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Joao Pereira: “Giudicatemi per l’identità delle mie squadre, non per la mia età”TUTTOmercatoWEB
Oggi alle 10:53Calcio estero
di Francesco Benvenuti

Joao Pereira: “Giudicatemi per l’identità delle mie squadre, non per la mia età”

Dal Porto al record con il Casa Pia fino alla scoperta di João Mário: parla il giovane tecnico portoghese che ha stregato la Primeira Liga
Formatosi nella scuola del Porto e diventato il più giovane allenatore della storia a vincere un campionato in Portogallo (con l'Alverca, nella Liga.3, a 32 anni) ha guidato il Casa Pia a un record storico di punti. A TuttoMercatoWeb João Pereira, tecnico portoghese classe 1992, ha raccontato del suo passato e del suo presente, ma anche del lavoro condiviso con João Mário, nuovo tassello per la fascia della Fiorentina e protagonista di un assist e una traversa in Coppa Italia contro il Benevento, analizzando le sue doti tattiche e le insidie del passaggio in Serie A avvenuto lo scorso anno. In che contesto è entrato in contatto con João Mário e qual è il primo ricordo che ha di lui? Ho conosciuto João Mário durante il mio periodo al Porto, quando stava ancora crescendo e affermandosi ai massimi livelli. Quello che ricordo immediatamente era la sua capacità di dare alla squadra qualcosa di diverso sulla fascia destra. Era un giocatore coraggioso. Voleva il pallone, voleva puntare il suo avversario e non aveva paura di correre dei rischi. Anche da giovane si potevano già vedere qualità molto difficili da allenare: accelerazione, esplosività, capacità di saltare un avversario e creare un vantaggio attraverso un’azione individuale. Ma era interessante anche la sua evoluzione. È passato dall’essere un giocatore più offensivo a un terzino capace di dare alla squadra un’enorme profondità offensiva. Questo dice molto sulla sua intelligenza e sulla sua capacità di adattamento. Che esperienza è stata quella nelle giovanili del Porto? Estremamente importante per la mia crescita. Quando lavori in un club come il Porto, capisci molto rapidamente che vincere non è semplicemente un obiettivo, ma fa parte della cultura. C’è pressione ogni giorno, che tu stia allenando, giocando o preparando la partita successiva. Per un giovane allenatore, essere immerso in un ambiente del genere è come vivere un percorso di formazione accelerato. Impari la metodologia, la cura del dettaglio tattico, lo sviluppo dei giocatori e, soprattutto, la mentalità necessaria per competere ai massimi livelli. Ma forse la lezione più importante è stata capire la differenza tra voler vincere e creare, ogni giorno, un ambiente in cui vincere diventi un’abitudine. Questa mentalità mi ha accompagnato per tutta la mia carriera. Joao Mario ha chiuso la sua ultima stagione al Porto con 3 assist e 10 occasioni create in Primeira Liga, poi però in Italia cosa credi sia andato storto nel passaggio dal calcio portoghese a quello italiano? Farei attenzione all’espressione “cosa è andato storto”, perché a volte giudichiamo l’adattamento di un giocatore troppo rapidamente. Passare dal Portogallo all’Italia non significa semplicemente cambiare club; dal punto di vista tattico, può significare cambiare completamente ambiente calcistico. Le migliori qualità di João emergono quando ha libertà di attaccare gli spazi, accelerare, combinare e arrivare in posizioni avanzate. Il calcio italiano, tradizionalmente, richiede un’enorme precisione tattica ai difensori: posizionamento, distanze tra i giocatori, tempi di intervento, riferimenti difensivi e capacità di capire esattamente quando si può abbandonare la propria posizione. In Portogallo, soprattutto giocando per una squadra dominante come il Porto, un terzino può trascorrere lunghi periodi ad attaccare e a giocare nella metà campo avversaria. In Serie A, ogni movimento che fai senza palla può avere una conseguenza tattica molto più rilevante. Per questo, l’adattamento non riguarda necessariamente la qualità. Riguarda il contesto, la fiducia, le responsabilità tattiche e la continuità. João ha le qualità fisiche e tecniche per giocare ai massimi livelli. L’importante è inserirlo in una struttura che valorizzi al massimo ciò che sa fare eccezionalmente bene, continuando al contempo a sviluppare la componente difensiva del suo gioco. Che cosa potrà portare a un club come la Fiorentina? Può portare qualcosa che nel calcio moderno è sempre più prezioso: la capacità di creare un vantaggio partendo dalla posizione di terzino. Contro blocchi difensivi organizzati, servono giocatori capaci di destabilizzare l’avversario. João può farlo attraverso l’accelerazione, le sovrapposizioni e le incursioni interne, le combinazioni, le conduzioni palla al piede e gli inserimenti nell’ultimo terzo di campo. Può inoltre dare ampiezza alla squadra senza la necessità di avere un’ala stabilmente sulla fascia, creando così diverse possibilità tattiche per l’allenatore in altre zone del campo. E sa già cosa significa rappresentare un grande club. Il Porto prepara i giocatori alla pressione, alle aspettative e all’obbligo di vincere. Se la Fiorentina riuscirà a creare l’ambiente giusto per lui, penso che potrà avere a disposizione un giocatore molto dinamico, che ha ancora ampi margini di crescita. È nato nel 1992 ed è diventato il manager più giovane del Portogallo a vincere un campionato (la Liga. 3 con l’Alverca), poi ha condotto il Casa Pia al nono posto in Primeira Liga nel 2024-25, con un record di 45 punti. Cosa si