I dottori di Pinocchio
Quando ero bambino, Pinocchio incontrava il Corvo e la Civetta. Due illustri dottori chiamati al capezzale del burattino per stabilire se fosse vivo o morto. Uno sosteneva una cosa, l'altro riusciva sostanzialmente a sostenere anche il contrario. Mi sono tornati in mente guardando ciò che è accaduto ad Alessandro Romano dopo l'esordio con la Nazionale. Prima fenomeno. Poi inadeguato. Prima ragazzo da seguire. Poi giocatore senza personalità. Prima simbolo della nuova Italia. Poi responsabile degli errori dell'Italia. Tutto nello spazio di una partita. I Dottori di Pinocchio sono tornati.Solo che adesso hanno televisioni, giornali, social network e soprattutto diagnosi immediate. E il paziente, naturalmente, ha vent'anni.
Dall'esordio in Nazionale al processo immediato
Alessandro Romano contro il Belgio ha sbagliato. Benissimo. Anzi: per fortuna.Perché se vogliamo davvero costruire una Nazionale nuova dobbiamo decidere una volta per tutte che cosa vogliamo fare dei nostri giovani. Vogliamo farli crescere?Oppure vogliamo utilizzarli fino al primo errore e poi processarli? Romano arrivava all'esordio azzurro con un'esperienza ancora minuscola nel massimo campionato: due precedenti presenze in Serie A con la Roma, diciannove gare in B con lo Spezia e appena cinque partite di campionato con il Cagliari. Dall'altra parte si è trovato anche Kevin De Bruyne, cioè uno dei centrocampisti che hanno segnato il calcio europeo dell'ultimo decennio. La domanda allora dovrebbe essere: che cosa possiamo insegnare a Romano attraverso quella partita? Non: come possiamo utilizzare quella partita contro Romano? Sono due culture completamente differenti. E temo che il problema del nostro calcio cominci proprio qui.
Analizzare l'errore, non il ragazzo
Da maestro, prima ancora che da giornalista, questa storia mi è tremendamente familiare. È quello che vedo accadere spesso nei percorsi educativi e nei settori giovanili. Un bambino sbaglia e invece di analizzare l'errore, analizziamo il bambino.Non diciamo: hai sbagliato questa scelta. Diciamo: non sei capace. Non diciamo:devi imparare a gestire questa situazione. Diciamo: non hai personalità. Non diciamo: vediamo come possiamo aiutarti. Diciamo: non ha talento. Ed è il sistema perfetto per assolvere gli adulti. Perché se il problema è il ragazzo, l'allenatore non deve interrogarsi. Il dirigente non deve interrogarsi. Il formatore non deve interrogarsi. Il sistema non deve interrogarsi. Abbiamo trovato il colpevole. E siccome è giovane, possiede anche pochissimo potere per difendersi.
Il peso della leadership e dell'esperienza
Io rovescerei completamente la prospettiva. Da chi devo aspettarmi maggiore personalità? Dal ragazzo che entra per la prima volta nello spogliatoio della Nazionale o da chi quello spogliatoio lo frequenta da anni? Da chi devo aspettarmi maggiore responsabilità? Dal ventenne alla prima partita o dal leader affermato? Da chi devo pretendere la capacità di aiutare la squadra quando arriva la difficoltà? Dal ragazzo o dall'uomo esperto? L'esperienza dovrebbe produrre responsabilità. Troppo spesso, invece, produce potere. Ed è un'altra cosa. Il potente difende il proprio status.Il leader mette il proprio status a disposizione degli altri. E nel calcio questa differenza si vede continuamente. Se bisogna adattare qualcuno in un ruolo differente, frequentemente adattiamo il giovane. Se dobbiamo individuare l'errore, vediamo immediatamente quello del giovane. Se dobbiamo mettere in discussione qualcuno, è più semplice mettere in discussione il giovane. Perché con lui costa poco.Con il calciatore affermato diventa più complicato. C'è il curriculum. C'è il nome. C'èil procuratore. C'è il peso nello spogliatoio. C'è la paura del rifiuto. E qualche volta sembra quasi che si debba proteggere una maestà acquisita. Ma un leader che non può essere messo in discussione non è più un leader. È diventato un potente.
Il modello Cagliari e la filosofia di Pisacane
Ed è qui che il discorso mi porta inevitabilmente al Cagliari. Perché sarebbe interessante domandarsi perché alcuni calciatori riescano a esprimersi qui in maniera diversa rispetto ad altri momenti della loro carriera. La risposta non può essere sempre il caso. Credo esistano almeno due elementi: l'habitat e l'attenzione dell'allenatore. Fabio Pisacane, parlando proprio di Romano pochi giorni prima della Nazionale, aveva pronunciato una frase che oggi acquista ancora più significato:«Deve giocare tanto, anche se sbaglia». Fermiamoci. Anche se sbaglia. Dentro queste tre parole c'è un progetto tecnico. Ma c'è soprattutto un progetto educativo. Non significa che l'errore non abbia conseguenze. Significa esattamente il contrario: utilizzare la conseguenza dell'errore per produrre crescita.
