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5 marzo 1984: moriva Piercarlo Beretta, stile e signorilità di un dirigente d’altri tempi

5 marzo 1984: moriva Piercarlo Beretta, stile e signorilità di un dirigente d’altri tempi
Piercarlo Beretta (a sinistra)
© foto di wikipedia
autore
Redazione TMW
domenica 5 marzo 2023, 23:44Accadde Oggi...
Piercarlo Beretta detto Carlino (Gardone Val Trompia, 1908 – Gardone Val Trompia, 5 marzo 1984) è stato un imprenditore e dirigente sportivo italiano.

Carlino Beretta era un industriale di stampo antico, riservato e schivo di pubblicità, uno dei più grandi tecnici ed esperti d'armi del secolo passato. Da giovanissimo ripercorrendo le orme paterne, era stato un grande sportivo nel tiro a volo.
In campo calcistico, ricoprì vari ruoli dirigenziali, da Presidente a Direttore generale, all'interno del Brescia Calcio, per ventiquattro anni dal 1938 al 1961. Fu anche commissario tecnico della nazionale italiana di calcio nel 1951, in una commissione tecnica insieme a Gianpiero Combi e Antonio Busini e, dal 1952 al 1953, in coppia con Giuseppe Meazza. Fu presidente del Beretta Gardone Valtrompia, società da lui fondata, che militò in Serie D per diversi anni.

Da Assoallenatori il ricordo di "Cina" Bonizzoni ex allenatore di calcio tra le altre di Milan e Brescia:

