L'utopia del cartellino bianco: che fine ha fatto il Premio Belfort Duarte?
C'è un momento preciso in cui il calcio smette di essere un semplice gioco di contrasti e astuzie per trasformarsi in una questione di etica, per ritrovarlo bisogna fare un salto all'indietro nel tempo, nella Rio de Janeiro di inizio Novecento, tra la polvere dei primi campi da gioco brasiliani.
Su quei terreni si muoveva João Evangelista Belfort Duarte, capitano e difensore dell'América Football Club, un uomo d'altri tempi, che nel corso di una partita ufficiale fermò l'arbitro per confessare un fallo da rigore commesso da lui stesso e sfuggito alla terna arbitrale.
Da quel gesto di disarmante onestà, il 16 agosto 1945, il Consiglio Nazionale dello Sport brasiliano decise di dare vita a una delle onorificenze più romantiche e severe della storia del calcio mondiale: il Premio Belfort Duarte.
Il riconoscimento non celebrava i gol spettacolari, le parate miracolose o i trofei sollevati al cielo, bensì la virtù più difficile da mantenere sul rettangolo verde, la disciplina assoluta.
I criteri per ottenerlo erano talmente rigidi da sembrare quasi irraggiungibili, per ricevere la medaglia d'argento (riservata ai professionisti) o d'oro (per i dilettanti), un calciatore doveva disputare almeno 200 partite ufficiali nell'arco di 10 anni consecutivi di carriera, senza mai subire una singola espulsione.
I pochi eletti capaci di superare indenni un decennio di tackle, provocazioni e tensioni agonistiche entravano di diritto nel mito del calcio brasiliano.
Oltre al prestigio internazionale, il premio portava con sé un privilegio d'altri tempi, un tesserino speciale che garantiva il diritto di accesso gratuito a vita in tutti gli stadi del Brasile.
Campioni esemplari e leggendari come Vavá, formidabile attaccante della Seleção bi-campione del mondo, riuscirono a iscrivere il proprio nome in questo albo d'oro del fair play.
Con il passare dei decenni e l'esasperazione del professionismo, mantenere una condotta immacolata è diventato un'impresa quasi impossibile, dopo una lunga sospensione nei primi anni Ottanta, la Federazione brasiliana (CBF) ha ridato vita al premio nel 1995, prima di cedere il testimone alla stampa sportiva nel 2008. Oggi, in un calcio dominato dal VAR, dai cartellini facili e dalla moviola, il Premio Belfort Duarte resta il simbolo di un'era in cui l'onore di un capitano valeva molto più di tre punti in classifica.
I vecchi calciatori che possiedono ancora la mitica carteirinha (il tesserino) continuano a incontrare difficoltà burocratiche per accedere gratis agli impianti moderni, sebbene la medaglia d'argento del Belfort Duarte rimanga ancora oggi il cimelio più protetto e mostrato con orgoglio nelle bacheche dei calciatori vecchio stampo.






