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Da 0 a 10: la rivolta popolare contro Insigne, le scoperta choc, il massacro mediatico di Milik e il disastro Koulibaly

Inizia male l'avventura Gattuso al Napoli: sconfitta col Parma. Insigne fischiato, Milik illude e Mertens dalla panchina prova a riaccendere la fiammella
15.12.2019 13:17 di Arturo Minervini    per tuttonapoli.net   articolo letto 991 volte
Da 0 a 10: la rivolta popolare contro Insigne, le scoperta choc, il massacro mediatico di Milik e il disastro Koulibaly
© foto di Insidefoto/Image Sport

Zero punti. Bisogna prima di tutto confrontarsi con questo fatto ed interrogarsi sulle scelte bislacche e sfilacciate di questa squadra nei momenti decisivi. Black-out emotivi che sembrano non avere spiegazione, che affondano radici nelle sfere profonde dell’inconscio. Chiamatela paura, codardia, svagatezza. Anzi, cercate un termine che le racchiuda tutte. Perché l’errore colossale in questa fase sarebbe pensare che il Napoli abbia un solo problema, che la radice di questa crisi sia meno profonda di quanto invece è. “Anche il capitano del titanic disse ‘È solo un rumorino’” (cit.)

Uno il punto che poteva essere portato a casa, perché semplicemente è sempre meglio di zero come due era meglio che one in un famoso spot degli anni ‘90. Nel finale di gara si perde ancora la bussola, Meret si sbraccia come un operatore aeroportuale per far notare ai compagni che Gervinho è stato dimenticato come Macaulay Culkin prima delle vacanze di Natale. Quello è lo specchio di questa squadra, in cui ogni parte non è collegata: gambe, cuore e testa sono entità autonome, sinestetiche espressioni contrastanti che conducono ad uno stato emotivo disastrato. Quando sei martello batti, quando sei incudine… Ci siamo capiti.

Due gol nati da due scivoloni. Riassunto in movimento della stagione azzurra: il terreno che viene a mancarti sotto a passi affannati, che cercano invano di recuperare terreno. Poi la sensazione di vuoto, la paura che si materializza in un avversario che scappa verso la tua porta. Sembra estrapolato da un trattato di psicologia questa stagione azzurra, nella parte dove si studiano le possibili cause della pazzia. Un’annata che sta diventando più estenuante del tentativo di guardare The Irishman in un colpo solo.

Tre-tre: come 33 tiri. Trentatre. Tutta la filosofia riversata in abbondanza dai sapientoni di turno si inchina, almeno in parte, a questo dato impietoso. Se tiri 33 volte in porta e segni 1 gol vuol dire che il problema è grave. Reiterato. Irrisolto. Poi c'è tutto il resto, ma non si possono sprecare così tante occasioni. Perché la vita è cinica e gli sbagli te li fa notare sempre con evidenziatori belli spessi. Evidenziatori che dovrebbero aiutare il Napoli ad imparare una lezione che proprio non si vuole ficcare nella testa. 

Quattro gol in stagione, uno solo su azione in campionato segnato alla prima giornata il 24 agosto. Insigne annaspa in un mare di dubbi come l’Amleto di Shakespeare, sopraffatto dall’incapacità di essere quello che vorrebbe essere per il suo Napoli. Dissidio interno, profondo, che esplode con tutta la sua forza nei distruttivi fischi che arrivano al momento del cambio. Sulla sua testa, tenuta in mano come fosse un teschio al quale chiedere consiglio, pesa il gol divorato al minuto 33’: Milik si traveste da Agostino Di Duccio e scolpisce il primo marmo del David, ma Lorenzo non fa come il Michelangelo e trasforma l’opera da potenziale capolavoro in disastro assoluto. 

Cinque ko in campionato, tre al San Paolo contro avversai del calibro di Cagliari, Bologna e Parma. Questa cattiva abitudine, l’esercitare con così assidua frequenza il muscolo della sconfitta è l’aspetto più inquietante e preoccupante. C’è una misteriosa tendenza all’oscuro, un obsoleta pratica arrendevole che rappresenta novità assoluta nell’ultimo decennio azzurro. Invertire un destino che ti stai costruendo con le mani sporche di incoerenza, non è semplice come si possa pensare. Servirà un grande sforzo ed una grande voglia di riconoscere gli errori commessi. Da parte di tutti. 

