Primavera, Gariani si racconta: "Chiudere il settore giovanile da capitano è un bel finale"
Redazione TuttoAtalanta.com
Dodici stagioni a Zingonia, la fascia di capitano al braccio e un ultimo anno di settore giovanile da vivere fino in fondo. Nella speciale rubrica di approfondimento dedicata alla Primavera di Giovanni Bosi, i canali ufficiali del club hanno dato voce a Niccolò Gariani, centrocampista classe 2007 in nerazzurro dal 2014. Un racconto a cuore aperto, che parte dalle ansie del primo provino e dai tiri in giardino con il fratello Matteo, passa per il mito di Toni Kroos e per la gioia della recente Supercoppa, fino alle lezioni imparate dal calcio, alla curiosità di confrontarsi con Scalvini e al significato di guidare da capitano la squadra nella sua ultima stagione giovanile. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Niccolò, centrocampista, all'Atalanta dal 2014: che cosa ricordi del tuo arrivo?
«Mi ricordo il mio provino, la mia prima volta, anzi non solo il provino ma anche le partite seguenti. Ricordo che avevo molta paura, ero molto in ansia: è una caratteristica che per fortuna adesso non ho più, ma da piccolo ne soffrivo molto. Il prima delle partite, l'attesa, mi faceva soffrire tanto d'ansia e questo mi mandava un po' nel panico: infatti la prima partita non era andata benissimo. Però poi, per fortuna, è andato tutto bene».
Il tuo primo ricordo legato al pallone?
«Il mio primo ricordo è con mio fratello Matteo: lui ha quattro anni più di me e giocava già a calcio nella squadra del nostro paese, dove sono cresciuto anch'io. Ogni pomeriggio, finita la scuola, andavamo in giardino a fare tiri e a giocare uno contro uno. È stato lui a trasmettermi la passione per il calcio, anche perché mio papà non è un grande appassionato: avendo sempre fatto atletica da giovane, il calcio non gli è mai entrato, diciamo, non gli è mai piaciuto così tanto».
Da bambino chi era il tuo idolo, il tuo modello?
«Direi Toni Kroos, per la sua eleganza, per il suo stile di gioco, per i suoi movimenti. Mi ricordo che quando c'era il Real Madrid in Champions ero sempre felice, perché potevo vederlo, vedere come si muoveva, come giocava, i suoi lanci. Quindi direi Kroos».
Che cosa ti piace di più del tuo ruolo da centrocampista?
«Il fatto che, essendo principalmente un mediano, sono sempre in mezzo al campo, sempre nel vivo del gioco. Mi piace tanto dettare i ritmi, gestire i tempi del gioco, e una cosa che amo molto è recuperare palloni: fare scivolate, togliere la palla agli avversari. Direi che è questa la cosa che mi piace di più ed è la mia caratteristica principale».
Il momento più bello vissuto finora legato al calcio?
«Direi la Supercoppa vinta poco tempo fa: è stata una grande emozione, che ha coronato anche il grande percorso fatto l'anno scorso in Coppa Italia».
Il sacrificio più grande fatto finora per il calcio?
«Penso conciliare la scuola, le uscite con gli amici e la ragazza con il calcio: non è facile. Però io non lo definisco davvero un sacrificio, perché venire al campo e giocare in un centro così bello come Zingonia non lo considero una cosa pesante. Anzi, penso che ogni ragazzo debba sentirsi fortunato a essere qui e debba venirci felice e orgoglioso».
Qual è l'insegnamento più importante che ti ha dato il calcio in tutti questi anni?
«Penso il fatto di non mollare. Le difficoltà ci sono, nel calcio come nella vita, e ogni persona dovrà affrontarle: credo che la forza e la determinazione che ciascuno impiega per risollevarsi da quei problemi ti rendano uomo, ti rendano una persona forte e ti facciano crescere molto. E penso che questa forza, poi, ti ripagherà in futuro».
Hai passioni o hobby fuori dal campo?
«Il tennis: è uno sport che mi piace molto e con cui giocavo spesso da piccolo, sempre con mio fratello Matteo».
C'è una canzone che ascolti sempre prima di una partita?
«Non ho una canzone specifica. Di solito alterno un po' di generi, trap italiana, spagnola o anche americana, ma non ce n'è una in particolare».
Se potessi scegliere un calciatore della Prima Squadra con cui andare a cena, chi sceglieresti e perché?
«Direi Giorgio Scalvini, perché pur essendo un ragazzo molto giovane è già riuscito ad arrivare a questi livelli. Gli chiederei come gestire le emozioni e le pressioni di giocare per un grande club come l'Atalanta, perché passare dal settore giovanile alla Prima Squadra è diverso: come affrontare le pressioni e le varie difficoltà che si possono incontrare in quell'ambito».
Che cosa significa per te indossare la fascia di capitano dell'Atalanta?
«Sicuramente un grande orgoglio, e sono molto felice. Ho sempre fatto il capitano nella mia annata, quando giocavo con i ragazzi della mia età; poi, salendo in Primavera, con ragazzi più grandi non l'ho più fatto. Quest'anno però è il mio ultimo anno di settore giovanile, e penso che concludere il mio percorso da capitano sia una bella conclusione, un bel finale. Per questo devo ringraziare la società, il mister e i miei compagni, che ci sono sempre».
Dalle paure del primo provino alla fascia al braccio: il racconto di Gariani è quello di un ragazzo cresciuto dentro il modello nerazzurro, tra sacrifici che non chiama sacrifici e una determinazione maturata col tempo. Ora, nell'ultima stagione giovanile, il capitano ha davanti a sé un campionato tutto da scrivere e l'ambizione di chiudere il cerchio nel modo migliore.
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