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Bove e il defibrillatore, Corrado: "I dati dimostrano che il rischio si può gestire"TUTTO mercato WEB
Oggi alle 11:45Serie A
di Luca Bargellini

Bove e il defibrillatore, Corrado: "I dati dimostrano che il rischio si può gestire"

Edoardo Bove segna in Inghilterra. È il gol della rinascita, quello che arriva dopo il malore, il defibrillatore impiantato e l'arrivederci forzato al calcio italiano. Ma mentre l'ex centrocampista di Roma e Fiorentina esulta con la maglia del Watford, dall'Italia arriva una notizia destinata a riaprire il dibattito: per la prima volta nel nostro Paese, l'ospedale di Padova ha concesso l'idoneità agonistica a un atleta portatore di defibrillatore sottocutaneo. Si tratta di uno sciatore diciassettenne veneziano, affetto dalla sindrome di Brugada, già tornato a gareggiare e a vincere. A spiegare la portata storica di questo passo è il professor Domenico Corrado, cardiologo dell'Università di Padova e fra i massimi esperti mondiali di morte improvvisa nello sport, già super perito delle procure sui decessi di Piermario Morosini e Davide Astori. "L'Italia non vieta l'idoneità a chi ha il defibrillatore" Il punto di partenza è una precisazione che sgombra il campo da un equivoco diffuso. "Dopo i casi di Eriksen e Bove - spiega attraverso le colonne del quotidiano La Nazione, si è diffusa l'idea errata che l'Italia vieterebbe l'idoneità a chi ha il defibrillatore: in realtà la normativa dice che l'unica preclusione è legata al tipo di malattia e non al dispositivo salvavita". Una distinzione fondamentale, che cambia radicalmente la lettura del caso Bove: non è il defibrillatore in sé a impedirgli di giocare in Serie A, ma la natura della patologia che ha causato il malore. Le nuove linee guida: niente più automatismi Le più recenti indicazioni del COCIS, il Comitato organizzativo cardiologico per l'idoneità allo sport, hanno aperto uno scenario inedito. "Ogni caso dev'essere valutato individualmente, ma le linee guida più recenti prevedono che l'impianto di un defibrillatore non rappresenti più automaticamente una controindicazione allo sport agonistico, purché la patologia non sia progressiva e non vi siano segni di danno strutturale significativo del cuore". Il confronto internazionale e la sfida culturale L'Italia, su questo tema, era rimasta indietro rispetto ad altri Paesi. "I dati dimostrano che, se i pazienti sono selezionati con attenzione e seguiti da centri esperti, il rischio si può gestire".