L'Atalanta di Sarri traduce a mente, e la frase arriva sempre tardi. Carnesecchi, la certezza che regge il cantiere
C'è un modo di conoscere una lingua che non serve a niente nella conversazione: la sai a memoria, declini i verbi senza sbagliare uno, ma prima di parlare traduci nella testa, e quando la frase è pronta l'altro ha già cambiato argomento. Giovedì sera alla New Balance Arena, contro l'Hapoel Tel Aviv, l'Atalanta ha parlato così: grammatica rispettata, tempi sbagliati. Ed è finita 0-0, con la qualificazione rinviata a giovedì prossimo a Miskolc.
La diagnosi migliore l'ha fatta l'imputato principale. Maurizio Sarri ha detto che la squadra in fase offensiva è ancora pensante, e che «il giocatore pensante è un giocatore che perde tempi di gioco». Non è una battuta: è la fotografia di una serata in cui il 62 per cento di possesso non ha prodotto quasi nulla. La prova sta in un dettaglio che vale più di mezz'ora di analisi: nel primo tempo il terzo uomo, l'uscita più elementare contro una squadra che pressa alto e raddoppia sempre, non è stato usato una volta sola. I quattro difensori si passavano il pallone cercando il modo di darlo a Gianluca Gaetano, che lo riceveva puntualmente spalle alla porta e con l'uomo addosso. In quella condizione farebbero fatica anche i registi migliori del continente.
Stiamo parlando di tempi di apprendimento, non di valori tecnici. Cambiare il chip dopo dieci anni di aggressione a uomo, riconquista e verticalizzazione per passare a un calcio ragionato e posizionale non è affare di un precampionato, e il conto lo si paga adesso, quando la condizione atletica è ancora un cantiere e l'avversario — la squadra di Elyaniv Barda, rude il giusto e visibilmente più avanti di gamba — arriva con oltre mille tifosi al seguito e la sensazione di giocarsi la partita della vita. La Dea si è salvata perché ha un portiere: l'inossidabile Marco Carnesecchi ha respinto in uscita, al 24', la conclusione a botta sicura che avrebbe cambiato la storia della serata. Tenete il conto dei suoi miracoli stagionali: siamo a uno.
Il resto è un elenco di attenuanti vere. Giorgio Scalvini ha lasciato il campo al 26' con la caviglia sinistra malandata, costringendo Thomas Kristensen a un esordio a freddo che ha comunque retto; sugli esterni, orfani di Charles De Ketelaere e Kamaldeen Sulemana, hanno giocato un adattato e un attaccante che dà il meglio dentro il campo. Sarri non si è nascosto: «Sono soddisfatto del centrocampo, mi preoccupano di più gli esterni», e da lì ha chiesto «un pizzico di coraggio nell'andare nell'uno contro uno secco». Cristiano Giuntoli, poche ore prima, aveva lasciato la porta socchiusa: «Siamo molto attenti alle opportunità».
Curiosità che aiuta a tenere la barra dritta: domenica si comincia in campionato col Sassuolo, e sono esattamente undici anni — 23 agosto 2015, Mapei Stadium — da quando Sarri debuttò in Serie A proprio contro i neroverdi, perdendo 2-1 con il Napoli. Quel Napoli chiuse la stagione al secondo posto. Ma torniamo a Miskolc: Giacomo Raspadori sostiene che il miglior allenamento sia la partita, e in dieci giorni ne arrivano tre. Ha ragione lui.
Resta però un problema di calendario, non di metodo. Perché fra sette giorni, in Ungheria, di tempo per tradurre a mente non ce ne sarà.
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