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Troppe incomprensioni fra Malagò e la Serie A, Galliani è una garanzia. Basta perdere tempo

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Ivan Cardia
Oggi alle 14:36Serie A
autore Ivan Cardia
24.10.2026 14:36Serie A
Il massimo campionato è pronto a virare: dopo aver voluto e appoggiato Malagò, prende quota l'ipotesi che porta a Galliani
www.imagephotoagency.it
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Faccio, disfaccio e rifaccio. La Serie A ha il cerino in mano, ma fatica a farsi prendere sul serio. Dopo essersi affidata a Giovanni Malagò, ha scoperto l’acqua calda: chi ha costruito un’intera carriera sportiva di successo sul decisionismo più assoluto ha continuato a fare… come ha sempre fatto, di testa sua. In appena quattro mesi - cioè dal 22 giugno, data dell’elezione con percentuali bulgare, a oggi - le incomprensioni con i presidenti del massimo campionato, che avevano scelto Malagò come successore di Gabriele Gravina già immaginando il fallimento di Zenica, sono state innumerevoli.

Tutti i nodi della A

La madre di tutte le incertezze è stata la scelta del commissario tecnico: chi ha voluto Malagò in FIGC voleva anche che puntasse su Antonio Conte. L’ex presidente del CONI, l’ha ribadito oggi, voleva Roberto Mancini e alla fine l’ha richiamato, seguendo una strada tortuosa che è passata dai 15 giorni in cui il pallone italiano si è immaginato nella testa del duo Maldini-Leonardo e addirittura con Pep Guardiola in panchina. L’altro casus belli ha riguardato la nomina di Diana Bianchedi come capodelegazione della Nazionale, non capita né nella forma né nella sostanza. E poi ci sono state vicende collaterali, da ultimo Signori in U-20. Nel mezzo, anche qualche recriminazione un po’ pretestuosa, come quando la Serie A si è risentita per l’appoggio tolto a Gianni Infantino, salvo poi allinearsi poche settimane dopo. E sullo sfondo la questione del segretario generale, un ruolo tecnico ma diventato divisivo nel momento in cui sarebbe dovuto andare a Giancarlo Viglione e, soprattutto, nel momento in cui Malagò - forse poco convinto, chissà - non l’ha nominato sin da subito, trascinando la vicenda finché non è arrivata al punto di rottura per tutti. Più dei singoli nodi, la sensazione è di una crisi di rigetto. Non proprio inattesa, se si pensa che otto anni fa Malagò aveva fatto il commissario della Lega Serie A e se ne era andato definendo, in un’intercettazione, dei “delinquenti veri” i presidenti del massimo campionato. Insomma, forse ce lo si poteva immaginare.

Adriano Galliani è una garanzia per tutti

Il pallino, comunque, resta in mano alla A. Prima del commissariamento, nonostante alcuni club avessero trovato accordi per avere Ezio Simonelli come vicecommissario di Luciano Buonfiglio, da Via Rosellini è partita una presa di posizione molto netta, in sostanza in favore di Malagò. Non ci fosse stata, probabilmente l’era Malagò sarebbe già finita. Chi quella dichiarazione non l’avrebbe voluta - Percassi, Marotta, per dirne due - l’ha ingoiata e poi ha iniziato a remare in altra direzione, puntando a un’altra idea primaverile: Adriano Galliani, il dirigente italiano più vincente di sempre. A marzo aveva declinato, ora pare pronto, a patto di non vivere una sfida elettorale: il candidato lo deve esprimere la A (c'è tempo fino al 4 novembre, sono partite le raccolte firma parallele). Galliani, che non è certo uno pronto a farsi controllare da nessuno (come si è dimostrato anche Malagò, peraltro), è il profilo perfetto: ha vinto in tutte le categorie, ne conosce pregi e virtù. Sa coniugare dimensione politica e manageriale, e poi è una garanzia per tutti. Per la Serie A, di cui sarebbe espressione. Ma anche - senatore di Forza Italia - per il governo, che, non è un mistero, vede Malagò come il fumo negli occhi e con il Condor in Via Allegri potrebbe dare aperture su concessioni economiche. E anche, va detto, per chi sogna la poltrona federale nel 2029, quando, al termine del quadriennio olimpico, ci saranno nuove elezioni: Malagò apriva un ciclo, Galliani a quella data avrà quasi 85 anni e difficilmente punterà alla rielezione.

Ma basta perdere tempo

Viva Galliani, insomma. Ma il punto è che in questa vicenda si è parlato tanto di nomi e di procedure, ma nulla di riforme. Da Zenica a oggi, a parte chi occupa determinate posizioni, il calcio italiano non è cambiato di una virgola. La Nazionale può andare meglio, ma la macchina federale è completamente congestionata e non si è visto nemmeno un progetto di dove andare a parare. La Serie A deve rimanere a 20 o scendere a 18? Le seconde squadre cosa faranno? Gli arbitri diventeranno professionisti? Tutte questioni irrisolte. Il punto, in fin dei conti, non è Malagò (mai darlo per morto, la vicenda commissariamento lo insegna) o Galliani. È che in tutte queste beghe e bagattelle, che hanno ridotto il futuro del pallone italiano a un porta a porta tra chi raccoglie più firme, s’è perso un sacco di tempo. E la notizia è una sola: non l’avevamo.

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