Criscitiello attacca la FIGC: "Stiamo facendo ridere il mondo, un disastro di gestione"
Il caso della panchina azzurra ha trovato il suo giudice più severo in Michele Criscitiello, che nel suo editoriale su Sportitalia non risparmia nessuno: «Dopo tre Mondiali mancati dovevamo avere l'umiltà e l'esperienza di iniziare la rivoluzione a colpo sicuro e, invece, stiamo facendo ridere il mondo per incompetenza e superficialità». Un affondo che arriva mentre la designazione di Andrea Pirlo è naufragata e la Federazione si ritrova a ripartire da zero.
IL MONITO A MALAGÒ - Il primo destinatario è il presidente federale. Secondo il giornalista, Giovanni Malagò rischia di compromettere in trenta giorni di calcio un'immagine costruita con un percorso definito «stupendo» al CONI. La spiegazione, per lui, sta nella natura stessa dell'ambiente: «Giovanni, il calcio non è sport. È un circo, è business, è un centro di potere fatto di meccanismi mafiosi. Tutto è tranne che sport». La scelta di puntare su Paolo Maldini, per contro, viene riconosciuta come mossa vincente sul piano dell'immagine: «Maldini in FIGC, un capolavoro».
IL "COMANDO IO" DI MALDINI - Il giudizio cambia radicalmente quando si passa alla gestione operativa. L'arrivo di Leonardo al fianco dell'ex capitano rossonero avrebbe segnato subito il terreno: «Paolino, però, si è portato Leonardo e ha subito messo in chiaro tutto: comando io! Mancini? No, proviamo con Guardiola, Ancelotti e, se va male, andiamo sul mio amico Pirlo. Un disastro di gestione e comunicazione». Con un corollario che vale come premessa a tutto il resto: un grande calciatore non diventa automaticamente un grande allenatore o dirigente.
IL CASO ANCELOTTI - Tra gli errori elencati, il primo riguarda un annuncio che a suo dire non andava fatto. Il riferimento è alla frase pronunciata in conferenza — «Abbiamo contattato Ancelotti» — che secondo l'editoriale espone la Federazione a conseguenze concrete: «Ma non puoi farlo! È sotto contratto con un'altra federazione, ti squalificano».
L'ERRORE GUARDIOLA - Analogo il ragionamento sul corteggiamento all'allenatore catalano, che secondo Criscitiello avrebbe rifiutato chiedendo venti milioni a stagione. Il punto, però, non è economico ma comunicativo: «Se tratti Guardiola ed esce la notizia, hai una sola soluzione: chiuderlo. Altrimenti chiunque verrà dopo Guardiola sarà un fallimento». Una profezia che le settimane successive alla trattativa con Pep hanno finito per confermare.
IL "TOP" PROMESSO - Da qui la contestazione più diretta sulla scelta successiva. A fronte dell'impegno annunciato — «Prenderemo un top» — la proposta finale è ricaduta su un tecnico impegnato, fino a due mesi prima, nella seconda divisione di Dubai. «Basta con questa storia dei nomi e delle bandiere», l'invito del direttore: i calciatori restano nella memoria per ciò che hanno fatto in campo, non per un presunto patentino da fenomeni in panchina o dietro una scrivania.
L'INCOMPATIBILITÀ E I FIGLI - Il passaggio più duro riguarda l'aspetto regolamentare: prima l'ufficializzazione, poi la scoperta di un'incompatibilità con le normative federali. «Fare due indagini basilari prima, no?», la domanda retorica. Con una conseguenza che coinvolge anche le famiglie: se i figli dei due dirigenti risultano iscritti all'albo dei procuratori, i padri non potrebbero ricoprire i ruoli di direttore tecnico e commissario tecnico; se non lo sono e operano ugualmente, si aprirebbe un procedimento della Procura Federale.
IL CONTO FINALE - La conclusione è un atto d'accusa complessivo: non siamo ancora ad agosto e già si è capito, scrive, che la Federazione non ha imparato le tre lezioni mondiali. Il danno d'immagine, aggiunge, è solo l'ultimo dei problemi. E mentre la lista dei candidati alla panchina azzurra torna a riempirsi, il calcio italiano continua a produrre uno spettacolo che l'autore definisce «sempre più indecoroso».
Un editoriale che pesa, perché fotografa un'estate in cui l'Italia doveva ripartire e si è invece fermata di nuovo al punto di partenza.
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