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La Juve rincorre la Champions, il Toro rincorra sé stessoTUTTO mercato WEB
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Oggi alle 06:15Primo Piano
di M. V.
per Torinogranata.it

La Juve rincorre la Champions, il Toro rincorra sé stesso

Domenica sera non è una partita. È il Derby della Mole. È Torino che si specchia e non sempre si riconosce. È il granata che pretende identità prima ancora dei punti. Il Torino ci arriva in una stagione che ha detto tanto ma non tutto. Ha mostrato solidità, tratti di maturità, qualche passo avanti nella continuità. Ma il derby non si gioca con i bilanci intermedi. Si gioca con il sangue caldo e con la memoria lunga. E la memoria, da queste parti, non è mai un dettaglio. Da quando Urbano Cairo ha preso in mano il club nel 2005, i derby contro la Juventus hanno raccontato una storia fatta di orgoglio intermittente e di rimpianti strutturali. Una sola vittoria in campionato, nel 2015, con Ventura in panchina: un lampo che aveva fatto credere a un cambio di inerzia. Poi tante gare combattute, sì, ma spesso con quella sensazione di essere rimasti a metà dell’opera. Di aver sfiorato il colpo senza affondare davvero.

Il problema non è perdere. Il problema è come si perde. E, soprattutto, come si entra in campo. Negli anni dell’Era Cairo il Toro ha spesso approcciato il derby con tmido rispetto, talvolta con prudenza, raramente con feroce ambizione. È mancato, troppe volte, quel senso di assalto organizzato che la piazza reclama. Non basta “restare in partita”. Il derby non è una pratica da gestire, è una battaglia da indirizzare. E stavolta? Stavolta la Juventus arriva con ancora qualche, seppur esile, speranza di agganciare la Champions League. Non è padrona del proprio destino, ma ha un obiettivo concreto. E proprio per questo il Toro non può permettersi di presentarsi con la pancia piena, appagato da una classifica tranquilla o da un finale di stagione senza assilli.

Perché l’assenza di pressione può diventare un alibi. E gli alibi, nel derby, sono peccati capitali. Ci si attende un Torino all’arrembaggio. Non scriteriato, ma aggressivo. Non sbilanciato, ma coraggioso. Un Toro che alzi il ritmo, che sporchi le linee di gioco bianconere, che trasformi l’Olimpico in una trincea emotiva (con il ritorno del tiro) prima ancora che tattica. La differenza, spesso, sta nei duelli individuali: vincere le seconde palle, non arretrare di un metro nei contrasti, far sentire ogni contatto. Il derby è anche una questione di messaggi. E il messaggio che il Torino deve mandare è chiaro: qui non si concede terreno a chi insegue obiettivi europei. Qui si gioca per orgoglio, per identità, per rispetto verso una storia che non accetta versioni tiepide.

Cairo ha garantito stabilità economica (che interessa solo a lui, per la verità), ma il derby richiede uno scatto emotivo che vada oltre la gestione. Domenica sera non servirà amministrare. Servirà osare. Servirà fame. Perché la Juventus ha ancora qualcosa da rincorrere. Il Toro, invece, ha qualcosa da dimostrare.