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INCHIESTA TLP - Quando la scuola italiana dettava legge: Ezio RossiTUTTOmercatoWEB
Ezio Rossi
© foto di Marco Farinazzo/TuttoLegaPro.com
lunedì 22 settembre 2014, 09:00Interviste TC
di Daniele MOSCONI
per Tuttoc.com

INCHIESTA TLP - Quando la scuola italiana dettava legge: Ezio Rossi

Prosegue con questo secondo appuntamento, l'inchiesta di TuttoLegaPro.com sui tanti errori che stanno funestando le prime domeniche di campionato in Lega Pro. Se nell'intervista di ieri [leggi qui], abbiamo analizzato il momento del calcio italiano dagli occhi di un portiere, Luigi Turci, attuale preparatore dei guardapali grigiorossi, oggi parleremo di questo problema con un allenatore. Ezio Rossi negli anni '80 ha giocato in serie A, tra gli altri, con il Torino e come difensore sapeva farsi rispettare, andando oltre i propri limiti tecnici, ingaggiando dei veri e propri duelli rusticani con i vari Van Basten, Vialli, Giordano, Careca e Diaz, tanto per dirne alcuni.

Appesi gli scarpini al chiodo ha intrapreso la carriera da allenatore, rimanendo a piedi in questo primo scorcio di stagione, dopo la retrocessione (arrivando in corsa) di Cuneo nello scorso campionato.

Si è subito reso disponibile per darci il suo punto di vista sul problema, in esclusiva per TuttoLegaPro.com.

Mister, parlando con Turci, l'ex portiere, ci ha parlato di "mancanza di tecnica di base" su alcuni errori che commettono gli estremi difensori. Spostando la domanda sulle difese, può anche esserci qui un problema di "tecnica di base"? Nei settori giovanili cosa viene insegnato per arrivare nelle prime squadre con queste carenze?

"Qui c'è da fare una premessa: se noi facciamo riferimento al calcio di vent'anni fa, ci sono tanti fattori da valutare: io non sono un nostalgico di quei tempi. Ci sono tanti miei coetanei che dicono: una volta eravamo più bravi. Io dico di no. Parlando di livelli massimali, sono più bravi di noi. Si allenano in maniera diversa, curano il fisico in modo differente, giocando ad una velocità maggiore rispetto a quando c'eravamo noi. Andando al problema attuale, credo che nei settori giovanili si è pensato troppo ad indrottinare tatticamente i ragazzi, perdendo alcune nozioni basilari per la crescita di un giovane. Sul piano delle capacità difensive, i giocatori di adesso, sono migliori a livello tecnico. Faccio un altro esempio: spesso si dice di quanto sia bravo un giocatore ad impostare il gioco. Una volta, tornando al passato, ce n'era solo uno che sapeva farlo, in particolar modo quando si giocava a uomo, ed era il libero, mentre gli altri dovevano quasi esclusivamente pensare ad annullare l'avversario. Ecco che, secondo me, per certi motivi si è andati ad eliminare certe capacità che erano curate in maniera meticolosa. Penso alla marcatura, la capacità di anticipare gli avversari, leggere le situazioni senza bisogno della tattica. Per noi c'era la tattica individuale, non collettiva. Questo faceva si che tu eri preparato alle variabili della partita, adattandosi alle varie situazioni. Se parliamo individualmente, una delle caratteristiche fondamentali che deve avere un difensore deve essere l'attenzione. E' una delle doti che va sviluppata. Spesso capita che ci sono difensori belli da vedere, ma peccano di attenzione. Posso fare l'esempio di Mexes del Milan. E' il classico giocatore bello da vedere, ma nell'arco dei novanta minuti ti concede due occasioni clamorose. Probabilmente lui, come tutti quelli che sanno di essere forti, ha quegli attimi di distrazione che lo fregano. Mentre quelli come me, che sapevano di essere lenti, si sforzavano di essere più attenti. Ad esempio, io dico spesso ai giocatori che corrispondono alle qualità di un Mexes: ricordati che tu sei forte, veloce, però nell'arco di un campionato, tu troverai quei quattro, cinque giocatori più forti e veloci di te. Per questo non devi mai calare con la concentrazione".

Il gioco a uomo responsabilizza maggiormente.

