Toldo si racconta: "La mia vita in viola. All'inizio fu dura ma poi ho pensato di vincere lo scudetto
Intervistato in eslusiva da Radio FirenzeViola in occasione del centenario della Fiorentina, previsto per il 29 agosto prossimo, l'ex portiere viola Francesco Toldo ha ripercorso tutta la sua carriera. Ecco alcune delle sue dichiarazioni:
Francesco, facciamo un excursus della tua vita calcistica, e non solo. Hai sempre pensato di fare il portiere fin da ragazzino?
«No, intanto è un piacere averti qui a casa mia e ti ringrazio. Quando ero ragazzino non era il mio pensiero principale. Mi ricordo che avevo 12-13-14 anni e giocavo fuori, facevo il terzino o il centrocampista. Poi una sera d'inverno nevicò, andai in porta e lì mi divertii tantissimo a tuffarmi e a parare tutti i tiri. Ero già il più alto e il più dotato fisicamente di tutti. Da quel momento non mi sono più mosso dalla porta, perché per me era un grandissimo divertimento.»
Avevi già un idolo tra i portieri?
«No. Ero ancora piccolo, anche se con le figurine sapevamo tutto: chi c'era, chi non c'era, il peso, l'altezza, un po' come fanno oggi i ragazzi. In quel periodo mio cugino Enrico, che abitava vicino a casa mia, mi aveva fatto diventare tifoso del Milan, ma non avevo ancora un idolo.»
Ti ricordi la prima partita vista allo stadio da tifoso?
«Sì, anche se mi stai facendo fare un bel salto indietro: adesso ho 54 anni e stiamo parlando di quando ne avevo 10 o 12. Mio papà mi portava allo stadio Appiani di Padova, dove giocava il Padova, che allora era tra Serie B e Serie C. Era una squadra molto seguita e, visto che lo stadio era in centro città, era normale andare a vedere il Padova. Sono stato tifoso del Padova fin da ragazzino e quelle sono state le mie prime vere partite da spettatore.»
È vero che tuo padre, quando hai iniziato la carriera da calciatore, avrebbe preferito che lavorassi nella sua tabaccheria?
«Prima mio papà aveva fatto il benzinaio per vent'anni, poi era diventato tabaccaio per altri vent'anni, fino alla pensione. Io e mia sorella eravamo piccoli e, durante gli anni delle superiori, mi chiedeva di andare ad aiutarlo quando aveva bisogno e doveva assentarsi. Finché ho giocato vicino a casa gli ho sempre dato una mano. Poi il Milan mi portò a Milanello e rimasi via due anni, dai 16 ai 18 anni. Successivamente rientrai al Verona e facevo avanti e indietro in treno da Padova. Quando avevo tempo andavo comunque ad aiutarlo e lui si era illuso che potessi continuare. Poi arrivò la possibilità di andare al Trento e lui mi disse: "Ma sei sicuro di voler giocare a calcio? Ti do anche centomila lire in più se vieni ad aiutarmi". Io gli risposi: "No papà, io voglio giocare a calcio". E lui: "Va bene, allora vai". Da lì è partita una carriera meravigliosa.»
Come ti saresti visto a gestire una tabaccheria?
«Mi sarei visto come tanti miei amici del paese, Caselle di Selvazzano, che nomino sempre con emozione. Avrei fatto la mia vita, il mio lavoro, magari continuando quello di mio padre. Le serate con gli amici, la pizza, la discoteca nel fine settimana... una vita normale. Mi sarei visto tranquillamente a gestire la tabaccheria.»
Hai frequentato l'istituto alberghiero. Perché quella scelta?
«Quando sei ragazzo hai tanta confusione in testa. Le ragazze, secondo me, hanno le idee molto più chiare fin da giovani; noi maschi spesso non capiamo niente fino ai 25 anni. Bisognava scegliere una scuola e io scelsi l'istituto alberghiero perché pensavo che mi sarebbe piaciuto fare il direttore d'albergo o lavorare nell'accoglienza. In realtà non era una vera vocazione: l'ho scelto anche perché un mio amico andava lì e la scuola era vicino ad Abano. La cosa più bella è che ho studiato le lingue straniere: inglese, francese e tedesco. Quello mi è servito.»
In quegli anni all'alberghiero hai incontrato anche Dino Zoff.
«Sì, è vero. Durante gli studi si faceva pratica negli alberghi e un giorno, in un grande hotel di Padova appena inaugurato, arrivò Dino Zoff, che allora allenava la Lazio. Io ero già portiere e fui l'unica persona a cui chiesi un autografo. Lui, come sempre, fu gentilissimo. Purtroppo quell'autografo l'ho perso. Poi me lo sono ritrovato come commissario tecnico all'Europeo del 2000. Gli ricordai quell'episodio, anche se ovviamente lui non se lo ricordava. Però per me è sempre stato un signore.»
