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Juve: il “perdente” Sarri e la verità sul bel gioco che manda in crisi i bianconeri (e i loro critici). Inter: occhio alla frenata ma soprattutto ai disfattisti (e su Eriksen...). Milan: contano solo i punti. Lazio: l'esempio MilinkovicSavicTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Alessio Alaimo
martedì 18 febbraio 2020 07:24Editoriale
di Fabrizio Biasin

Juve: il “perdente” Sarri e la verità sul bel gioco che manda in crisi i bianconeri (e i loro critici)....

C’è della gran tensione. E stiamo parlando di Bugo e Morgan che si dicono addio. No, non è vero: di Benji & Fede che si dicono addio. No, non è vero, della lotta allo scudetto che è bellissima. Questo è vero. Ma prima vi diciamo tutto quello che sappiamo di Benji & Fede: non c’entrano con Holly e Benji. Fine delle cose che sappiamo di Benji & Fede. Ma veniamo al calcio, che ci tocca scrivere dopo Milan-Torino ed è tardissimo.

La prima cosa che ci viene da scrivere è che, come sempre, abbiamo la memoria corta dei pesci rossi (ne parliamo anche in fondo): oggi l’Inter non vale niente (“ha perso con la Lazio e Conte non cambia mai modulo”), settimana scorsa era la Juve (“ha perso con il Verona e Sarri capisce poco”) e due settimane fa la Lazio (“Son bravi ma prima o poi crollano”). Puntiamo tutto sull’ultimo risultato, siamo fatti così.

Prendete Sarri. È primo, lo dice la classifica, ma non va bene. È in semifinale di Coppa Italia con un piede in finale, ma non va bene. È agli ottavi di Champions, ma non va bene. Non va bene, non va bene, non va bene. Va talmente male che c’è chi parla del “sostituto”: “Hanno già deciso per Guardiola. Oppure Zidane. Ballottaggio Zidane-Guardiola”. C’è della follia in tutto questo, ma il fatto è che c’è chi abbocca e, quindi, vale tutto. Sarri sta facendo bene, è in testa alla classifica, può ancora vincere ogni cosa. Manca il bel gioco? È vero, del resto lo ha ammesso lui stesso sottolineando le individualità dei bianconeri. È così importante? Forse, ma mai come i risultati, quelli vengono prima di tutto. 

Che cosa si può dire ancora della Lazio? Che è stata costruita con due spiccioli rispetto alle corazzate cui tiene testa? Che è guidata da un allenatore per caso, benedetto dal colpo di testa del “Loco” Bielsa? Ne abbiamo parlato tante volte. Teniamo solo un eventuale spogliarello di Lotito in caso di scudetto. Due parole su Milinkovic-Savic, giocatore superiore. Lo avevano valutato più di 100 milioni. Altri nel suo caso avrebbero fatto i capricci pur di andare via, lui no, ha avuto un periodo di appannamento (ma non di scarso impegno) e ora è tornato ad essere il fenomeno che è. "Alla Lazio l'idea di famiglia deve prevalere su tutto". Quando parli con Lotito ti dice così. I fatti dicono che i suoi giocatori sono anche bravi uomini.

Di certo Gattuso non è arrivato a Napoli per caso. De Laurentiis cercava una cura per gli alti e bassi della sua squadra, l’ha trovata - almeno per il momento - nell’allenatore specializzato in "situazioni complicate". Tra una settimana arriva la sfida impossibile con il Barcellona, ma se lo chiedete a lui che ha vinto un Mondiale vi dirà che di impossibile non c'è (quasi) nulla.

La notizia della settimana è l’esclusione del Manchester City dalle prossime due Champions League. In attesa del ricorso - attenti al Tas -, possiamo finalmente dire: “Allora il fair play esiste per davvero!”. Per anni abbiamo sentito tifosi scontenti dire “Suning non compra perché è tirchio”, “Elliott non spende perché non gli interessa”. L’Uefa ci ha messo un po’, ma alla fine si è fatta sentire. Tanto che ora - secondo la Gazzetta dello Sport - starebbe studiando anche una manovra anti plusvalenze fittizie. C’è chi trema, ma ci rimane una domanda: se c’è stato bisogno di Football Leaks per svelare le sponsorizzazioni fittizie del City (erano sotto gli occhi di tutti), chi potrà giudicare se il prezzo di un giocatore è congruo oppure no?

Il Milan? Quella con il Torino è stata una partita brutta, ma in certi casi contano solo i punti: i rossoneri li hanno portati a casa, i granata no e ora rischiano per davvero.

Chiusura d’obbligo sull'Inter, con quattro righe scritte per Esquire.it
Saluti a voi che siete arrivati fino a qua.

L’Inter ha perso, è vero, è non è stata una questione di sfortuna: la Lazio ha meritato, in questo momento è più squadra, ha un centrocampo più forte, fisicamente sta meglio e tutto quello che vi pare. Questo però non significa che il mondo sia finito. E voi direte: “L’Inter – secondo tempo con il Milan a parte - non funziona da un mese abbondante”. E così è. Ma sapete che c’è? È tutto normale e l’anormalità, al limite, è che la squadra di Conte sia a soli tre punti dalla vetta.

Ora vi sveleremo un segreto inconfessabile, qualcosa di molto simile a uno vero e proprio scoop: l’Inter non è una squadra perfetta e, anzi, ha ancora molti difetti. Incredibile vero? Funziona solo se tutti sono in gran forma e galoppano per 90 minuti, non gioca un gran calcio, balbetta contro le squadre che giocano “a specchio”. Questo significa che sia tutto da buttare nel cassonetto dell’umido? Giammai! Questa è una squadra che è esatta espressione del suo tecnico, una squadra perfettamente “contiana”; può perdere a Roma con la Lazio e magari farà fatica ancora, ma ha nel suo dna la più importante delle prerogative per crederci fino in fondo: attributi grossi come palloni da basket.

L’Inter farà il suo fino al termine della stagione e magari alla fine non vincerà una mazza, ma difficilmente avrà rimpianti. Quelli, i rimpianti, al limite turberanno il sonno di coloro che pensano che lo scudetto non sia una possibilità regalata dai fisiologici rallentamenti della Juve (ha scelto un tecnico che fa a pugni con la sua tradizione pallonara, ha sbagliato qualcosa sul mercato), bensì un obbligo determinato dal fatto che dispone del tecnico più pagato in assoluto che “deve farci vincere per forza! E deve far giocare Eriksen!”.
Ecco, Eriksen. Siamo già al processo. Qualcuno diffida del giocatore (“mah, vuoi vedere che in fondo è una pippa?”), altri se la prendono con l’allenatore (“Ma lo vuol mettere titolare o no?”), nessuno osserva il calendario: questo qui è arrivato a Milano tre settimane fa. Non un anno fa, 21 giorni. E se il precisino la butta su Sneijder che “fu subito decisivo nel derby!”, ricordategli che il modo di dire “l’eccezione conferma la regola” sarà pure trito e ritrito, ma vale assai. E l’eccezione è un giocatore che arriva e da subito fa faville, mentre la regola è che ci voglia un minimo di tempo prima di far quadrare le tessere del puzzle. Arriverà il momento di Eriksen, e arriverà presto: statene certi. 
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