Sinisa Mihajlovic e un esonero più difficile degli altri
Non è stata una decisione semplice. Non è stata una riflessione scontata perché, nel mezzo, c'era troppo altro. Tre anni e mezzo abbondanti in cui Bologna e il Bologna hanno fatto parlare e discutere per il trascorso di vita di Sinisa Mihajlovic. La sua malattia, il suo coraggio, la sua voglia di combattere e di non tirarsi indietro di fronte a un male infame hanno fatto da cornice e da collante per un gruppo che ha dovuto attraversare tante difficoltà. Mihajlovic non è stato solo l'allenatore del Bologna, ma l'uomo che ha portato la squadra sotto il Sant'Orsola dopo una vittoria contro l'Inter o i tifosi stringersi attorno a lui quando il campo era l'ultimo dei problemi.
Però il campo c'è, c'è sempre stato. E Mihajlovic, anche nei momenti più complicati, ha sempre chiesto di essere giudicato solo e soltanto per i risultati sul campo. Quei risultati che quest'anno non arrivano, quei risultati che anche nella scorsa stagione - dopo un buon avvio - non sono arrivati. Una stagione scivolata via nell'anonimato, con un 13esimo posto finale non troppo diverso dal 12esimo dell'anno prima o dal 12esimo dell'anno ancora prima. Mihajlovic, chiamato alla guida del Bologna nel gennaio 2019, ha dato il meglio di sé nei primi mesi in Emilia, quando tirò fuori il Bologna dalle sabbie mobili della zona retrocessione alla grande con un eccellente girone di ritorno. Poi però da lui ci si aspettava molto di più: come risultati, come crescita del progetto, come gioco. Se lo aspettava anche Mihajlovic, che nell'anno della rivoluzione societaria è stato valutato anche da occhi diversi e diversamente.
Inutile andare avanti se non c'era più condivisione sportiva ('Posch chi?' cit.), se il trait d'union tra Bologna, il Bologna e Mihajlovic era ormai lontano dal rettangolo verde. Mihajlovic continuerà la sua battaglia di vita, il Bologna proseguirà la sua battaglia sportiva. Le strade si dividono, ma la scelta è stata sofferta. No, non è stato un esonero come gli altri.






