Allegri, mica Guariti. Quanti allenatori può sbagliare la Juve pur di non prendere Conte? Inter, i limiti di Chivu e la nostalgia di Inzaghi: rischia di ritrovarselo contro
Due su due, dopo l’orrendo quattro su quattro al contrario della scorsa settimana. La Champions League restituisce sorrisi alle italiane, anche se la verità sta sempre noiosamente nel mezzo: non eravamo dei falliti - calcisticamente parlando - dopo quattro ko, non siamo certo usciti dal tunnel dopo due vittorie. Siamo un po’ più Allegri, come Max che ritrova la vittoria con il Napoli.
Ma, appunto, nessuno è guarito. Vale per il calcio italiano, che di problemi da affrontare ne ha mille - per ora si pensa al segretario generale della FIGC, come se importasse a qualcuno -, ma anche per la formazione azzurra, alle prese con una stagione fin qui peggio che deficitaria. Il successo sul Bodo/Glimt non scaccia i fantasmi, anzi. Un po’ per come è arrivato, a fatica. Ma soprattutto perché l’impressione è, ancora una volta, che Allegri proprio non riesca a tirare dal cilindro un qualsiasi coniglio, come pure gli accadeva in passato. Il rifugio del “contano solo i risultati” è una gabbia che si è costruito da solo, pur sapendo benissimo che i risultati vanno inseguiti attraverso la prestazione, e proprio non riesce a uscirne. Il calcio, però, va drammaticamente in un’altra direzione. E non basta un successo affannoso sui norvegesi (che non sono più da tempo i salmonari descritti da qualcuno in passato) per raddrizzare la stagione.
A Torino è stato, nelle ultime ore, il momento del faccia a faccia tra Luciano Spalletti e la sua squadra. Se c’è una critica che non si può fare all’allenatore della Juventus, è che non dica le cose che pensa. Le dice, le ribadisce, le abbellisce, fa giri immensi e poi le ridice. Spalletti è, incontrovertibilmente, un allenatore onesto. Ed è anche un grande allenatore, per quello che ha fatto in carriera. Però non sembra quello giusto per una Juve che è già intervenuta su uno dei problemi a monte - la dirigenza -, ma rischia di buttare all’aria un’altra stagione anche per un ostracismo di dimensioni ai limiti dell’incomprensibile.
Pur di non richiamare Antonio Conte - che tornerebbe di corsa, non è neppure più un segreto -, hanno puntato su chiunque. Su Thiago Motta e la sua proposta rivoluzionaria: male. Su Igor Tudor, il salvatore della patria: peggio che andar di notte. Su Luciano Spalletti, addirittura, ci hanno puntato due volte: al posto del croato, e fin lì poco da dire. E poi ancora dopo che non ha centrato la qualificazione alla Champions League: passi pure l’avvio azzoppato, ma 29 delle 38 giornate dello scorso campionato le ha vissute lui, non si può addossare tutta la colpa a Tudor. Non v’è certezza che Conte possa risolvere i problemi, però è quello che fa da tutta una carriera. Soprattutto, la sensazione è che il no ad Antonio non abbia alcuna motivazione tecnica, ma affondi le sue radici nella rottura con la proprietà, che peraltro ha - ancora meno felicemente, va detto - ostracizzato anche l’altra parte di quella contesa, cioè Andrea Agnelli. Il risultato è che la squadra va sbandando e non riesce a trovare una nuova guida in grado di rimetterla in sesto, mentre Conte è lì sulla riva del fiume.
Alla Juve potrebbe, l’anno prossimo, approdare Simone Inzaghi. Non è una certezza, per ora, ma un naturale sviluppo del percorso di entrambi. Passi lo stipendio multimilionario, ma Simone deve tornare in Europa perché è quello il palcoscenico più naturale per uno come lui. Per informazioni, chiedere all’Inter, che di Cristian Chivu ha già scoperto le virtù, ma sta conoscendo pure i difetti. Il tecnico romeno ha gestito alla grandissima il salto di qualità da Parma, e questo non glielo si potrà togliere mai. Però con Inzaghi l’Inter in Europa era tutt’altra musica. È un periodo, quello inzaghiano, che è stato molto sottovalutato, perché oggettivamente non ha vinto tutti gli scudetti che avrebbe potuto, ma non è mai stato normale vedere i nerazzurri giocare così. Quei meccanismi si sono persi, e la dimensione verticale che ha aggiunto Chivu non vale questo smarrimento: l’Inter dà l’impressione di giocare sempre allo stesso modo, allo stesso ritmo. Se l’avversario va più lento, e in Italia capita quasi sempre, prima o poi la partita l’aggiusta, perché ha una rosa troppo più forte delle altre. In Champions, invece, vanno quasi sempre più veloce, e le difficoltà che sta incontrando finora sono una naturale conseguenza. Se davvero Inzaghi tornasse in Italia, quello con il suo passato sarebbe un rendez-vous molto interessante.
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