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ESCLUSIVA TA - Maria Pia Valls Beltran: "Il DNA atalantino è resilienza. La squadra di Palladino può ancora centrare la Champions"
Oggi alle 00:07Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Maria Pia Valls Beltran: "Il DNA atalantino è resilienza. La squadra di Palladino può ancora centrare la Champions"

Il volto di DAZN ed ex conduttrice di TuttoAtalanta: «Samardzic elegante e di classe, è nel posto giusto. L'anno di transizione post Gasperini richiede tempo»

Il filo che lega Maria Pia Valls Beltran a Bergamo parte da lontano, ma trova una tappa significativa nel programma televisivo TuttoAtalanta, dove nel 2013 è stata tra i volti della trasmissione di BergamoTV, accanto a Matteo De Sanctis. Un’esperienza che, per chi è cresciuta in città ma arrivava dal mondo della pallavolo professionistica, ha rappresentato molto più di una semplice parentesi televisiva: il ritorno a casa, nel cuore sportivo orobico. Origini argentine, ma bergamasca d'adozione, Beltran è un profilo trasversale e completo. Ex pallavolista fino alla B1 e giornalista sportiva con un percorso costruito tra il master in giornalismo e otto anni all’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva, seguendo Olimpiadi, Mondiali e grandi eventi, oltre a moderare e presentare serate. Oggi si occupa di volley per DAZN, dopo essere stata anche bordocampista per la Serie A, ed è pure personal coach con un metodo strutturato che unisce mente, corpo e meditazione. Una figura che unisce competenze, esperienza internazionale e radici profonde, con lo sport come linguaggio comune e identitario. E proprio da qui prende forma il suo racconto, tra passato, presente e uno sguardo all'universo nerazzurro.

LE ORIGINI, IL CALCIO E TUTTOATALANTA

Maria Pia, cosa ricordi della tua esperienza a TuttoAtalanta?
«Sono cresciuta a Bergamo, ma giocavo a pallavolo – racconta in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Sono arrivata fino in B1. Mi ero trasferita da un paio d’anni in provincia di Pavia e tornare, in qualche modo, per rappresentare il volto femminile nella prima edizione in cui c’era questa figura è stato davvero gratificante, soprattutto per me, cresciuta a pane e sport. Ho sempre avuto la squadra cittadina nel cuore. Per chi fa sport a Bergamo è un punto di riferimento, e anche a livello identitario, sono sempre stata orgogliosa di far parte di questa città e di rappresentarla. Ancora oggi, girando un po’ ovunque, quando incontri altri bergamaschi, emerge subito il legame profondo di appartenenza. Io credo che resilienza e DNA atalantino siano qualcosa di profondamente nostro. Anche in altre città c’è passione per la propria squadra, ma qui è qualcosa di ancora più radicato: fa parte di chi siamo e lo senti in ogni contesto».

Tu, però, nasci interista.
«Per lavoro ho dovuto mettere da parte la mia fede interista per non schierarmi mai da una parte o dall’altra. Simpatizzo per la squadra bergamasca, che ho sempre visto come la squadra di casa, ma sono stata interista fin da bambina».

Ma è vero che ti eri fatta tagliare i capelli come Ronaldo il Fenomeno?
«Verissimo. Credo sia stato il racconto che mi ha fatto assumere a DAZN, perché non ci potevano credere. Abitavo in via San Bernardino, accanto al centro Sportpiù, dove lavoravano i miei genitori. Un giorno sono scesa dal barbiere di mio padre, sotto casa, chiedendogli di farmi la stessa pettinatura di Ronaldo. Io avevo i boccoli lunghi e quando mia madre mi ha visto non ci poteva credere. Ma all’epoca Ronaldo, il Fenomeno, era il mio idolo assoluto».

Il tuo primo approccio con il calcio quando è stato?
«Quando avevo circa 4 anni, ho fatto un viaggio in Argentina. Parlavo italiano, ma dovevo comunicare con gli altri bambini. Il calcio è stato il primo linguaggio che mi ha permesso di entrare in relazione con loro. Mi mettevano in porta e mi avevano regalato la maglia del portiere Goycochea con i guanti. Quindi il mio rapporto con il calcio è stato subito molto partecipato: mi piaceva giocarlo. Poi ho continuato a seguirlo negli anni, ma i ricordi sportivi più belli che ho sono proprio legati alle partite giocate con compagni e amici. Mi ricordo le partite a scuola, alle medie e anche le gomme da masticare con dentro le figurine della Serie A».