Sei minuti e Kalidou lascia il campo dopo aver combinato il pasticcio. Iconica l’immagine del gigante che si accascia al suolo dopo aver provato a rimediare al suo stesso errore, una caduta degli dei rivisitata in chiave calcistica. Un segmento dai forti contenuti emotivi, che non può però spostare l’attenzione da quello che accade poco prima: il Napoli che prende gol per un errore individuale di quello che per anni è stato il suo ultimo baluardo, la certezza assoluta, la fede profonda ed inviolabile. Un credo che adesso barcolla, sotto i colpi del tempo e di una stagione che sembra incardinarsi alla perfezione nei canoni di un incubo vissuto ad occhi spalancati. "Se tendi la corda oltremisura si spezzerà ma se la lasci troppo lenta non suonerà”. Quello che continua a mancare è il giusto equilibrio, personale e di squadra.

Sette alle parate di Meret, che prova a tenere in piedi il castello di sabbia minacciato dalle onde. Con due interventi felini respinge i tentativi a botta sicura di Gervinho, si arrende solo al terzo tentativo senza avere possibilità di fare altrimenti. Deve essere davvero complicato convivere con questa costante insicurezza, di una squadra che concede più occasioni di una smielata commedia sul sogno americano. Portare certi pesi non è semplice, farlo ad una così giovane età è sintomo di una grandezza quasi non replicabile.

Otto alle memorie iberiche, che come quelle di una geisha sottostanno ad una semplice regola: “Anche un sasso viene consumato da una pioggia troppo forte”. Callejon e Fabiàn, Fabiàn e Callejon: così distanti per caratteristiche, accomunati da un ricordo glorioso che pare adesso quasi illazione immotivata analizzando un presente a tratti inspiegabile. Appoggiati sulle coste degli eventi come il Santiago di Hemingway alla ricerca di qualcosa che non abbocca mai, alle prese con cattivi pensieri che hanno la stessa madre: contratti che andavano rinnovati. 

Nove gol in stagione in 689 minuti: uno ogni 76,5 minuti. Ci sarebbero troppe cose da argomentare sul massacro mediatico a cui Milik è stato sottoposto in questi anni, speso trattato con termini più affini ad una puntata di Dottor House che ad un’analisi calcistica. Arek ha combattuto una sorte infausta sempre con il fioretto, eleganza quasi inopportuna da accettare in un corpo da centravanti vero. Trovare uno che nella stessa gara possa apparecchiare una tavola gourmet con l’assist ad Insigne e scaraventare di prepotenza in rete il cioccolatino di Mertens è roba rara. Rarissima. Eppure deve sempre convivere con quel sentimento di “pretenziosa adeguatezza” che Woody Allen ha raccontato alla perfezione nel suo ultimo film ‘Un giorno di pioggia a New York’. Milik è un Acceleratore di particelle calcistiche: con lui in campo accadono sempre ‘cose’, tante ‘cose’. In gran parte positive per lui e per i compagni. Si riparte da questo ragazzone qui. 

Dieci alla sindrome del giocatore. “È forse possibile accostarsi al tavolo da gioco senza farsi immediatamente contagiare da superstiziosi presentimenti?” scrive Dostoevskij nel suo capolavoro. Ecco. Il Napoli ha proprio quel tipo di patologia: uno scommettitore a cui sono andate male tutte le ultime giocate e cerca di rifarsi. E perde ancora, ancora, e ancora. Lucidità che svanisce inseguendo un colpo fortunato alla roulette o una carta buona da un tavolo verde che invece si accanisce e tira fuori la parte peggiore di te. È un Napoli indebitato col proprio passato, con doveri inespressi, con promesse infrante bilateralmente. Una condizione di agitazione che impedisce ogni passo in avanti, perché le gambe sono incatenate ad un autolesionismo che alla fine ti consuma. Bisognerà azzerare ogni debito, guardarsi in faccia e scoprirsi uomini nuovi, senza più conti da regolare.


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