Nel 1993 la Fiorentina ti sceglie come portiere della rinascita, dopo la retrocessione in Serie B. Cosa hai pensato quando hai saputo dell'interesse viola?
«Non vedevo l'ora di andare a Firenze e iniziare quella bellissima avventura. Venivo dal Trento e dal Ravenna, dove eravamo stati promossi, quindi mi aspettavo di giocare in Serie B, ma non pensavo certo alla Fiorentina, una società così importante appena retrocessa. All'inizio è stato difficile. Eravamo tanti compagni nuovi e abbiamo legato subito, perché da giovani succede facilmente. Però trovai un ambiente molto complicato. Mi chiedevo: "Perché sono tutti così arrabbiati?". Non riuscivo a capirlo. Io sono sempre stato un puro: per me il calcio deve restare uno sport. Invece vedevo che le persone arrivavano ad arrabbiarsi tantissimo. Mi ricordo una partita di Coppa Italia contro il Venezia: dopo un rigore sbagliato iniziarono gli inseguimenti in macchina. Uno mi fermò e mi disse: "Toldo, con te non ce l'abbiamo. Ce l'abbiamo con altri". Poi ci furono anche episodi spiacevoli. Col tempo però la rabbia dei tifosi si è placata, hanno capito che bisognava ricostruire e da lì è ripartito un nuovo ciclo.»
Che impatto hai avuto con Claudio Ranieri?
«Per me Claudio Ranieri è un signore, un galantuomo, una bravissima persona. Ha fatto quattro anni alla Fiorentina, che credo siano un record. Faceva lavorare tantissimo, ma il vero impatto duro non fu con lui: fu con Giorgio Pellizzaro, il preparatore dei portieri. Gli volevamo tutti bene, però gli allenamenti erano massacranti. Io, però, ero abituato alla fatica e non era un problema.»
Non ti lamentavi mai?
«Mai. Anche se eri distrutto non dovevi dirlo. Se qualcuno ti chiedeva se eri stanco, la risposta era sempre "No".»
È vero che restavate in campo fino al tramonto?
«Sì. Una cosa bellissima che ricordo è che i campi erano sempre circondati dai tifosi, soprattutto dai pensionati, che invece di stare da un'altra parte venivano a guardare gli allenamenti. Erano a due metri da noi e sentivi tutti i loro commenti. Era divertente. E poi i tifosi che vengono ogni giorno a vederti capiscono di calcio, quindi i loro giudizi avevano anche un valore.»
Qual è stata la critica più curiosa che hai ricevuto dai tifosi fiorentini?
«Mi dicevano sempre che uscivo poco. Col senno di poi lavorerei di più sull'aspetto mentale. Bisogna imparare ad accettare le critiche senza farsi condizionare. Ai nostri tempi non esistevano professionisti che ti aiutassero sotto questo aspetto: dovevi arrangiarti, incassare e ripartire. Oggi invece ci sono figure preparate che aiutano gli atleti anche mentalmente.»
I tifosi della Fiorentina sono famosi per essere molto diretti...
«Ed è una cosa che a me piace. Preferisco una persona che mi dice quello che pensa in faccia. A Firenze mi divertivo, anche perché non sono permaloso. Ti dicevano: "Oh grullo, dovevi fare così o cosà". Va bene, nessun problema. Una delle mie qualità è proprio quella di non avere paura del confronto.»
Che cosa ha significato essere compagno di due campioni come Batistuta e Rui Costa?
«Quando si parla di quella Fiorentina si nominano sempre Batistuta e Rui Costa, ma c'erano anche tanti altri giocatori importantissimi che vengono ricordati meno: Piacentini, Faccenda, Malusci, Amoroso e tanti altri. Certo, loro erano quelli che trascinavano la squadra. Rui era una persona molto intelligente, riflessiva, uno che parlava con calma e cercava sempre di capire le situazioni. Era davvero una persona equilibrata. Batistuta invece era più istintivo, ti mandava anche a quel paese se c'era da farlo, però era quello che si caricava sulle spalle tutta la squadra. Era lui il punto di riferimento, era lui che voleva che Cecchi Gori investisse per costruire una squadra capace di vincere. Si prendeva addosso tutte le responsabilità, nel bene e nel male.»
Era il vero leader dello spogliatoio?
«Parlavano i gol. C'era poco da dire. In quegli anni era il bomber del campionato. La nostra non era una squadra costruita per vincere lo scudetto come le grandi, perché la rosa era diversa, però lui riusciva comunque ad abbattere qualsiasi difesa.»
Com'era affrontarlo in allenamento?
«Siamo cresciuti insieme. A un certo punto della sua carriera disse: "Adesso voglio imparare a calciare di sinistro". All'inizio gli dicevamo che non era capace, invece si è messo lì, giorno dopo giorno, e dopo qualche mese ha iniziato a fare gol anche con il sinistro. Il suo problema era che tutti i difensori lo accompagnavano sul piede sinistro, perché sapevano quanto fosse devastante con il destro. Così, a quasi trent'anni, ha imparato una cosa nuova. È stato merito della sua volontà.»