Ad alcuni presidenti che si sono avvicendati nella conduzione delle società di calcio, andrebbe conferita la laurea “honoris causa”: in fondo guidare una società sportiva, al di là della fortuna che può assistere più o meno, è una forma dell’attività dell’uomo, il quale, nell’espletamento delle sue funzioni, deve dimostrare talento e capacità espressiva e, spesso, deve modificare se stesso ed anche l’ambiente. I presidenti devono farsi interpreti di situazioni nuove, devono possedere temperamento, gusti raffinati ed essere eccezionalmente sensibili a tutto ciò che è bello nel calcio. Il vero presidente deve essere inclinato ad investigare il mondo del football nel continuo superamento dei risultati e nella ricerca di mezzi nuovi e sistemi che siano consoni alle necessità più importanti e più immediate, senza mai trascurare quelli che al momento possono sembrare marginali. Ho conosciuto numerosi “numeri uno” delle società di calcio. All’inizio della mia carriera d’allenatore erano tutti “mecenati”. Tra questi Piercarlo Beretta, il mio Pigmalione, in un periodo in cui affiancava i presidenti del sodalizio del Brescia, mettendo a disposizione la sua esperienza di profondo conoscitore delle cose calcistiche, che credeva nelle proprie idee. Era come tutti i suoi colleghi un “mecenate”, cioè un magnate dell’industria e del commercio che tenevano in mano le redini del calcio, fino a quando le società calcistiche si tramutarono in società per azioni. Piercarlo Beretta fu pure C.T.della nazionale. A lui debbo riconoscenza in egual misura che la debbo al calcio. I suoi consigli ispiravano alla saggezza per dare coraggio e fermezza nell’azione da intraprendere, per farti riflettere su una situazione difficile che andava risolta. Con semplicità del tutto personale, con analisi approfondite alimentava la speranza di cui la vita è tessuta.
Piercalo Beretta, chiamato “Carlino”, mi volle ad allenare il Brescia. Fu il mio debutto in serie B. Avevo trent’anni e provenivo dal Magenta, dal Monza e dal Crema, squadre di serie C dove avevo ottenuto lusinghieri risultati. Al primo contatto a Gardone Valtrompia, dove sorge la fabbrica d’armi, mi mise subito a mio agio. C’era qualcosa di fantastico in lui che creava entusiasmo e da cui traspariva stile e signorilità. Un giorno mi chiamò a Gardone e mi disse: “ Questo è il biglietto per l’aereo, queste sono le sterline che le occorrono, l’interprete che l’attende a Londra e la seguirà per un mese circa è Brian Glanville, il noto giornalista inglese. Vada all’Arsenal, l’attendono. Lei è il primo tecnico italiano a compiere un viaggio di studio sul calcio all’estero”.
Il signor Carlo mi volle vicino dopo le delusioni avute con la Nazionale. Eravamo agli inizi della stagione calcistica 1953-54. Prima che si concludesse il campionato, tre mesi prima, venni contattato dall’Atalanta, alla quale dissi che ero vincolato ancora per un anno al Brescia che non intendevo lasciare. Il giorno dopo dissi al signor “Carlino”: “Per evitare che le cose vengano riportate diversamente, Le comunico che sono stato avvicinato dal presidente dell’Atalanta, sen. Turani, che mi ha offerto di allenare la squadra. Gli ho risposto che non intendo lasciare il Brescia”.
“Vediamoci domattina in banca” fu la sua risposta
Come mi vide, il giorno dopo, mi guardò negli occhi e mi diede due buste dicendomi:
“In questa ci sono gli stipendi anticipati fino alla fine di questa stagione. I premi le verranno liquidati mano mano. Così potrà disporre per io trasloco. L’altra lettera l’aprirà dopo”.
“Allora debbo proprio andarmene!”
“Mi pare giusto che lei faccia la sua strada” replicò.
Quando aprii la seconda lettera, lessi quanto segue: “Carissimo Bonizzoni, le allego questa modesta somma per la sua promozione in serie A. In bocca al lupi”.
Di Carlo Beretta ho ammirato la ricercatezza morale. Tengo tra i miei ricordi più belli una lettera: “Caro Bonizzoni, ho il piacere di comunicarle che la Commissione Tecnica l’ha classificato allenatore di prima categoria. Felicitazioni! E’ un titolo per lei importante e lusinghiero, data la sua giovane età e la carriera molto breve. Un consiglio? Sia amico e, nel medesimo, comandante dei giocatori: è un punto vitale perché un allenatore si affermi e si circondi di stima. La saluto cordialmente. Piercarlo Beretta”.
Da lui ebbi un solenne rimprovero perché, nell’ultima partita di campionato il Brescia aveva maramaldeggiato contro l’Anconetana, battendola per 12 a 0.
“Come si può sconfiggere così una squadra che, priva dei titolari, ha fatto giocare il magazziniere?”
“Chi tratteneva Bettini che mirava alla conquista del primato dei gol?” replicai.
“”Avrebbe dovuto farli prima!” fu la sua risposta.
Carlino Beretta non era più presidente delle rondinelle e soltanto saltuariamente veniva allo stadio. Si giocò e si perse in casa contro il Verona su un campo impraticabile. Finita la partita Beretta si avvicinò e mi consegnò un assegno da dare ai giocatori come premio. “Soltanto la sfortuna si è accanita contro la squadra che ha praticato un calcio bellissimo. Non dica niente ai dirigenti, le raccomando!”.

Un giorno mi chiamò perché andassi a Gardone Valtrompia.
“Ho ritenuto opportuno acquistare Valcareggi, che è nato qualche mese prima di lei. Le tornerà utile.”.
Aveva visto giusto, ma soltanto lo spareggio contro la Triestina a Valdagno ci vietò la promozione in serie A (caro Uccio, bei tempi eh?).
Quando ero al Milan, e si vinse lo scudetto, Beretta mi telefonò per rallegrarsi, informandomi che la sera dopo si sarebbe trovato al solito ristorante vicino alla Fiera campionaria e che avrebbe gradito vedermi.
Ci incontrammo, c’era pure suo nipote.
Al momento di lasciarci gli dissi: “ Signor Carlo, tutto questo lo debbo a Lei. Mi permetta, la cena gliela offro io, è poca cosa, ma lo faccio col cuore”.
“E va bene. Prima ero orgoglioso di lei, ora sono pure onorato d’essere stato invitato a cena da un campione d’Italia”.

Andrea Rizzoli intendeva lasciare la presidenza del Milan e, sapendo dei miei ottimi rapporti con Beretta, mi pregò di parlargli per offrirli la società rossonera. Beretta mi ringraziò e mi disse di riferire al dottor Rizzoli che l’offerta era allettante ma non poteva accettarla perché sarebbe stata un’offesa per gli altri industriali milanesi.
Piercarlo Beretta lo ricordo così. Un confronto con i presidenti d’oggi? Altri tempi, quelli!

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