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Addio Sandro Mazzola, l'orfano di Superga che vinse tutto, anche il peso del proprio cognome

Addio Sandro Mazzola, l'orfano di Superga che vinse tutto, anche il peso del proprio cognome TUTTOmercatoWEB
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Redazione TMW
Oggi alle 07:57Altre Notizie
Addio a Sandro Mazzola (Torino, 8 novembre 1942-19-09-2026) il pioniere della modernità tattica si spegne a 83 anni. Dallo shock di Superga ai trionfi con la Grande Inter, se ne va l'ultimo "interno" totale del nostro calcio.

Il calcio italiano ammaina una delle sue bandiere più lucenti. Nella notte si è spento a 83 anni Sandro Mazzola, monumento della Grande Inter e icona azzurra.
La notizia, rimbalzata da Appiano Gentile nelle prime ore del mattino, lascia un vuoto incolmabile. Se ne va un uomo che ha speso una vita intera a fare i conti con un'assenza monumentale, quella del padre Valentino, capitano del Grande Torino scomparso a Superga, ma che sul rettangolo verde ha saputo scrivere una storia unica, rivoluzionando per sempre il concetto moderno di transizione offensiva.

L'evoluzione tattica: da centravanti a incursore totale

Dal punto di vista puramente geometrico, Sandro Mazzola è stato il capolavoro tattico di Helenio Herrera.
Nato calcisticamente sotto l'ala di Giuseppe Meazza, Mazzola possedeva un baricentro basso e leve rapide che gli garantivano una frequenza di passo devastante nei primi metri.
Il "Mago" intuisce subito che lasciarlo confinato nel cuore dell'area di rigore ne avrebbe limitato il potenziale dinamico, lo trasforma così in un "interno di penetrazione" (quella che oggi definiremmo una mezzala d'attacco o seconda punta moderna).
Il cambio di passo: Mazzola riceveva la sfera sulla trequarti, galleggiando tra le linee di centrocampo e difesa avversaria.
La conduzione palla: Aveva la rara capacità di correre in progressione mantenendo il pallone incollato al collo del piede destro, una dote che mandava sistematicamente fuori tempo il "centromediano" avversario.
La verticalizzazione immediata: La Grande Inter poggiava sul blocco difensivo di Picchi e Burgnich, ma la fiammata verticale nasceva sempre dal suo piede. Mazzola non aspettava il pallone; aggrediva lo spazio vuoto muovendosi in diagonale.
La sua fu un'evoluzione tecnica totale: dal gol d'astuzia siglato nel giorno del bizzarro esordio del 1961 contro la Juventus (l'unica rete nerazzurra nel 9-1 finale della Primavera schierata per protesta), fino alla totale maturità europea dei primi anni '70.
Nel 1971 sfiora persino il Pallone d’Oro, arrendendosi solo a un extraterrestre di nome Johan Cruijff.

Il rapimento e il mulino dopo Superga

Dopo la tragica scomparsa del padre Valentino Mazzola nel disastro aereo di Superga del 1949, la vita di Sandro (che aveva solo 6 anni) fu sconvolta.
La compagna del padre lo portò via all'insaputa della madre, affidandolo a una coppia di amici che viveva in un vecchio mulino.
La madre Emilia Ranaldi dovette chiedere l'aiuto dei Carabinieri e di centinaia di tifosi del Torino, che setacciarono le campagne piemontesi per un mese prima di ritrovarlo e riportarlo a casa. Solo allora scoprì di avere un fratello, Ferruccio Mazzola, anche lui poi calciatore professionista.
I motivi: Quando Valentino Mazzola e la prima moglie Emilia Ranaldi decisero di separarsi, i due bambini vennero letteralmente divisi. Sandro rimase a vivere a Torino con il padre e la sua nuova compagna, seguendolo ovunque, anche negli spogliatoi del Filadelfia. Il piccolo Ferruccio (nato nel 1945) fu invece portato dalla madre a Cassano d'Adda, in Lombardia. A causa della tenerissima età (Sandro era nato nel 1942 e Ferruccio nel 1945) e del muro totale che si era creato tra i genitori dopo la rottura, a Sandro non era mai stato detto di avere un fratellino, né i due avevano avuto modo di incontrarsi o mantenere legami.

Il "quasi" addio al calcio per il basket

Portare il cognome Mazzola era un peso enorme, a ogni partita giovanile il pubblico lo paragonava al padre dicendo "Non sarà mai come lui".
Esasperato dalle pressioni, Sandro decise di smettere con il calcio per darsi alla pallacanestro. Giocava come playmaker e l'Olimpia Borletti (la storica squadra di Milano) lo vide in un torneo scolastico e cercò di tesserarlo.
Fortunatamente per l'Inter e per il Calcio italiano e mondiale, Benito Lorenzi (detto "Veleno"), storico amico di famiglia e grande attaccante dell'Inter, lo convinse a rimettersi gli scarpini da calcio

L'esordio da record e la "scatola di cioccolatini"

Il suo debutto in prima squadra con l'Inter avvenne il 10 giugno 1961 in un derby d'Italia contro la Juventus rimasto nella storia. Per protesta contro la Federazione, il presidente dell'Inter Angelo Moratti schierò la squadra Primavera. I nerazzurri persero 9-1, ma l'unico gol dell'Inter lo segnò proprio il giovanissimo Sandro Mazzola su rigore. Subito dopo la partita, il fuoriclasse della Juventus Giampiero Boniperti andò negli spogliatoi e gli regalò una scatola di cioccolatini dicendogli: "Ragazzo, farai molta strada".

La leggenda di Vienna e il "passaggio di consegne"

Il punto più alto della sua narrazione geometrica resta la finale di Coppa dei Campioni del 24 maggio 1964 a Vienna.
Di fronte c'è il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás.
L'Inter vince 3-1 e Mazzola firma una doppietta d'autore che fa scuola, la prima rete arriva con un siluro terra-aria dai venticinque metri che fulmina il portiere José Vicente, la seconda nasce da un recupero palla alto, figlio del suo pressing asfissiante sul portatore, chiuso con un tocco di precisione millimetrica.
A fine partita, sarà lo stesso Puskas a consegnargli la propria maglia, un gesto che sancisce formalmente la nascita di una nuova stella mondiale.

La staffetta e l'addio

Impossibile separare la parabola di Mazzola da quella di Gianni Rivera.
Il dualismo che ha spaccato l'Italia ai Mondiali di Messico '70 non è stato solo un fenomeno di costume, ma un vero e proprio enigma tattico.
Il CT Valcareggi scelse di non farli coesistere per non intasare i corridoi centrali di gioco, Mazzola garantiva break fisici, polmoni e inserimenti senza palla nel primo tempo; Rivera portava geometria pura e sottomisura nella ripresa.
Due facce di un'Italia calcisticamente irripetibile.
Oggi il calcio perde la sua andatura elegante e quel baffo d'altri tempi che sapeva di un'Italia in bianco e nero capace di conquistare il mondo. L'Inter e il calcio intero si stringono attorno alla famiglia.

Buon viaggio, Sandrino.

SCHEDA TECNICA: IL MITO IN NUMERI

Stagioni in nerazzurro: 17 (dal 1960 al 1977)
Presenze ufficiali: 565
Gol totali: 161
Presenze in Nazionale: 70 con 22 gol
Palmarès club: 4 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Intercontinentali
Palmarès Nazionale: 1 Europeo (1968), Vicecampione del Mondo (1970)

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