prova a raggiungere certi traguardi così presto? Naturalmente sono orgoglioso di questi risultati, soprattutto perché so quanto lavoro c’è stato dietro e quante persone hanno contribuito a raggiungerli. Ma non voglio che la mia carriera venga definita dal fatto di essere giovane. Essere il più giovane a raggiungere un determinato traguardo è interessante per un titolo di giornale, ma alla fine il calcio mi giudicherà per la qualità del mio lavoro, l’evoluzione delle mie squadre, la crescita dei miei giocatori e la mia capacità di vincere. Vincere il campionato con l’Alverca mi ha insegnato a gestire la responsabilità di essere chiamato a ottenere risultati. Il Casa Pia è stata una sfida diversa: competere in Primeira Liga, costruire un’identità chiara e raggiungere il record di punti nella storia del club. Ogni esperienza aggiunge un altro tassello al mio percorso da allenatore. Ho conseguito la licenza UEFA A in Scozia e la UEFA Pro in Spagna, e questo è stato molto importante per la mia crescita come allenatore. E il calcio ti mantiene con i piedi per terra, perché il successo di ieri non ti dà assolutamente nulla nella partita successiva. Sono ambizioso. Molto ambizioso. Ma la mia ambizione è legata al miglioramento. Non voglio arrivare da qualche parte perché sono giovane o per quello che ho fatto in passato. Voglio arrivarci perché sono pronto. Il Portogallo è un contesto fertile sia per i giovani giocatori che per i giovani allenatori. Penso che ci siano ragioni strutturali e culturali. Il Portogallo è un Paese che ha imparato a sviluppare il talento perché, storicamente, non possiamo competere finanziariamente con i mercati europei più grandi. Abbiamo quindi dovuto competere attraverso la conoscenza, la metodologia, lo scouting e lo sviluppo dei giocatori. Questo crea un ambiente in cui i giovani ricevono opportunità, ma crea anche allenatori che sono costantemente chiamati a trovare soluzioni. Gli allenatori portoghesi tendono a crescere discutendo di calcio in maniera molto approfondita. Analizziamo la metodologia di allenamento, l’organizzazione tattica, le transizioni, il pressing, le strutture posizionali, lo sviluppo individuale: il calcio viene studiato molto seriamente. Anche la nostra formazione per allenatori ha avuto un ruolo importante. Ma penso che ci sia un altro fattore: il calcio portoghese ti obbliga ad adattarti. Lavori con giocatori di diverse nazionalità e con profili differenti, spesso con risorse limitate. Questo sviluppa creatività e capacità di trovare soluzioni. Per me, la capacità di adattarsi senza perdere la propria identità è una delle caratteristiche più importanti che un allenatore possa avere. Un allenatore portoghese come Ruben Amorim è appena arrivato in Italia: in comune avete il Casa Pia come punto di partenza. Che idea ha del nuovo tecnico del Milan? Ho un enorme rispetto per Rúben e per la carriera che ha costruito. Quello che apprezzo particolarmente è che ha creato un’identità molto riconoscibile. Quando guardavi le sue squadre, potevi vedere principi chiari: come volevano costruire, pressare, occupare gli spazi e attaccare. È uno dei più grandi complimenti che si possano fare a un allenatore. Le nostre carriere sono ovviamente diverse, ma il Casa Pia rappresenta un punto di contatto interessante. È un club in cui un giovane allenatore deve trovare soluzioni, comunicare in modo chiaro e valorizzare al massimo le risorse a sua disposizione. La carriera di Rúben dimostra inoltre che gli allenatori portoghesi possono essere preparati per il massimo livello già in giovane età. L’età non dovrebbe mai essere il criterio principale. Le domande dovrebbero essere: sei competente? Sai guidare le persone? Sai far crescere i giocatori? Sai creare un’identità forte? E sai vincere? Sono queste, alla fine, le cose che definiscono un allenatore. Nel corso della sua carriera è stato anche nello staff della Nazionale del Mozambico: cosa le ha lasciato quella esperienza? E cosa cerca nel prossimo capitolo del suo percorso da allenatore? Il Mozambico è stata un’esperienza estremamente importante perché il calcio internazionale ti costringe a pensare in modo diverso. A livello di club, hai il tempo di sviluppare quotidianamente determinati comportamenti. In una nazionale, il tempo è estremamente limitato. Devi individuare le idee essenziali, comunicarle in modo molto chiaro e creare connessioni tra i giocatori in un breve periodo di tempo. Mi ha dato anche un’altra esperienza culturale e ha rafforzato qualcosa in cui credo profondamente: la leadership non può essere completamente standardizzata. Devi capire le persone con cui lavori. Per quanto riguarda il mio prossimo capitolo, sono ambizioso, ma anche selettivo. Non voglio semplicemente il prossimo incarico. Voglio il progetto giusto. Voglio lavorare in un ambiente ambizioso, in cui il club voglia sviluppare i giocatori e in cui io possa costruire una squadra con un’identità forte: una squadra capace di dominare quando la partita lo permette, ma anche di essere aggressiva, intensa e adattabile. Ho già vissuto una promozione, vinto un campionato, lavorato nel calcio internazionale e in Primeira Liga. Ora voglio continuare a mettermi alla prova a livelli sempre più esigenti. In definitiva, il mio obiettivo è molto chiaro: costruire squadre che le persone riconoscano, che i giocatori siano orgogliosi di rappresentare e che gli avversari non siano contenti di affrontare.

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