Eri un maschiaccio?
«Sì, totalmente. Sempre con amici maschi, sempre in giro in bicicletta, sempre a giocare a calcio».

Possiamo dire che quella bambina è rimasta in te?
«Tantissimo. La parte giocosa, competitiva, anche un po’ burlona, è rimasta negli anni. Poi si è convertita nell’aspetto agonistico della pallavolo, che per alcuni anni è diventata il mio mestiere. Nel frattempo cresceva la passione per il giornalismo, che è sempre stata un’altra cosa che mi accendeva fin da bambina. Io andavo in giro con il microfonino già da piccola, facevo finte interviste, inventavo storie. Poi ho capito che potevo unire le due cose, sport e giornalismo, tanto che la mia prima esperienza in un giornale è stata proprio da insider. Giocavo come seconda palleggiatrice in una squadra di Vigevano e mi avevano chiesto di fare la reporter dall’interno. Raccontavo quello che succedeva in squadra, le dinamiche, le partite ed è iniziato tutto così».

IL GIORNALISMO E IL COACHING

Oggi quando racconti una partita ti senti più giornalista o più ex atleta?
«Quando faccio le cronache cerco sempre di mixare le due cose. La parte di studio è molto giornalistica. Mi piace essere sul pezzo, conoscere il più possibile dei giocatori, delle dinamiche, delle tattiche. Ho la fortuna di aver avuto esperienze a livello internazionale e, quando faccio le telecronache su DAZN, lavoro soprattutto sulla parte europea, quindi Champions League e competizioni simili. Mi piace molto confrontarmi con i colleghi degli altri Paesi, perché è vero che ci sono tante informazioni disponibili, ma quelle che arrivano direttamente da loro sono spesso più approfondite, più curiose. Dall’altro lato, però, devo mettere da parte l’ex atleta. A volte mi verrebbe anche da esultare, soprattutto quando gioca l’Italia. Mi è capitato, quindi, raccontando le ultime tre stagioni di dovermi trattenere un po’ e non lasciarmi andare troppo».

C’è qualche episodio o un aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso di quando facevi la bordocampista a DAZN per la Serie A?
«Ricordo di aver visto il primo gol di Samardzic da bordocampo. Lui giocava nell’Udinese e io ero inviata in Spezia-Udinese. Un giocatore, secondo me, molto importante. Al di là della crescita che ha avuto nel tempo, è uno di quei giocatori che ha ancora margine di crescita. Già allora s’intravedeva che era un giocatore molto elegante, con classe, qualità e grandi possibilità di miglioramento. Secondo me oggi è nel posto giusto al momento giusto per fare un ulteriore salto nella sua carriera».

Oltre al giornalismo, oggi sei anche personal coach: ci spieghi meglio in cosa consiste?
«Insegno yoga da un paio d’anni. Sono mamma di due bambine e ho iniziato a praticarlo quando sono rimasta incinta la prima volta. Quando ho dovuto in qualche modo ricostruire la mia carriera, mi sono resa conto che avevo fatto lavori molto belli, ma molto centrati su me stessa. A un certo punto, però, ho sentito il bisogno di mettere a disposizione degli altri le mie competenze, perché credo che siamo in un’epoca in cui ci sia tanto bisogno di aiuto reciproco, di condividere quello che abbiamo imparato. Così ho costruito questo percorso, che si basa su un metodo riconosciuto, l’MPB Coaching, che lavora su tre livelli. Il primo è quello mentale: nel coaching utilizzo le mie competenze giornalistiche, perché faccio domande, a volte anche scomode, che però servono a far riflettere. Il coach, a differenza dello psicologo, non lavora tanto sul passato, ma accompagna la persona con domande guida per aiutarla a fermarsi e ragionare. Il secondo livello è quello fisico perché per me, venendo dallo sport, non è possibile fare un percorso senza coinvolgere il corpo. Uso lo yoga, la preparazione fisica, ma anche attività come le camminate nella natura in modo che il corpo sia protagonista perché, per quello che ho visto sia negli atleti che ho intervistato, che nella mia esperienza personale, è sempre la chiave giusta. Il corpo non ti mente mai e ti riporta sempre al presente. Per gli atleti, poi, è fondamentale fare pace con il corpo e ricordarsi che non è solo uno strumento di performance, ma è ciò che permette di vivere. Negli ultimi anni ho lavorato molto anche con atleti professionisti che smettono di giocare. È un passaggio delicato, in cui bisogna fare pace con il corpo, che non è più solo ed esclusivamente un mezzo per performare. Oggi i calendari sono folli. Il corpo viene trattato come una macchina che deve sempre funzionare, ma quando si riesce a fare pace con questa parte, si riaccendono piccoli momenti di consapevolezza che fanno crescere anche come persone. Il terzo livello, infine, è la meditazione, che pratico da un paio d’anni. È uno strumento fondamentale, soprattutto in un mondo moderno che va velocissimo. Serve a creare spazi di decompressione mentale, a dare il giusto peso alle cose e a non farsi travolgere dalla frenesia. Le persone sono sempre tutte di corsa, ma se chiedi loro dove stanno andando, pochi sanno davvero rispondere».

