35 anni fa la Cavese...
Sono passati trentacinque anni. È storia giovane, ma pur sempre storia e, quindi, un passato lustre e illustrato, da conservare e tramandare ai posteri.
Storia, con la “S” maiuscola, scolpita nella memoria di generazioni vecchie e nuove, da quella foto del tabellone elettronico dello stadio “Meazza”, immortalato alle ore 15.46, pochi attimi dopo il 2-1 di Mimmo Di Michele, un preciso colpo con la fronte che aveva lasciato impietrito Ottorino Piotti.
Uno scatto da Premio Pulitzer a tinte biancoblù, che ancora oggi, in tanti, usano come sfondo del loro modernissimo smartphone. Un vintage sempre di moda.
La formazione? I tifosi aquilotti, di ieri e di oggi, la recitano a menadito: Paleari, Gregorio, Pidone, Bitetto, Guida, Guerini, Cupini, Piangerelli, Di Michele, Pavone, Tivelli.
Si erano dati appuntamento con la storia e non lo sapevano, quegli undici atleti in maglia bianca e pantaloncini blu. Come pure i quasi cinquemila cavesi che avevano raggiunto Milano con tutti i mezzi di locomozione possibili. Nave esclusa.
Si ritrovarono al 90’ tutti abbracciati. In campo e sugli spalti. Facce sospese tra la realtà e il sogno, rivolte a quel tabellone lassù, da guardare e riguardare, fino a stropicciarsi gli occhi.
L’inconfondibile baffetto di Piero Santin, ancora bagnato da qualche goccia di sudore, spiccava in quel groviglio di uomini in maglia bianca che si stringeva in campo al fischio finale del trevigiano Falzier.
Le braccia al cielo di Roberto Pidone, per nulla scalfito dalla “battaglia” con Aldo Serena, quasi sembravano unirsi a quelle dei tifosi festanti nello spicchio di curva di quel l’immenso stadio. Era diventato di colpo un gigante anche il minuto magazziniere Beniamino Pisapia, che petto in fuori e occhi al cielo, quasi volava sul prato meneghino.
Istantanee di un pomeriggio di autentica follia calcistica, che aveva reso possibile l’impossibile. Il grande Milan di Piotti e Baresi, Pasinato e Jordan, Damiani e Cuoghi si era arreso alla piccola e sconosciuta Cavese. Clamoroso al Meazza!
Quel successo ancora oggi, a distanza di 7 lustri, inebria; inorgoglisce; emoziona.
A Cava si tramanda di padre in figlio, come il pistone che si spara alla Disfida di luglio; la scarpinata di maggio sul Monte Falesio, per raggiungere il Santuario dell’Avvocata; lo struscio serale sotto i secolari portici.È l’origine del blasone; il certificato di garanzia della qualità del calcio metelliano; il trofeo più luccicante della bacheca. Ma pure una prigione dorata, dalla quale, chi ha vissuto di persona quel pomeriggio, non è più voluto uscire.
Decidendo deliberatamente di vivere di ricordi. Belli e irripetibili.
Rimanendo a vita su quei gradoni del “Meazza”, di quel freddo e pazzesco 7 novembre 1982.


