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Marotta: "L'anno prossimo vorremmo qualcosa in Europa. Bastoni starà ancora all'Inter"TUTTO mercato WEB
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Oggi alle 19:15Serie A
di Alessio Del Lungo

Marotta: "L'anno prossimo vorremmo qualcosa in Europa. Bastoni starà ancora all'Inter"

Giuseppe Marotta, presidente dell'Inter, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di DAZN, celebrando il Double dei nerazzurri: "Il primo Scudetto da presidente è un'emozione grandissima da interista, ma soprattutto di un ragazzo che aveva questo sogno. Non avrei mai immaginato di riuscirci, è il bello della vita. Dietro ogni coppa c'è sicuramente tanto sudore da parte di chi ha dato il minimo e il massimo contributo per il raggiungimento di questo obiettivo, che è assolutamente meritato". È vero che il successo dura un attimo? "I sogni si realizzano, poi bisogna avere la capacità immediatamente di crearne dei nuovi, soprattutto nell'ambito europeo abbiamo qualcosa che vorremmo raggiungere l'anno prossimo. Non bisogna essere arroganti, ma ambiziosi e alzare l'asticella, cosa che abbiamo fatto in questi anni e faremo anche l'anno prossimo". Ha parlato di evoluzione e non rivoluzione. È corretto? "La squadra di per sé ha uno scheletro ben preciso fatto di giocatori che sono qua da alcuni anni e mi riferisco a Barella, Bastoni, Lautaro, che rappresentano anche gli altri. Servono anche a far entrare in chi arriva la cultura della vittoria. Oggi è importante trasmetterla a chi non ha esperienza". Ha citato Bastoni, i tifosi dell'Inter possono dormire sonni tranquilli? "Io penso di sì. Come principio non siamo dei venditori, se un giocatore va via è perché ha espresso la volontà di andare via e lui assolutamente non l'ha espressa, è contento di stare con noi e non abbiamo la necessità di doverlo cedere. Penso che starà con noi ancora". Chivu rinnoverà presto? "È un atto formale, non è l'aspetto prioritario rispetto al programma che ci attende. Ha un contratto, lo allungheremo perché è giusto allungarlo, ha dimostrato di essere uno degli allenatori emergenti ed è giusto che abbia una gratificazione, non solo nell'allungamento, ma anche nella rivisitazione dell'aspetto economico". Siete arrivati due volte in finale di Champions. Cos'è oggi per lei? "Un sogno principalmente per rispetto degli avversari, ma è un obiettivo come manager. Anno prossimo ripartiamo con la stessa volontà di questi anni, siamo arrivati due volte in finale, vorremmo arrivarci la terza, spero che mi regalino questo trofeo, ho perso 4 finali… L'auguro è vincerlo prima di andare in pensione". In società come la chiamano? "Dire perché ho impiegato una vita per diventare direttore, per essere presidente invece è bastata una firma e un atto di fiducia della proprietà". Cosa c'è oggi di quello che era da bambino in lei? "La purezza nel vivere emozioni che ti fanno gioire e rattristare. La gioia nasce da risultati sportivi e conoscenze, la parte infelice invece dalla fiducia che riponi e non viene ripagata. Le ferite si sono rimarginate, ho una corazza che mi preserva da situazioni non gradite". In che cosa il calcio l'ha cambiata? "È uno sport che è una grande palestra di vita e soprattutto si pratica in squadra. Questo ti accomuna, ti fa superare le difficoltà insieme e ti aiuta a superare i problemi della vita. Obbligherei tutti a fare una pratica sportiva, indispensabile per la crescita etica". Nel calcio ci sono verità che non si possano rivelare? "Credo sia così nella vita in generale, ma è chiaro che esistano le bugie bianche, che utilizzi per non rovinare qualcosa. Quando entri in questo mondo vieni coinvolto in un vortice, devi curare i dettagli e i particolari per vincere. Sono abituato a farmi scivolare addosso i giudizi lesivi e le critiche. Negli ultimi anni ho conquistato tanti trofei e così è subentrato un altro status dell'Italia, l'invidia: quando una persona si erge un pochino a qualcosa di diverso, immediatamente riceve una valanga di insulti, soprattutto nel mondo digitale, dove ci sono i famosi leoni da tastiera". Si sente capace di costruire contesti? "Il calciomercato lo conosco bene, mi sono dedicato alla gestione totale della società e quindi mi sento un dirigente sportivo completo. Credo che l'ad non debba essere improvvisato, la competenza la costruisci