ESCLUSIVA TA - Matteo Bonfanti (Bergamo&Sport): “Palladino ha curato la mente dell'Atalanta. Il Dortmund? Non fa più paura”
A poche ore dalla sfida di Champions League contro il Borussia Dortmund, l’Atalanta si prepara a una notte europea che vale molto più di novanta minuti. Ma per raccontare partite come queste non bastano numeri, moduli e statistiche. Servono occhi capaci di andare oltre il risultato. Matteo Bonfanti non è solo il direttore di Bergamo & Sport: è uno che usa il calcio come lente per raccontare le persone. Le loro storie, i percorsi, i sacrifici spesso invisibili che stanno dietro a una carriera. Un giornalista atipico, empatico, capace di mettere al centro l’uomo prima dell’atleta. In questo contesto anche Dortmund non è solo teatro di una sfida europea, ma un incrocio di emozioni, identità e cammini nerazzurri.
DA GASPERINI A PALLADINO
Matteo, che Atalanta stiamo raccontando in questa stagione? Secondo te qual è oggi l’identità di questa squadra?
«Secondo me quella di Gasperini era una squadra bellissima che aveva dato completamente tutta l’anima a quell’allenatore – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Eravamo al canto del cigno. Credo che anche Gasperini si sia reso conto che alcuni giocatori fondamentali, come De Roon, Djimsiti, Ederson e Kolasinac, erano arrivati alla fine di un percorso, chi per una questione anagrafica chi perché giocare con quell’intensità, con quel tipo di calcio, ti consuma. Si è visto molto bene nel passaggio di testimone a Juric e il grosso merito di Palladino è proprio quello di aver dato loro una seconda giovinezza. Secondo me l’Atalanta oggi sta rendendo benissimo soprattutto grazie alla coppia di centrocampo, De Roon ed Ederson, che erano proprio quelli che a inizio stagione facevano più fatica. Palladino, in qualche modo, ha rivitalizzato la rosa e ha allungato la favola. E lo ha fatto in modo opposto rispetto a Gasperini, che era un allenatore estremamente esigente, totalizzante. Palladino invece è molto legato ai giocatori ed è riuscito a creare un gruppo in cui conta il concetto dello stare bene. Ho l’impressione che lavori molto meno sull’aspetto fisico esasperato e molto di più sulla testa. Si vede che i ragazzi stanno bene».
Quindi l’arrivo di Palladino ha segnato una svolta emotiva prima ancora che tecnica?
«Con un percorso di autostima fortissimo, li ha convinti di essere una grande squadra anche senza Gasperini, che resta uno dei migliori allenatori d’Italia. All’inizio c’era scetticismo per una stagione così così, invece lui sta costruendo un gruppo sempre più invincibile. Nelle ultime partite un’impresa dietro l’altra. Ha rivitalizzato giocatori in difficoltà. È successo anche con Krstovic, che con Juric non aveva convinto».
«Gli ha fatto credere di essere una grande squadra»: credi non lo sia?
«L’Atalanta è come una bellissima donna che aveva perso il suo grande amore e che a un certo punto ha ritrovato fiducia in sé stessa. Ricordiamoci sempre che Gasperini ha fatto crescere di livello tanti giocatori. Poi, però, dopo quel ciclo, secondo me i ragazzi hanno attraversato una fase in cui non credevano più fino in fondo nelle loro straordinarie capacità. Con Palladino sono tornati a crederci, ma attraverso un’idea diversa di calcio, fatta di maggiore dialogo, relazione e sorrisi. E dopo tanti anni con Gasperini questo, secondo me, ha fatto bene a tutti. I risultati lo dimostrano».
Tra le righe sembra però che Gasperini se ne sia andato perché sentiva questo gruppo a fine corsa. È così?
«Gasperini, anche per età e ambizione, voleva chiudere la carriera provando a vincere uno scudetto e, dopo aver chiesto a gennaio dello scorso anno rinforzi per provare a giocarsela, secondo me ha capito che quell’obiettivo, in quel contesto, non era realizzabile come voleva lui e quindi ha scelto un’altra strada. Poi resta la percezione che questo gruppo con Gasperini fosse un po’ a fine corsa, mentre Palladino gli ha dato nuova linfa. Certo, non è più l’Atalanta che ti salta addosso per 90 minuti a 300 all’ora. Quella furia agonistica totale è stata il marchio di Gasperini. Oggi è una squadra più ragionata, più matura. Forse meno spettacolare a tratti, ma molto più dentro la partita. Sa quando accelerare e quando gestire. Non crea sempre valanghe di occasioni come in passato, ma porta a casa risultati e gioca bene. È una squadra che ha imparato a pesare impegno e momenti».