Bellanova. Piccoli. Palestra. Oggi Romano. Maldini. Lo stesso Esposito, con una storia e problematiche differenti. Cagliari negli ultimi anni ha mostrato più volte di poter diventare un ambiente nel quale un calciatore trova spazio per costruire o ricostruire qualcosa. Non perché esista una formula magica. E nemmeno perché a Cagliari tutti diventino improvvisamente fenomeni. Semplicemente perché il calciatore viene osservato partendo da quello che può diventare, non soltanto da quello che oggi non riesce ancora a fare. È un'enorme differenza. Il giovane è un investimento. E quando investi non pretendi il rendimento massimo il giorno successivo. Costruisci valore. A Cagliari, inoltre, le primedonne storicamente hanno avuto vita difficile. Questa è una terra che sa amare moltissimo il campione, ma pretende che il campione abiti la maglia. Daniele Conti è diventato enorme proprio quando ha smesso di essere soltanto il figlio di Bruno. Maldini sta trovando oggi uno spazio nel quale può essere Daniel prima ancora che il figlio di Paolo. Romano può essere Romano. Palestra può essere Palestra. Non copie. Non salvatori. Calciatori in costruzione.
La nuova Italia ha bisogno del diritto di sbagliare
Ed eccoci alla Nazionale. Dopo anni nei quali abbiamo discusso della crisi del calcio italiano, sarebbe paradossale pretendere di risolverla alla prima convocazione dei giovani. Non esiste Mancini con la bacchetta magica. Non esiste Romano con la bacchetta magica. Non esiste il nuovo fenomeno che arriva e sistema tutto. Bisogna fare una cosa molto meno televisiva. Lavorare. Osservare. Provare. Sbagliare.Correggere. Riprovare. Dare minuti. Creare relazioni. Costruire un'identità. È molto meno sensazionale di un processo televisivo. Ma ha un piccolo vantaggio: funziona.La nuova Nazionale è stata costruita inserendo diversi esordienti; Romano è uno dei ragazzi attraverso i quali si sta tentando di allargare e ringiovanire il gruppo. Se questa è la strada scelta, bisogna accettarne anche il prezzo. Il prezzo della crescita è l'errore. Altrimenti non stiamo investendo sui giovani. Li stiamo semplicemente usando.
Gli esperti al servizio dei giovani
Questo non significa rottamare chi ha esperienza. Sarebbe altrettanto stupido.Significa assegnargli una responsabilità maggiore. Il veterano serve proprio perché esiste il giovane. Deve accompagnarlo. Proteggerlo. Correggerlo. Prendersi una responsabilità in più quando il ragazzo ne può sostenere una in meno. L'esperienza non dovrebbe produrre privilegi. Dovrebbe produrre servizio. Questa è la leadership che vorrei vedere. Non vecchi contro giovani. Ma esperti per i giovani. Perché la base sulla quale ricostruire il nostro calcio non possono essere i vecchi da tutelare. Devono essere i giovani da far crescere.
La malattia del calcio italiano è la fretta
E allora, visto che siamo circondati dai Dottori di Pinocchio, oggi voglio fare il medico anch'io. La mia diagnosi è questa: il calcio italiano non è malato di giovani. È malato della fretta con la quale pretende che i giovani siano già vecchi. E prescrivo anche la terapia. Tempo. Non infinito. Non un alibi. Tempo riempito di lavoro.Perché pazienza non significa aspettare passivamente. Significa lavorare mentre aspetti. Serve tempo per costruire una nuova cultura sportiva. Probabilmente molto meno di quello che abbiamo impiegato a perderla. Ma serve. Bisogna restituire centralità agli allenatori che insegnano, ai dirigenti che programmano, ai calciatori esperti che accompagnano, ai giornalisti che raccontano senza trasformare ogni partita in una sentenza. E soprattutto bisogna restituire ai ragazzi il diritto di sbagliare senza diventare sbagliati. Romano ha sbagliato contro il Belgio. Benissimo. Adesso osserviamo cosa farà dell'errore. Cosa gli insegnerà Mancini. Cosa gli restituirà Pisacane. Come reagirà lui. È questo il percorso. Il resto è rumore. Perché i Dottori di Pinocchio hanno sempre una diagnosi pronta. Il difficile viene dopo. Curare. E nel calcio, come nell'educazione, la cura non è il giudizio. È accompagnare qualcuno dal calciatore che è oggi verso quello che ancora non sa di poter diventare. Questa dovrebbe essere la responsabilità degli adulti. Ognuno nel ruolo che gli compete. E magari, per una volta, invece di domandare ai ragazzi se siano già abbastanza grandi per la Nazionale, potremmo cominciare a domandarci se noi adulti siamo abbastanza grandi per farli crescere.


