2 anni di silenzio, è la società a soffrire della "sindrome rancorosa del beneficiato"?
Il problema non è soltanto la doppia retrocessione, né esclusivamente i risultati sportivi culminati quest'anno con il terzo flop tecico consecutivo. A preoccupare una parte consistente della tifoseria granata è soprattutto il silenzio. Un silenzio lungo ormai quasi due anni e che rischia di alimentare ulteriormente la distanza tra proprietà e ambiente.
Danilo Iervolino non parla pubblicamente ai tifosi dall'estate del 2024, quando la Salernitana era reduce dalla dolorosa retrocessione dalla Serie A e da settimane caratterizzate da tensioni e polemiche, culminate anche in una dura contrapposizione con una parte della stampa locale. Da allora, nessuna conferenza stampa, nessun confronto diretto, nessuna occasione pubblica per spiegare programmi, errori e prospettive.
Una scelta comunicativa che sorprende ancora di più se si considera quanto accaduto negli ultimi mesi. Nonostante una stagione complicata e una lunga serie di promesse rimaste disattese, la tifoseria ha comunque dimostrato attaccamento e senso di appartenenza. Nei playoff la risposta dell'Arechi è stata ancora una volta significativa, un segnale d'affetto e vicinanza che avrebbe meritato un riscontro diverso da parte della proprietà.
In una piazza passionale come Salerno, il dialogo rappresenta un elemento fondamentale. I tifosi non pretendono necessariamente vittorie o promesse irrealizzabili, ma chiedono chiarezza, presenza e assunzione di responsabilità. Chiedono di conoscere la visione del proprietario e di comprendere quali siano le reali intenzioni per il futuro del club.
L'unico intervento pubblico di Iervolino dopo mesi di assenza risale al febbraio del 2025, attraverso una lunga intervista concessa esclusivamente ai canali ufficiali della società. Un intervento che, anziché rasserenare il clima, finì per alimentare ulteriori malumori. Molti tifosi lo interpretarono come un monologo privo di contraddittorio, lontano dalle domande che la piazza avrebbe voluto porre e incapace di affrontare fino in fondo le criticità del momento.
Da allora il silenzio è tornato a dominare la scena. Nel frattempo la Salernitana ha cambiato dirigenti, allenatori e strategie tecniche, ma la figura del presidente è rimasta sempre più distante dal dibattito pubblico.
Eppure la storia del calcio insegna che nei momenti più delicati la comunicazione conta quasi quanto i risultati. Un presidente può commettere errori, può fare valutazioni sbagliate o vedere sfumare obiettivi importanti. E nessuno gli ha mai disconosciuto gli investimenti fatti soprattutto nei primi due, straordinari campionati della sua gestione. Forse i più emozionanti della storia. Quello che difficilmente viene perdonato da una tifoseria è però la sensazione di essere ignorata al netto di un dialogo che, sotto traccia, è ripreso nelle settimane scorse e che ha comportato un parziale passo indietro rispetto alla nota volontà di cedere.
Per questo motivo appare sempre più incomprensibile l'assenza di un confronto diretto con la città. Dopo la retrocessione, dopo le promesse non mantenute e dopo i segnali di sostegno arrivati dagli spalti, sarebbe auspicabile un cambio di rotta. Non per alimentare polemiche, ma per ricostruire quel rapporto di fiducia che negli ultimi mesi si è progressivamente logorato. Dipende solo da lui, ancora una volta, C'è tutto per ricucire lo strappo e per ripartire con presupposti diversi cancellando questo triennio disastroso per tutti.
Perché la Salernitana non è soltanto una società di calcio. È una comunità, una passione collettiva, un patrimonio emotivo che vive attraverso il legame tra squadra, proprietà e tifosi. E nessun progetto di rilancio può prescindere da un dialogo autentico con la propria gente.
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