Ti sei ricreduto rispetto ai dubbi iniziali?
«Io pensavo che dopo Gasperini servisse un nome altrettanto esaltante, che non poteva essere Juric. Dopo un grande condottiero spesso, sempre con gli stessi uomini, arriva il vuoto. Lo abbiamo visto in tante società. Io avevo lanciato l’idea di Mourinho, che diceva di avere nostalgia del calcio italiano e, allo stesso tempo, descriveva l’Atalanta come l’esempio europeo calcistico più riuscito. Ma Palladino sta costruendo un’altra favola, diversa però altrettanto affascinante. E lo sta facendo bene, con una rosa che è tra le più forti, con 7/8 top player e tanti giocatori molto buoni. Do merito alla società di aver saputo raddrizzare la situazione dopo l’avvio complicato. Palladino è un allenatore giovane, bravo e con una grande umanità, che permette ai suoi giocatori di ricaricarsi anche lontano da Zingonia».
LA SOCIETÀ E IL MODELLO
Al centro di tutto c’è Luca Percassi?
«Secondo me quest’anno per la prima volta Luca Percassi è al centro delle scelte, dall’allenatore al mercato, ovviamente sempre in concerto con D’Amico e con il resto dell’area tecnica. Il presidente Antonio, per motivi di lavoro, non può essere presente come Luca che, invece, è sempre a Zingonia e quest’anno, in una situazione difficile, sta dimostrando di essere un ottimo dirigente. Questo mi piace. Allenatori e giocatori passano, ma l’Atalanta ormai è una certezza. È diventata una struttura solida. Non sapevamo cosa sarebbe successo una volta finita l’era Gasperini e invece stiamo capendo che la base è solidissima. Aggiungiamoci le strutture straordinarie e professionisti di altissimo livello in ogni ambito: comunicazione, settore giovanile, organizzazione. È un grande Club che sta costruendo qualcosa di grande».
Cosa ti ha colpito a livello umano di questo gruppo Atalanta?
«L’Atalanta ha una filosofia, voluta e costruita dai Percassi, familiare. È quello che abbiamo visto in questi anni di gestione. Una delle intuizioni decisive in passato era stata l’idea di affidare la crescita dei ragazzi del vivaio a Mino Favini, uno con valori estremi, che formava uomini prima di calciatori. Luca e Antonio Percassi sono completamente in linea. In squadra, poi, abbiamo un giocatore con una levatura morale non comune: De Roon, un punto di riferimento per l’ambiente ed esemplare nei comportamenti. Avrebbe potuto essere, tra qualche anno, il successore ideale di Gasperini. Ora, con l’arrivo di Palladino non è più possibile, ma per me resta e resterà un ambasciatore dell’Atalanta. Una persona con un’integrità morale altissima. Ed è anche una persona che riesce sempre a smontare le antipatie. L’Atalanta è una squadra simpatia perché non fa sceneggiate, non perde tempo, se la gioca ad armi pari. Questo è un filo che unisce chiunque lavori nella società, come se esistesse una linea guida che parte proprio da Favini, per cui l’Atalanta deve essere, anche dal punto di vista morale, un esempio. Ed è per quello che, quando vai in giro e dici che sei di Bergamo, spesso la gente s’illumina parlando dell’Atalanta. Perché ha un certo stile, che è anche quello di giocarsela alla pari con le grandi, senza rinunciare mai a essere propositivi nel gioco. Pensavamo fossero tratti di Gasperini, invece stiamo scoprendo che questo è proprio il DNA dell’Atalanta. Gasperini può passare, i calciatori possono passare, ma l’idea dell’Atalanta resta: esempio morale, esempio di gioco, con l’idea di far divertire».
E di far diventare la partita una festa...
«C’è questa visione “americana”, nel senso buono: la partita come evento, come festa fra due squadre con campioni, non come guerra primordiale tra tifoserie. Il messaggio che la società tiene proprio a far passare è che l’Atalanta non gioca contro, ma con».