Hai nominato Vittorio Cecchi Gori. Che presidente è stato?
«È stato il presidente della mia epoca alla Fiorentina. Si è trovato a raccogliere un'eredità importante e a proseguire un cammino difficile. C'erano società molto forti e presidenti di grandissimo livello. Secondo me ha fatto un ottimo lavoro. Sono passati venticinque anni e i tifosi ricordano ancora quel periodo con grande affetto, perché andavamo a vincere praticamente ovunque. Il limite era che, quando arrivavi vicino al traguardo, c'erano squadre che avevano qualcosa in più e riuscivano a fare l'ultimo passo.»
Che rapporto avevi con lui?
«Mi voleva bene. Io stavo sempre al mio posto, ma sentivo la sua fiducia. Mi ricordo una volta che avevo la febbre e lui mi disse: "Devi giocare". Gli risposi: "Prendo una Tachipirina, se mi scende la febbre gioco". Quando un presidente ha fiducia in te lo percepisci. Aveva un carattere particolare: ti diceva sempre quello che pensava, magari si arrabbiava, sbottava, però poi gli passava tutto.»
Sono rimasti famosi anche i suoi confronti accesi con gli allenatori, come Malesani...
«Sì, ma lui aveva un debole per Robbiati, come del resto un po' tutti noi. Con quelle scarpe gialle e quelle gambe che sembravano sottilissime, gli mettevi una punizione al limite e lui la metteva sopra la barriera. Entrava magari al sessantesimo e trovava sempre il gol. Aveva anche una voce particolarissima. Ricordo che una volta telefonai a casa sua e rispose lui. Rimasi sorpreso da quella voce.»
Ti ricordi le discussioni tra Cecchi Gori e gli allenatori negli spogliatoi?
«Sì. A caldo, dopo le partite, arrivava nello spogliatoio arrabbiato con il mondo intero perché voleva vincere. Non ricordo episodi specifici, però a me faceva anche sorridere. Diceva sempre quello che pensava, a modo suo. Quando però parlava di aspetti tecnici gli spiegavamo come stavano realmente le cose e allora si calmava.»
Quanto ripensi alla vittoria della Coppa Italia del 1996 e alla festa con i tifosi al ritorno da Bergamo?
«È stato un momento indimenticabile. Tornando da Bergamo vedevamo tantissimi tifosi che rientravano insieme a noi e, quando arrivammo allo stadio, trovammo una festa incredibile. Fu la prima volta che capii davvero quanto amore ci fosse per la Fiorentina. Era passato tantissimo tempo dall'ultimo trofeo e proprio per questo quella vittoria fu festeggiata in maniera straordinaria.»
Pochi mesi dopo arrivò anche la Supercoppa Italiana contro il Milan.
«Sì, a Milano. Fu una partita memorabile. C'era quel famoso gol di Batistuta, quello dedicato a Irina. Colpimmo il Milan quando forse non se l'aspettava nemmeno. Quando Batistuta aveva spazio partiva una conclusione devastante. Io però quei tiri li paravo.»
Come facevi? Erano conclusioni impressionanti...
«Perché mi allenavo con lui tutti i giorni. Per me era normale. Quegli allenamenti mi sono serviti tantissimo. Gli altri portieri, invece, probabilmente erano anche condizionati dal fatto di trovarsi davanti uno come Batistuta. Io ero abituato ai suoi tiri e questo mi aiutava molto.»
Tra i tanti allenatori che hai avuto c'è stato anche Giovanni Trapattoni. Com'è stato il rapporto con lui?
«Era una bravissima persona. Soffriva il fatto che una parte della tifoseria non riuscisse a dimenticare il suo passato alla Juventus, però era un grande lavoratore e un uomo che ha dedicato tutta la vita al calcio. Il suo arrivo a Firenze è stato anche un atto di coraggio. Non si è mai tirato indietro. Era un allenatore della vecchia scuola e nel suo staff c'era anche Adriano Bardin, preparatore dei portieri e mio grande amico ancora oggi.»
Hai mai pensato che quella Fiorentina potesse vincere lo scudetto?
«Io sì. Ho sempre puntato in alto. In particolare nell'anno con Trapattoni pensavo che avessimo le possibilità per giocarci il campionato. Poi ci furono l'infortunio di Batistuta e tutta la vicenda di Edmundo. La società, però, lavorava molto bene. Ogni anno arrivavano giocatori importanti: magari su cinque acquisti quattro si rivelavano azzeccati e uno meno, ma questo lo scoprivi soltanto sul campo. Per diversi anni siamo riusciti a restare stabilmente nelle prime posizioni, lottando con le grandi. Dietro c'era un lavoro di programmazione molto importante, fatto dalla società, dai direttori sportivi e dagli allenatori, che riuscivano quasi sempre a individuare i giocatori giusti.»