"Si, sono di questo parere. Mentre oggi, con il gioco a zona c'è la rincorsa all'alibi: pensavo che quel compagno era dietro di me. Mentre una volta quando l'attaccante ti fregava, c'era il libero che metteva una pezza. Ecco che ci sono parecchi errori difensivi in più. Non bisogna dimenticare che gli attaccanti oggi hanno una mobilità diversa rispetto ad un tempo. Adesso la punta deve essere completo. Una volta gli si concedeva molto nell'aspetto del gioco e del fisico: il loro ruolo non richiedeva, come oggi, il rincorrere l'avversario. Detto questo, se io avessi a disposizione una squadra giovanile, ogni tanto li farei giocare a uomo, almeno fino agli Allievi. Fino a quell'età, i ragazzi assimilano di più. Mentre adesso si guarda altro, non curando l'aspetto didattico".

Quando capita un giovane in una prima squadra di Lega Pro che ha queste carenze di cui lei ha parlato, come si fa a curarle?

"Purtroppo noi quando alleniamo le prime squadre, ci troviamo giocatori che all'80% sono già formati e quel 20% rimanente cerchi di migliorarlo. La cosa all'apparenza sembra facile ma non lo è. Ci sono delle variabili da tenere in conto: il fatto che il ragazzo tu come allenatore non lo vedi, lo stesso non ha un feeling particolare con te e diventa difficile anche il miglioramento. E' chiaro che un giovane a diciotto, diciannove anni può migliorare moltissimo. Faccio un esempio: ho avuto Marco Borriello appena maggiorenne alla Triestina. L'ho buttato dentro perchè si vedeva che aveva la stoffa. L'ho visto qualche anno dopo e solo di struttura fisica sono rimasto impressionato".

In sintesi: come se ne esce?

"Curando la tattica e la tecnica individuale, aspetto poco considerato. Però non è facile far imparare queste nozioni ad una squadra che come tutte gioca a zona. Magari durante la settimana puoi fare qualche esperimento sul campo corto, ma il tuo obiettivo è curare il gruppo per i novanta minuti della domenica. Io sono convinto che le squadre giovanili dovrebbero ogni tanto ricominciare a giocare a uomo. Almeno le esercitazioni di base. Nelle prime squadre come ti dicevo, è diverso: puoi curare l'aspetto psicologico, entrare nella testa del giocatore, lavorare sull'attenzione, fargli capire l'importanza di queste basi per migliorarsi. Dico sempre ai miei giocatori: a me non interessa che tu fai dieci anticipi, esci venti volte palla al piede, mi fai quaranta lanci, se poi in partita mi lasci due occasioni clamorose all'avversario. Bisogna essere essenziali, quasi invisibili, però sai che non sbagli mai e non concedi nulla".

Lei pensa che ci voglia un cambio di mentalità in Italia?

"Il sistema calcio italiano al momento soffre la presenza degli stranieri. Se guardiamo la serie A, non arriviamo al 70% di nostri connazionali. Però l'altra faccia della medaglia dice che i nostri bambini li facciamo crescere con troppa poca fame. Ho fatto una vacanza in Sudafrica e la cosa più bella che ho visto è vedere i bambini con il pallone sotto il braccio che giocavano per strada, senza genitori o allenatori. Ed è probabile che uno di loro diventi più giocatore di tanti nostri ragazzi che arrivano al campo tutti lavati, profumati, riveriti, con sette paio di scarpe e di calzini. Credo che sia una questione culturale e sociale che difficilmente noi possiamo cambiare. Questa può essere una ragione".

E questi stessi ragazzi che a quattordici anni arrivati in una Juventus o un Milan rischiano di crescere con le illusioni

"Esatto. Con il rischio che arrivati alle prime difficoltà, mollano e non giocano più. C'è anche questo da mettere in conto. Alle volte mi capita di vedere dei ragazzi che, per carità possono essere anche bravi, ma si vede che non hanno una struttura fisica di un certo spessore, contrattualizzati con club di A al top e mi chiedo come possano queste società tenerli. So benissimo che ci sono anche dei rapporti tra procuratori e dirigenze che vanno tenuti in considerazione, ma in questo modo non si fa il bene del ragazzo".

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