LA CHAMPIONS E IL DORTMUND
Parliamo di Borussia: rispetto ai precedenti, oggi fa meno paura all’Atalanta?
«Certo. L’Atalanta arriva a questi playoff da grande realtà europea. Ha dimostrato che i meriti dei grandi risultati ottenuti non erano solo di Gasperini, ma anche della società e della città. I tifosi dell’Atalanta sono eccezionali perché danno tempo ai giocatori di ambientarsi e maturare. De Ketelaere è l’esempio di quanto Bergamo riesca a coccolare i suoi giocatori dopo che al Milan aveva perso completamente sicurezza nei fischi. Zalewski stesso non era riuscito a dimostrare in altre piazze quello che sta facendo adesso, anche grazie all’intuizione di Palladino di impiegarlo più come trequartista».
Due partite con il ritorno a Bergamo, ma con un’emergenza attacco. Cosa ti aspetti da questo doppio turno di Champions League?
«Il problema dell’Atalanta è che in questo momento arriva con gli uomini contati davanti, senza due giocatori chiave: De Ketelaere, immarcabile nelle ultime partite, e Raspadori che, appena arrivato, ha fatto vedere subito di avere un passo da grandissimo talento. Adesso bisognerà capire cosa sceglierà di fare Palladino. All’Olimpico ha buttato nella mischia Samardzic a cui, secondo me, in questo momento manca ancora quella convinzione per essere un giocatore in grado di fare davvero la differenza. Non ha l’impatto di De Ketelaere e Raspadori. Poi c’è sempre la questione Scamacca: parliamo del centravanti della Nazionale, un top player per l’Atalanta, ma che ha continui problemi fisici. E quando ti mancano giocatori così forti diventa dura. Ho però l’impressione che, ancora più che in passato, l’Atalanta abbia una difesa quasi impenetrabile, anche grazie al recupero di Scalvini, che per me è un top player del calcio europeo. Ha tolto il posto a Kossounou di cui tutti siamo sempre stati innamorati e dall’altra parte Ahanor è preferito a Kolasinac che era il nostro idolo. Anche Djimsiti ha tolto il posto a Hien, che con Gasperini era fondamentale, e sta facendo partite di altissimo livello. Tutti e tre giocano in una difesa veloce, aggressiva, che secondo me è una delle migliori della Serie A. Parliamo di tre giocatori che inizialmente dovevano essere tre rincalzi. Palladino è stato bravissimo anche a inventare questo nuovo assetto difensivo».
Tra la doppia sfida col Borussia e la partita col Napoli, quale ti sembra più delicata in questo momento?
«In campionato la Juve è a cinque punti e mancano ancora tante partite. E sappiamo quanto vale, anche economicamente, la qualificazione alla Champions. Dall’altra parte, però, vale tantissimo anche andare avanti in Europa. Io credo che Palladino si giocherà entrambi gli impegni al massimo, anche se tutte le squadre che giocano la Champions fanno poi fatica in campionato. Sono partite di altissimo livello che comportano uno sforzo fisico e mentale enorme. Ma l’Atalanta se la giocherà sempre, in tutte le partite. E ci va bene poter contare su Ederson, top player assoluto a centrocampo. È straordinario sulle seconde palle e il calcio moderno si gioca tantissimo lì: si recupera palla, si ribalta l’azione e si creano occasioni. Ederson è intelligente, fisicamente fortissimo, ma soprattutto sa ribaltare le azioni e rendere pericolosa ogni azione. E con un Ederson così te la giochi».
Un’Atalanta che vedi bene, dunque?
«Sì, ed è in un periodo in cui gira anche la fortuna. Nel calcio conta tantissimo. Con Juric, per esempio, secondo me la squadra non giocava male. Dominava spesso le partite, ma poi per un episodio pareggiava o non vinceva. La palla usciva di poco, l’avversario segnava sull’unica occasione. Adesso invece gli episodi girano meglio. E questo fa parte del calcio: a volte giochi bene e non raccogli, altre volte tutto gira nel verso giusto. Secondo me il complesso della squadra ora funziona meglio, ma c’è anche un pizzico di fortuna».
