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48 milioni di euro per non cacciare Conte (e non dimettersi). L'Inter è sotto scacco dalle sue stesse scelte

48 milioni di euro per non cacciare Conte (e non dimettersi). L'Inter è sotto scacco dalle sue stesse scelteTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Lorenzo Di Benedetto
domenica 13 dicembre 2020 00:00Editoriale
di Andrea Losapio
Nato a Bergamo il 23-06-1984, vive a Firenze. Inviato e prima firma per TuttoMercatoWeb. Dal 2012 collabora per il Corriere della Sera

C'è un piano B dell'Inter per il dopo Conte? La risposta è semplice. "Sì, ce l'abbiamo ma non ve lo diciamo perché non vogliamo renderlo pubblico altrimenti ci bloccano anche quello e siamo rovinati". Scherzi a parte i nerazzurri sono sotto scacco di una scelta fatta un anno e mezzo fa, prima della pandemia, con l'idea di colmare con una sola scelta il gap con le altre. Quello che dieci anni fa aveva fatto Ibrahimovic tra Milan e Inter. Sembrava l'unico modo per avere una società forte. Marotta, amministratore delegato ex Juventus, Conte, allenatore ex Juventus. Poi però non c'è la possibilità di cambiare direttore sportivo, sebbene Conte di nomi ne abbia fatti. Gli acquisti non vengono concordati con l'allenatore (caso Eriksen) e nonostante una valanga di milioni i trofei latitano.

Vero, la finale di Europa League (che però Conte non ha vinto), altrettanto buono il secondo posto in campionato, con zero speranze di vincere lo Scudetto da gennaio in poi, cioè quando Vidal era a un passo ma gli è stato preferito Eriksen, peccato originale di questa gestione del danese, al netto delle lamentele dalla Danimarca. È normale che il trascinatore del Tottenham di due anni fa, fino alla finale di Champions, meriti sette minuti nella partita decisiva? È normale che dopo tutte le conferenze stampa e le risposte alle televisioni, Conte sia ancora sulla panchina dell'Inter? La risposta è "no" a tutte e due. Ed è pazzesco pensare che un triennale da 36 milioni di euro (un bel po' più lordi, ma evviva il Decreto Crescita) blocchi completamente lo sviluppo di un progetto.

Conte non è interista e non lo sarà mai. È impossibile scindere il suo ruolo nel 5 maggio - e non solo - da quello dell'allenatore. Come non lo era per Lippi anni fa. La storia però è ciclica e gli errori ci sono. Allegri, paradossalmente, sarebbe molto meno iconico di Conte. Lo stesso Capello, che ha fatto arrabbiare Conte, potrebbe riciclarsi come allenatore nerazzurro (non succederà mai, anche per raggiunti limiti d'età). Anche Zidane non è un'icona come Conte o Lippi. Sono tutti discorsi per il futuro, al momento è impossibile pensare di cambiare panchina. E il motivo è essenzialmente solo quello: milioni e milioni e milioni di stipendi, dopo avere esonerato Spalletti. Sicuramente meglio Conte, fra i due. Senza trofei e con circa 220 milioni spesi per rinforzare una squadra.

Facendo i conti, Spalletti non poteva contare su: Hakimi, Young, Godin, Vidal, Sensi, Barella, Eriksen, Lukaku, Sanchez e contro l'Eintracht Francoforte, in Europa League, ha dovuto schierare Esposito. Può non essere un fallimento, quello di Conte. Sul lato comunicativo certo non è una vittoria, nemmeno sfiorata, anzi.

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