LA SQUADRA DI PALLADINO, GASPERINI E IL VOLLEY

A proposito di calendari folli, quindi secondo te il numero di partite disputate dalla squadra nerazzurra negli ultimi mesi ha pesato sulle prestazioni?
«Questo è un anno di transizione per la squadra. È inutile negarlo. Rispetto alla gestione di Gian Piero Gasperini sono cambiate tante cose, anche se il gruppo ha mantenuto una forte identità. Però cambiare tre allenatori in sei mesi è qualcosa che pesa e che non si può ignorare. Detto questo, la squadra ha ottenuto buoni risultati. Con l’arrivo di Raffaele Palladino ha fatto una grande rincorsa in campionato e oggi può giocarsi ancora l’accesso alla Champions. E poi alcune partite europee, come quella con il Chelsea, hanno dimostrato che lo spirito va oltre gli allenatori. È qualcosa di consolidato, costruito negli anni. Quindi, sì, siamo in una fase di transizione, ma ci sono punti fermi, come Marten de Roon, che non si possono toccare. Ormai sono radicati, rappresentano proprio quest’identità e da lì si può ripartire. Indubbiamente, però, il calendario incide e credo che da qui in avanti vedremo una nuova fase di crescita per la squadra, perché passare da giocare ogni tre giorni a concentrarsi per un po’ su un solo obiettivo fa la differenza».

Secondo te finora il lavoro di Palladino è stato più mentale che fisico?
«Non si può dire che sia stato solo mentale. A quei livelli non basta. Il lavoro fisico e organizzativo viene dato per scontato: programmazione, allenamenti, preparazione. La parte mentale è la “ciliegina sulla torta”. Io credo che Palladino abbia dato molto anche a livello tecnico, pur venendo dopo Gasperini, che ha costruito la squadra di oggi. Per me ora siamo ancora nella fase post Gasperini più che all’inizio di un nuovo corso. Ci vuole tempo per vedere davvero quello che il nuovo mister può dare a questa squadra».

Prima accennavi a Marten de Roon. Per te è il giocatore più rappresentativo di questa rosa?
«Secondo me sì. A livello di qualità tecnica ci sono tanti giocatori importanti, però lui, dal punto di vista della continuità, della solidità, delle garanzie e anche della longevità all’interno del progetto nerazzurro, è il giocatore più rappresentativo. È quello che ti viene in mente subito».

C’è qualcosa, secondo te, che il mondo del calcio potrebbe imparare dal mondo del volley?
«Credo che su alcune cose il mondo della pallavolo stia facendo la differenza, così come l’atletica, dove stiamo ottenendo risultati importanti. Sono sport meno in voga rispetto al calcio, ma dai quali il mondo del pallone, secondo me, ha proprio l’obbligo di prendere. Ci sono cose che funzionano e che possono essere replicate, non per copiare, ma per prendere quello che di buono c’è. Penso soprattutto alla formazione. Nella pallavolo, per esempio, una cosa che salta subito all’occhio è che i migliori tecnici in Europa siano italiani. L’anno scorso, alla Final Four di Champions League, c’erano quattro allenatori italiani, e succederà anche quest’anno. Abbiamo tecnici bravissimi ai vertici, ma le basi si fondano sul lavoro dei settori giovanili. È da lì che si costruiscono i giocatori. In questo senso, per quanto riguarda il vivaio, la società orobica è un modello unico nel calcio, ma nella maggior parte dei casi in Italia non si riesce a fare questo lavoro. E poi i risultati si vedono, anche a livello di Nazionale. Ci sono ragazzi oggi che non si ricordano neanche quando l’Italia ha partecipato ai Mondiali. Dal 2006 al 2026 sono passati vent’anni».

