INTERVISTA TC - La ricetta di Caiata: "Serve una Serie C a 20 squadre"
Sebastian Donzella
C'è chi in Parlamento tifa le grandi squadre di Serie A e chi la domenica è ancora allo stadio a vedere la Serie C. L'onorevole Salvatore Caiata, ex numero uno del Potenza, ai microfoni di TuttoC.com ha commentato le ultime novità sulla Lega Pro e sul club rossoblù.
Segue ancora il Potenza?
"Assiduamente, tutte le domeniche. Quando sono a Potenza sono quasi sempre allo stadio, nel mio settore storico, nei distinti. E poi sento ancora spessissimo gli ex giocatori rossoblù, si sono creati rapporti così duraturi che vanno al di là del calcio. Questo perché ci abbiamo sempre messo il cuore".
Come valuta la prima parte di stagione dei lucani?
"Vedo una squadra in difficoltà. Mi dispiace perché all'inizio le ambizioni erano ben altre. Si parlava di progetti di un certo peso e di una certa importanza, io stesso ho ceduto nella speranza che si potesse fare meglio di quanto fatto sotto la mia presidenza. Alla fine, però, a parlare è il campo. E il campo dice che quest'anno bisognerà raggiungere la salvezza. Quindi ne soffro come tutti i tifosi".
Il "suo" ex Girone C ha già una regina.
"Quello che sta facendo il Catanzaro, tolta l'ultima gara, è eccezionale. Il presidente Noto lo merita per la perseveranza e per l'impegno profuso per anni, senza mai perdersi d'animo. È ammirevole che abbia continuato anche quando le cose non andavano per il verso giusto. E quindi è giusto che ora si goda i frutti dei suoi sacrifici".
E il resto del raggruppamento?
"Devo essere onesto: il livello tecnico, secondo me, si è abbassato. C'è un appiattimento verso il basso, la classifica stessa lo dimostra. Un appiattimento dovuto al fatto che quasi tutti i club usufruiscono del minutaggio nel tentativo di migliorare i propri conti. Purtroppo dall'emergenza Covid in poi vi è stato un peggioramento qualitativo e dello spettacolo".
È stato tempo di elezioni. Lei era stato accostato all'ex vicepresidente Vulpis. Alla fine ha vinto lo sfidante Marani.
"Conosco Vulpis e lo stimo ma non mi sono occupato di elezioni né le ho seguite nel dettaglio. Non ho nemmeno sentito i programmi proposti dai due. Dico solo che se Marani sceglierà una linea basata sulla continuità, non prenderà la strada giusta. Spero per il bene della Lega Pro e di tutto il calcio italiano che si cambi. Sono passati troppi anni da quando Gravina ha iniziato a parlare di riforme ma nulla si è ancora concretizzato".
Come dovrebbe essere la nuova Lega Pro?
"Lo sostengo da sempre: cento squadre professionistiche non hanno motivo di esistere, solo in Italia sono ancora così tante. Avevo proposto a suo tempo una riforma in tal senso ma la mia è rimasta lettera morta. La Lega Pro deve ripensare la sua missione, capire quale sia la sua ragion d'essere. C'era un problema di sostenibilità già prima del Covid: l'altro giorno, rigurardando i numeri del Potenza, mi sono venuti i brividi: durante l'emergenza ci fu un -95% di incassi al botteghino. Siamo riusciti a non fallire, non è stato per nulla facile. Ma non è stato solo un problema economico: abbiamo perso gli incassi ma anche la magia, Potenza era una piazza che si basava molto sul calore del pubblico. L'utilizzo smodato delle piattaforme, poi, ha allontanato definitivamente i tifosi dagli stadi. Una tendenza difficile da invertire, il numero degli spettatori in C è ridicolo. E non è con lo slogan di Palermo e dell'ultima finale playoff che si attrae il pubblico in Lega Pro. Per questo serve il coraggio di portare a 60 squadre l'intero sistema professionistico, con una Serie C con sole 20 squadre. Per me i campionati professionistici devono essere, come nei maggiori paesi europei, tutti su base nazionale e non interregionale".
Non è solo la C a non passarsela bene...
"La governance del calcio non può continuare a mettere la testa sotto la sabbia. In Italia le classifiche troppo spesso sono riscritte dalle aule dei tribunali, dai fallimenti. C'è un problema di credibilità, anche in Serie A, è ai limiti del grottesco quello che sta succedendo nella massima serie. Il fallimento della Nazionale sottaciuto da tutti è il fallimento del movimento calcistico. Il nostro calcio ha bisogno di riforme, deve capire come può stare in piedi".
Quanto la politica può dare una mano al calcio?
"Noi dobbiamo stare al nostro posto, il calcio non è il posto della politica. Per alcuni forse lo è diventato e questo non va bene. La casa del calcio è dei presidenti, sono loro che animano col loro impegno e il loro sforzo economico questo mondo ed è paradossale che troppo spesso in federazione si sentano ospiti e non a casa loro. Purtroppo i due anni di Covid sono stati penalizzanti, anche le tifoserie non hanno ben capito gli sforzi fatti dai presidenti. Il calcio non deve perdere la parte umana, altrimenti diventa un affare sterile".