quando hai una particolare esperienza nel settore in cui lavori. Il mio compito è coordinare diverse aree e prendere scelte, che è complicato, e tirare fuori il massimo dai colleghi". Cosa le ha lasciato Genova e cosa pensa vedendo oggi la Sampdoria? "Mi rattrista vedere una Sampdoria così conciata, la gente meriterebbe una squadra di vertice. Lo stadio è bellissimo, la città è bellissima e rispettosa, si giocano i derby in cui l'antagonismo non esiste, è qualcosa di unico. Auspico che possa tornare in fretta in Serie A". Ci sono analogie tra l'esperienza alla Juventus e quella all'Inter? "La Juventus aveva una proprietà che si sussegue nel tempo, nell'Inter purtroppo questo non è accaduto e questo comporta avere più difficoltà. Entrambe sono grandi società e sono la storia vera del calcio italiano, sono molto, molto orgoglioso di essere nell'Inter". Vincere le piace di più quando si parte da favoriti o no? "Sottolineo come, e lo dico un po' quasi polemicamente, soprattutto quest'anno, tutte le squadre che gareggiano con noi si nascondano dietro 'l'importante è arrivare in Champions'. Ma bisogna avere il coraggio anche… Ci sono società che dicono: 'Noi dobbiamo vincere'. L'Inter dice che deve cercare di vincere e arrivare in alto, se non ci arriva perché gli altri sono migliori, tanto di cappello". Cosa c'è dietro il suo addio alla Juventus? "Il fatto e la consapevolezza che la proprietà e il presidente avevano giustamente voglia di fare un cambiamento nella struttura manageriale, ringiovanendola. Lo stesso Andrea Agnelli, che ha acquisito esperienza che non aveva nel 2010 quando arrivai io, voleva recitare un ruolo da protagonista ed è legittimo. Quando la proprietà rivendica un ruolo importante, il manager fa un passo indietro. Con grande stima, le nostre strade si sono divise". È stata "colpa" di Ronaldo? "È una leggenda metropolitana. Certamente non era un'operazione che io condividevo al massimo, ma in un modo spontaneo di confronto con il presidente e la proprietà, non era una cosa di litigiosità. Ritenevo che Cristiano Ronaldo, che è un grandissimo campione, magari era un'operazione troppo grande per noi in quel momento. Però c'è il rispetto dei ruoli, io mi sono accodato al presidente". Ha provato dolore nel perdere la Juventus? "Mi ricordo benissimo quel sabato in cui ho annunciato che non si sarebbe più rinnovato il rapporto tra di noi. Era un giorno di tristezza, vedevi gli 8 anni… Da un lato sono fortunato, da un lato sono coraggioso e ho detto che ero sicuro che quando si chiude una porta, si sarebbe aperto un portone. In effetti, l'incredibile è che è successo in 24 ore, talmente in modo strano… Siccome non avevo il numero di Zhang, non ero sicuro fosse lui, pensavo fosse uno scherzo e così chiesi a Cairo se il cellulare fosse il suo. Quando ho ricevuto la conferma, l'ho richiamato e ci siamo visti il lunedì". Che rapporto ha con Paratici oggi? "È un caro ragazzo, una persona che come me ha grande passione verso questo mondo e questo calcio. Ognuno dai propri amici e dai propri collaboratori ha delle aspettative, probabilmente ero io che avevo messo aspettative diverse su di lui, non si sono realizzate, ma non ho niente da rimproverargli. Ha deciso di prendere la sua strada, va bene, non ho assolutamente astio, spero che possa con l'esperienza vissuta dare un contributo a questo movimento, soprattutto al mondo italiano, che ne ha molto bisogno". Quanto Paratici deve della sua carriera a Marotta? "In chiaro che per Paratici la circostanza favorevole di avermi incontrato è stata fondamentale. Quando lo presi a fare l'osservatore della Sampdoria era un giocatore del Brindisi, non è che arrivava da un'esperienza… E lo presi dopo che avevamo già vinto la Serie B, poi è cresciuto perché è appassionato, competente e molto bravo". Quali sono i suoi migliori amici nel calcio? "Ho due grandi amici, che sono Ariedo Braida, che ha fatto tantissimo nel calcio con il Milan, e Giovanni Carnevali, che è stato amico mio fuori dal campo che ho tirato dentro e ho fatto diventare dirigente. E poi ho un rapporto con Galliani, che stimo molto e che è stato un punto di riferimento per tante cose e lo ritengo il miglior dirigente calcistico vivente". Dove si vede in un futuro dopo l'Inter? "Intanto mi vivo questa bellissima realtà, ringrazio Oaktree, ci stiamo togliendo delle bellissime soddisfazioni. