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Tornerà in Nazionale? Conte sorride e glissa. "Ho imparato più dalle sconfitte che dalle vittorie"TUTTO mercato WEB
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Oggi alle 12:50Serie A
di Simone Lorini

Tornerà in Nazionale? Conte sorride e glissa. "Ho imparato più dalle sconfitte che dalle vittorie"

Antonio Conte, tecnico del Napoli, è stato ieri protagonista di un incontro coi detenuti di Poggioreale, eccone alcuni stralci pubblicati dalla Repubblica nella sua edizione napoletana. "È una chiacchierata. Voglio parlare della mia storia". Alla domanda di un ragazzo sull’ipotesi di tornare ct glissa col sorriso e passa avanti. Gli interessa altro: "L’errore fa parte del percorso di ogni persona, ma c’è sempre la possibilità di redimersi e tornare sulla strada giusta". Vale nel calcio ma soprattutto nella vita: "Bisogna sempre dare il massimo. A volte è capitato anche a me di pensare di non farcela. Ho creduto di mollare, ma questo è il momento in cui dobbiamo trovare la forza di reagire e rimboccarci le maniche. Lo insegno pure ai miei calciatori. È nelle difficoltà che si migliora. Personalmente ho imparato più dalle sconfitte che dalle vittorie". Per lui rappresentano una vera e propria ossessione: "Non ho chiamato mia figlia Vittoria a caso. Vincere è una sfida eccezionale e una dannazione allo stesso tempo. Quando perdo sto male, provo una sensazione di dolore che è poi fondamentale per ripartire. Come ci riesco? Il lavoro è l’unico modo che conosco. L’allenamento è anche gioia, ma soprattutto fatica. Ed è fondamentale avere disciplina perché la motivazione è momentanea, la disciplina è per sempre e ti fa conquistare i traguardi. Ma ricordate un aspetto: il fallimento non è definitivo, poi bisogna rialzarsi. Prima di ogni partita provo la sana paura di non farcela perché questo atteggiamento mi fa dare sempre tutto. Ho avuto un’educazione dura, impensabile di questi tempi dove prevale il dialogo. Se facevo a botte per strada, le prendevo poi a casa. La mia carriera calcistica doveva andare di pari passo con i risultati scolastici. Pure dopo aver debuttato in serie A, dovevo sottostare a delle regole ferree. Avevo già 16 anni, giocavo nel Lecce, ma la sera dovevo rientrare entro le 22.30. Mio padre mi ha sempre detto che dovevo essere da esempio e non un debosciato. Consentitemi una frase: tempi duri, uomini duri".