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Mancini, la panchina è già a rischio. Salta se arriva il commissario. L’Italia in Turchia deve vincere e il Ct fa fuori Barella e Mancini. La guerra di Abodi contro Malagò dilania il calcio: Europei a rischio. Gilardino a Parma, ore decisiveTUTTOmercatoWEB
© foto di Federico De Luca
Oggi alle 00:00Editoriale
di Enzo Bucchioni

Mancini, la panchina è già a rischio. Salta se arriva il commissario. L’Italia in Turchia deve vincere e il Ct fa fuori Barella e Mancini. La guerra di Abodi contro Malagò dilania il calcio: Europei a rischio. Gilardino a Parma, ore decisive

Mancini è già in bilico, se la sua Italia inesistente e inconsistente dovesse perdere tutte e quattro le partite autunnali di Nations League (il rischio è altissimo) il Ct diventerebbe indifendibile. Tanto più se in Federcalcio dovesse arrivare un commissario, frutto avvelenato dell’assurda guerra messa contro il presidente Malagò sotto la regia occulta del ministro Abodi. Lo sanno tutti, le smentite di facciata lasciano il tempo che trovano. Quando il nostro calcio sembra aver toccato il fondo e speriamo di ripartire, succede sempre qualcosa di ancora peggio che impedisce le riforme, il rilancio, e tutto quello che serve a ridare un senso a uno sport ormai da troppi anni nel caos. Mancini tutto questo lo sa e si vede, non si cura delle critiche (dice lui), ma il suo ritorno con il settanta per cento degli italiani contro, che non l’avrebbero rivoluto, le polemiche che lo avvolgono e poi la squadra messa in campo contro il Belgio, uno dei primi tempi più inguardabili della storia recente della nostra nazionale, gli hanno tolto serenità. Ho sempre avuto grande stima del Mancio, ha vinto dappertutto da giocatore e allenatore, conosce il calcio e i calciatori come pochi, ho voglia di fidarmi, ma la disastrosa partita d’esordio-bis, sbagliata nella programmazione, nella gestione, fino alle sostituzioni, ma pure il suo linguaggio del corpo, mi raccontano di un uomo in difficoltà. E’ stato un azzardo riproporlo, forse anche lui avrebbe dovuto valutare il fatto di non essere amato: il peso delle responsabilità raddoppia. Dopo i soldi degli Arabi, nessuno gli perdona più nulla. Spero ancora per lui e soprattutto per l’Italia che riesca a trovare stasera in Turchia una strada, un minimo di gioco e di gruppo. Ma già l’aver fatto fuori Barella e Mancini è un segnale sul quale riflettere. Con il Belgio sono stati fra i peggiori, è vero, ma hanno l’esperienza internazionale e il carisma che servono. Se il Ct ha preso una decisione del genere è probabile che ci sia qualcosa di più e di diverso dalle rotazioni. Inoltre il Ct non può dire, per giustificarsi, che non ci sono più i talenti, lo sappiamo da anni, lo sapeva anche Gattuso che pure il gruppo l’ha creato e un’anima alla nazionale l’ha data subito, fino ai rigori con la Bosnia. Silvio Baldini un senso e un’anima anche lui le ha date nelle due amichevoli vinte a giugno. Qui che succede? E’ vero che i giorni di lavoro sono stati pochi e nessuno fa miracoli, ma i segnali di una difficile fusion fra i giovani (alcuni proposti come Zoma non sembrano pronti) e i più esperti sono evidenti. Il tempo poi è un concetto relativo, nello sport contano i risultati e soprattutto i progressi. Ripeto: spero che stasera la Nazionale mi smentisca, che ci faccia ricredere. E’ quello che tutti aspettiamo, prima del gioco vogliamo una partita di orgoglio, di carattere, di determinazione, serve l’elmetto in Turchia e non gente che firma il cartellino e gioca in punta di piedi per non farsi male. In attesa, poi, di capire cosa succederà nei Palazzi del Potere politico (Abodi) e sportivo (Coni Bonfiglio) coalizzati contro Malagò però strenuamente difeso dal mondo del calcio, in primis dal presidente della Uefa Ceferin che ha ricordato neppure troppo velatamente che se la politica dovesse interferire nello sport per far cadere