è qualcosa di enorme. Gli allenatori delle squadre di calcio sono come i sindaci dei tanti comuni d’Italia: pro tempore. Passano, lavorano e vanno via. Come un territorio, con tutta la sua storia e il suo fascino, resiste al suo sindaco, anche le bandiere del calcio continuano a fendere l’aria volando più alto della traiettoria dell’allenatore di turno. Può dunque il modulo di una stagione, l’inerzia di una annata calcistica come tante altre, sacrificare una vita e un destino come quello di De Rossi? Non ho certezze e non voglio mai dare a nessuno la sensazione di avere la verità in tasca, ma i dubbi su queste questioni di fondo sì, ci sono. Tantissimi e pesantissimi.