LA FAVOLA E LA CITTÀ
Nella tua idea di giornalismo, è questo che rende l’Atalanta raccontabile oltre che competitiva?
«L’Atalanta è una favola sportiva vera. Con il Verona dell’84-85, l’Atalanta è l’unica realtà di provincia a giocarsela alla pari con i grandi capoluoghi italiani e con un bacino di tifosi ridotto. Per noi la favola Atalanta è sempre quella di Davide contro Golia o Sparta contro Atene: un piccolo grande gruppo che non ha paura di niente, neanche di confrontarsi con una squadra che magari ha il valore della rosa tre volte superiore. E poi c’è l’altra faccia della favola: il campione costruito in casa fin da bambino. Poi è vero: con le qualificazioni in Champions anche l’Atalanta è cresciuta e oggi può permettersi di comprare giocatori e persino “soffiarli” a Club più grandi. Giocatori che scelgono l’Atalanta rispetto ad altre big. Questo vuol dire che il progetto è importante».
Da ultimo dei romantici, cosa ti piacerebbe raccontare tra un mese guardando indietro alla partita col Borussia?
«Io credo possa essere un’altra partita che ci emozionerà e ci commuoverà. Sempre dentro quest’idea dell’Atalanta indomita: una squadra che va a giocarsela contro un’altra multinazionale del calcio e, secondo me, dandoci soddisfazioni. Io vedo un’Atalanta arrivata a un punto in cui puoi giocarsela con tutti. Certo, ci sono Club come Real, Barcellona, City, squadre che hanno speso cifre enormi. Però secondo me l’Atalanta, con questo spirito sbarazzino, può giocarsela anche con loro. E dopo l’Europa League, il sogno resta lo scudetto. L’anno scorso, dopo il 4-0 alla Juve, l’idea l’abbiamo cullata davvero. A Bergamo sarebbe una festa totale: una cosa che ti resta addosso per decenni. E poi c’è un’altra cosa molto bella. Prima l’Atalanta, per tanti, era una sorta di seconda squadra. Oggi, invece, per molti bergamaschi è la prima squadra. Ha assunto un valore simile a quello delle grandi: Juve, Milan, Inter. E secondo me anche questo è un capolavoro dell’ambiente. L’Atalanta ora è identità. Le nuove generazioni vi s’identificano. Merito dei risultati ottenuti, ma alle spalle c’è anche un lavoro di comunicazione e marketing, vedi le maglie nerazzurre regalate ai nuovi nati. E poi un altro aspetto positivo è che a Bergamo c’è un calcio a misura d’uomo. I giocatori sono amatissimi, ma c’è rispetto per le loro vite. Hanno la possibilità di poter essere anche uomini, non solo star. Possono andare a mangiarsi un panino in centro, farsi un giro in Città Alta. Bergamo è una città che te lo permette».
Matteo, prima di salutarci ci togli una curiosità: alla festa nerazzurra, sei riuscito a prendere lo gnomo atalantino?
«Due anni fa ero stato bloccato dal presidente Percassi, Zanforlin e Maconi che mi avevano costretto a rimetterlo al suo posto, ma poi l’anno scorso l'hanno regalato a tutti, forse leggendo il mio desiderio di averlo (ride, ndr). Detto questo, al di là dello gnomo, secondo me questa storia dimostra anche un’altra cosa: l’Atalanta ha una grossa capacità dal punto di vista della comunicazione - Andrea, Guido e tutto l’ufficio stampa - e quell’episodio dello gnomo ha fatto emergere un altro lato dell’Atalanta, quello di una società ai vertici in Europa, ma che sa anche essere sorridente. Ed è anche questo che la rende una società simpatia, perché chi sta dentro quel mondo è gentile, è accessibile e non vive di tensione continua».
Borussia-Atalanta non è soltanto una partita di Champions League. È un frammento di viaggio, l’ennesimo capitolo di una storia costruita nel tempo, fatta di crescita, sacrifici e appartenenza. Perché, come c’insegna Matteo Bonfanti, allenatori, calciatori e risultati passano e le classifiche cambiano. Ma ciò che resta, e che lui continua a raccontare, sono le persone, i volti, le emozioni. E forse è proprio questo anche lo sguardo più giusto per avvicinarsi a una notte europea: ricordarsi che dietro ogni maglia c’è una storia che merita di essere ascoltata.
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