Siamo alle solite: clamorosi errori individuali, in difesa e in attacco regalano il derby ai nerazzurri. Stavolta con la complicità dell'arbitro Valeri. "Core ingrato" Cassano non pervenuto.
Fabrizio Tomasello
E’ stata annunciata con grande enfasi come la settimana decisiva della stagione rossonera. E mercoledì sera, al termine della partita vinta in trasferta contro lo Zenit San Pietroburgo, ogni tifoso milanista che si rispetti ha iniziato a crederci: forse è davvero arrivato il momento della svolta.
Certo, esaltarsi per una vittoria prestigiosa, ma pur sempre fortunata, contrassegnata da due autogol a favore ed almeno 5 miracoli di Abbiati a congelare il risultato, poteva essere azzardato. Serviva una controprova, una prestazione generosa e convincente anche nel secondo appuntamento della “settimana campale” della stagione rossonera, il derby.
E invece è arrivata l’ennesima sconfitta a segnare il cammino del Milan, mai come in questa stagione irto di ogni genere di ostacoli.
Nel botta e risposta del pre-partita i due tecnici, Allegri (“siamo giovani e inesperti, ma dobbiamo essere furbi”) e Stramaccioni (“di sicuro il tecnico del Milan è più esperto di me”), non perdono occasione per scaricare le responsabilità sull’altra squadra e fin qui tutto normale, fa parte del gioco delle parti.
Mister Allegri però sembra tranquillo, le sue parole pacate trasudano sicurezza, poi corroborata dalle rassicuranti notizie arrivate dal Vismara, dove Alexandre Pato, al ritorno in campo con la Primavera di Dolcetti, segna una confortante doppietta su punizione, dimostrando di essere ancora parecchio indietro di condizione, ma soprattutto di esserci. Ed è questa la cosa al momento più importante.
Almeno in avvio di gara salta il confronto tra Pazzini e l’altro grande ex, Antonio “core ingrato” Cassano, a cui il popolo rossonero non manca di riservare cori di scherno e di dileggio per tutta la durata dell’incontro.
Il tecnico livornese decide di affrontare il derby n. 207, la prima stracittadina “sintetica” della storia, con Bonera che va a coprire la fascia destra, decisione che oltre a preservare Abate da possibili contraccolpi psicologici dopo i suoi devastanti errori nei derby dello scorso anno, lascia aperta la possibilità di un cambio di assetto tattico in corso e il passaggio alla difesa a 3, provato spesso nei giorni scorsi in allenamento. Finalmente Allegri si fa apprezzare per la sua duttilità. Dall’immobilismo tattico spesso rimproverato al mister rossonero nei suoi due primi anni al Milan, siamo passati ad un vorticare frenetico di moduli che testimonia un intenso lavoro di tutta l’equipe tecnica a Milanello per garantire una squadra sempre più imprevedibile.
Il problema palesato dal Milan però in queste ultime gare è sempre il solito: assurde e clamorose disattenzioni individuali, leggerezze imperdonabili, black out incomprensibili.
Fin quando si continuano a commettere errori gravissimi, da matita blu, non c’è disposizione tattica che tenga. E in apertura di gara è proprio Abbiati, il re della serata allo stadio Petrovskij di San Pietroburgo, a rendersi protagonista di due orrori sconcertanti: il primo, uscita a vuoto su punizione dalla tre quarti, regala il vantaggio all’Inter al 3’ (guarda caso ancora un gol preso su calcio da fermo, il settimo dall’inizio di stagione), il secondo offre su un piatto d’argento a Milito la palla dello 0-2, per fortuna non sfruttato dall’attaccante argentino.
L’inizio shock di partita lascia in ginocchio il Milan per i primi 15 minuti, ma a quel punto la squadra si ricompatta e grazie a Montolivo, Emanuelsson e Bojan, inizia a costruire gioco e solamente l’imprecisione degli avanti rossoneri (ancora fragorosi errori individuali) e soprattutto l’operato a dir poco discutibile dell’arbitro Valeri mandano le squadre a riposo ancora con l’Inter in vantaggio: gran tiro di Montolivo al 15’ di poco a lato, al 29’ e al 34’ è Boateng a sprecare un paio di clamorose occasioni da gol a conclusione di due belle azioni di Bonera ed Emanuelsson. E per concludere è proprio il piccolo centrocampista olandese a dare vita all’episodio che fa schizzare in piedi tutto lo stadio San Siro, quando al 39’ il portiere Handanovic, in uscita, rovina addosso al 28 rossonero che si rannicchia per ripararsi. La palla finisce sui piedi di Montolivo che la piazza all’incrocio dei pali, ma per Valeri è fallo sul portiere e quindi il gol è da annullare, rendendo vana la prodezza del centrocampista di Caravaggio.
All’inizio di ripresa, sempre al 3’, arriva l’espulsione di Nagatomo per doppia ammonizione. Paradossalmente la superiorità numerica non sembra favorire il Milan, anzi lo blocca almeno per il primo quarto d’ora. Poi piano piano la squadra ricomincia a macinare gioco, anche se confuso e approssimativo, e pur non brillando per incisività e coralità di manovra, le azioni da gol continuano a fioccare. Al 19’ altro gol clamoroso sbagliato da Boateng dopo una respinta approssimativa di Handanovic su gran tiro dalla lunga distanza di Montolivo, e dopo appena 2 minuti azione fotocopia, stavolta il protagonista in negativo è Bojan che scivola al momento di ribadire in rete una palla a due metri dalla porta. Al 29’ tocca invece a Pazzini, entrato al posto di El92, mancare di un soffio la deviazione sotto misura praticamente a porta sguarnita; al 32’ Emanuelsson fa sfilare un pallone insidioso nell’aria piccola senza che nessuno dei rossoneri riesca a spingerlo in rete e alla fine l’arbitro Valeri ne combina un’altra delle sue, non concedendo un rigore per fallo di Samuel su Robinho a 3 metri dalla porta.
Alla fine l’Inter celebra una vittoria importante che la tiene in lotta per lo scudetto, al Milan invece resta l’ennesima sconfitta e la conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno che c’è ancora tanto da lavorare. Ma il problema della squadra resta sempre quello: il livello qualitativo dei singoli, decisamente non all’altezza delle big del nostro campionato, per non parlare delle grandi squadre europee.
Una domanda da girare ad Allegri: che fine hanno fatto Boateng e Robinho?
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