LA NAZIONALE E GLI OBIETTIVI STAGIONALI

Tu che idea ti sei fatta sulla partita con l’Irlanda del Nord?
«Secondo me è una partita in cui Gattuso deve fare un po’ il mago e in questo caso la parte mentale è ancora più importante di quella fisica. Il ct ha poco tempo per lavorare. Ha giocatori che arrivano da realtà diverse e deve metterli insieme subito, con l’aggravante di doversi giocare il tutto per tutto. Ho letto un’intervista di Buffon che diceva che Gattuso è diverso dai tecnici precedenti, perché i giocatori lo sentono molto vicino, quasi ancora come un compagno. Lui in realtà non ama questa cosa, però potrebbe essere proprio la chiave per toccare le corde giuste e mettere i giocatori nelle condizioni di dare il massimo. Inutile parlare dell’avversario perché nelle ultime due occasioni ci siamo resi conto che è l’Italia stessa l’artefice del proprio destino».

È un po’ quello che si dice anche della Dea, che può vincere e perdere con chiunque perché il suo principale avversario è lei stessa.
«Qualche scoria dopo l’uscita dalla Champions e dopo aver preso dieci gol in due partite con il Bayern era prevedibile. La partita contro il Verona non è stata brillante, però alla fine viene sempre fuori la resilienza della squadra. Quando riesci a vincere anche le partite “bruttine” è un segnale di carattere e personalità e non va sottovalutato. Condivido quello che diceva Palladino: il fatto di dover, ora, giocare otto finali con scontri diretti per provare a rientrare in Champions. Giochi davvero un po’ contro te stesso, o meglio, con te stesso, prima che contro gli avversari».

Secondo te è ancora possibile la qualificazione in Champions?
«Io credo di sì, anche alla luce anche di come si stanno muovendo le squadre davanti. Fame e consapevolezza che il gruppo ha raggiunto sono importanti. Io non sottovaluterei le due sconfitte contro il Bayern, anche in ottica di consapevolezza: hanno dato ancora una volta la dimensione che non sei ancora a quel livello, però vai e te la giochi in maniera sfrontata. Non rinneghi quello che sei. E questa è sempre una base buona da cui ripartire, soprattutto in ottica campionato. Quando assapori quelle notti magiche, quelle emozioni, difficilmente abbassi le braccia. Continui a lottare fino alla fine per provare a tornarci. Quindi secondo me può farcela».

Il campionato, invece, l’ha già vinto l’Inter?
«L’ultima giornata ha riaperto il campionato. L’Inter ci ha abituato negli anni a confrontarsi con il suo essere “Pazza Inter”. È favorita dallo scontro diretto tra Napoli e Milan dopo la sosta della Nazionale, ma non considererei chiuso il discorso».

LA BELLEZZA DELLO SPORT E LA SOCIETÀ DI OGGI

Maria Pia, c’è qualcosa di Bergamo, di quel primo percorso a TuttoAtalanta, che ti porti ancora dietro oggi?
«Tanto. Ho condotto il passaggio della fiaccola olimpica a Dalmine e lì ho ritrovato persone con cui avevo condiviso esperienze importanti. Rivedersi dopo tanto tempo con persone con cui si è costruito qualcosa è sempre speciale. Con Matteo De Sanctis, per esempio, ci sentiamo ancora. È un continuo creare ponti, connessioni, con chi condividi valori e passioni. E questa cosa, oggi, secondo me è ancora più importante perché viviamo in un mondo in cui siamo tutti un po’ più soli e facciamo fatica a creare relazioni vere, legami che vadano oltre il momento. Quando però ti leghi alle persone per valori e passioni ti resta un grande piacere nel portare avanti quei rapporti».