il presidente della Federcalcio, l’Italia potrebbe perdere gli Europei del 2032. Quello che sta succedendo è noto. Il ministro Abodi che ha tollerato per anni che il calcio affondasse con un inquietante silenzio sulla presidenza Gravina che ha portato a due mancate qualificazioni mondiali e al disastro attuale, non ha tentato, forse non ha neppure pensato, un modo per commissariare, per far cadere o dimettere il presidente precedente. Arriva Malagò, il dirigente più capace, basta vedere cosa ha fatto, più vincente della storia del Coni, più conosciuto e carismatico a livello internazionale (soltanto ieri a Baku ha chiuso un contratto di cooperazione per tre anni più due tra le nazionali e la Socar, una delle compagnie energetiche più importanti del mondo, proprietaria dell’Ip) e si scatena l’inferno. E’ arrivato un esposto, Malagò non è tesserato federcalcio, per questo cavillo si vuol far saltare la sua elezione, senza ricordare che per la Federcalcio la norma del Coni che prevede il tesseramento, non è nello statuto, ampiamente superata dall'accreditamento dei candidati proposti dalle singole componenti al momento delle elezioni. Nessuno dei presidenti precedenti, né Abete, né Gravina, era tesserato. Malagò è stato proposto candidato dalla Lega di serie A e questo per la Federcalcio è dirimente, poi è stato eletto democraticamente con quasi il settanta per cento dei voti. Quando il ministro e il presidente Bonfiglio dicono che le regole vanno rispettate bisognerebbe anche aggiungere sempre e non solo quando fa comodo per sostenere una battaglia ad personam. Il ministro punta dritto al commissariamento, ci sono già organigrammi più o meno veri che girano. A decidere sarà la giunta del Coni dopo queste partite dell’Italia, con fior di pareri di insigni giuristi da una parte e dall’altra, per valutare fino in fondo la regola, le normative, le eccezioni, i precedenti, i comportamenti, le casistiche, tutto quello che serve e deve aiutare a ottenere un parere equo. La speranza, per l’autonomia dello sport, è che non si entri in conclave con un’idea, ma si vada ad analizzare e verificare fino in fondo, non si cavalchi l’onda politica che sarebbe un pericolosissimo vulnus. Se la giunta dovesse esprimersi per la decadenza di Malagò si profila un’altra guerra fatta di ricorsi a tutti i livelli da parte della Federcalcio che rischierebbe di paralizzare il mondo del calcio. Compresi il lavoro e la eventuale posizione di Mancini. Una roba che il Paese non può permettersi. Intanto, a proposito di decisioni discutibili, è saltata un’altra panchina, la terza. Il primo è stato Grosso, licenziato dalla Fiorentina dopo che il direttore sportivo che l’aveva scelto (Paratici) gli ha curiosamente costruito una squadra con giocatori molto poco adatti al calcio che voleva fare l’allenatore. Colpe almeno da dividere a metà. Il secondo è stato Tedesco a Bologna e anche qui c’è qualcosa che non torna. A parte la rosa in due anni indebolita e non di poco, con tutto il rispetto di un grande come Sartori, Tedesco faceva un calcio completamente diverso da Thiago Motta e da Italiano. Non ci azzeccava nulla. Infatti ora hanno preso Palladino che dovrebbe essere più adatto alla rosa che c’è. Ieri è toccato a Cuesta, discusso a Parma fin dal sorprendente arrivo in Italia e non soltanto per i suoi trent’anni. Il curioso paradosso di un allenatore spagnolo che gioca strenuamente all’italiana, non ha mai convinto fino in fondo nonostante i risultati (salvezza senza problemi) dell’anno scorso. Quest’anno la partenza è sembrata più complicata del dovuto, senza ricordarsi di aver venduto i giocatori migliori, nel mirino è finito l’allenatore e forse anche il suo gioco. Arriverà il grande ex Gilardino, cinquanta gol con la maglia del Parma? Probabile, si deve liberare dal Pisa. Più defilato Pioli che avrebbe declinato l’ipotesi di un ritorno.

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