A proposito del passaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026 a Dalmine, nell’unica scuola bergamasca che l’ha ospitata: che messaggio hai trasmesso ai ragazzi dell’Itis Marconi?
«È stato molto bello, anche perché c’erano testimonial importanti, come Ilaria Galbusera, Oney Tapia e Alessandro Pisoni. Mettersi a disposizione dei ragazzi, in quella fascia d’età, è qualcosa di prezioso: si crea un contatto umano, uno scambio vero di ricchezza. La mia generazione di genitori sta facendo qualcosa di completamente nuovo, senza avere un modello di riferimento, quindi anche sbagliando, e potersi confrontare con i ragazzi, trasmettere cosa significa fare sport e cosa ti lascia nel tempo è qualcosa che non ha prezzo. Per me, anche da mamma, è un tema fondamentale. La scuola è importantissima, ma allo stesso livello c’è lo sport. Non possiamo permetterci di non far muovere i ragazzi, così come non possiamo permetterci che non si relazionino con gli altri. Dobbiamo preservare la loro infanzia e giovinezza, anche prendendo decisioni forti, come limitare l’uso degli smartphone e del digitale, perché se fai sport, devi stare su quello. Ed è una cosa che ti salva sempre».

Nonostante tu sia stata molto fortunata da questo punto vista, hai sempre sostenuto che la bellezza non è mai stata una tua prerogativa e che, al contrario, contano lavoro e testa. Eppure non hai la sensazione che oggi il mondo dello sport in tv stia andando in una direzione diversa?
«In generale stiamo andando in una direzione dove c’è tutto troppo in vista. Tutto passa dall’immagine e ho timore che questa cosa ci si ritorca contro perché si fa ormai fatica ad apprezzare la bellezza. Non intendo quella estetica, perché per me siamo già nella fase oltre, dove non ci stupiamo più nemmeno del bello. Tutto deve essere bello e patinato e tendiamo a guardare il brutto in continuazione. Siamo la società più opulenta, quella che ha più di qualunque cosa, ma allo stesso tempo anche quella che parla sempre di mancanze. È tutto al ribasso e questo ci imbruttisce. Il bello è un valore e dovremmo ritornare a riconoscerlo e a stupirci».

Come?
«Torno al discorso sportivo. Per me una delle cose più affascinanti dello sport è proprio la bellezza del gesto tecnico. Oggi siamo sempre presi da polemiche, dibattiti, discussioni e non ci fermiamo più a dire “hai visto cosa ha fatto?”. Non ci stupiamo più. Quel giocatore ha le mie stesse gambe, le mie stesse braccia, ma fa cose che io non potrei fare mai. Possiamo ancora stupirci davvero di quello che vediamo, della tecnica, dell’intelligenza, dell’estetica del gesto? Per me in questo c’è un’ancora di salvezza».

Forse l’abbiamo fatto recentemente proprio sul gol del 2-0 di Harry Kane in Champions contro la formazione nerazzurra.
«Ecco, quello è stato un momento in cui finalmente ci siamo fermati e stupiti. Ed è bello proprio questo: tornare a guardare il gesto tecnico per quello che è, senza doverci costruire sopra mille discorsi. Semplicemente dire che è stata fatta una cosa straordinaria».

Nel racconto di Maria Pia Beltran tutto torna sempre a un punto preciso: lo sport come esperienza autentica, capace di formare, unire e lasciare qualcosa che va oltre il risultato. Che si tratti della squadra di club, della Nazionale o del volley, il filo conduttore resta lo stesso: identità, consapevolezza e capacità di restare fedeli a ciò che si è. Anche per questo il legame con Bergamo e con quell’esperienza a TuttoAtalanta continua a vivere nel tempo, fatto di relazioni, valori condivisi e senso di appartenenza. In un mondo sempre più veloce e superficiale, la giornalista di DAZN invita a rallentare e a tornare all’essenza, a stupirsi ancora per un gesto tecnico, riconoscere la bellezza dello sport e riscoprire ciò che davvero conta. Perché è proprio lì, tra identità e resilienza, che si costruisce qualcosa destinato a durare nel tempo.

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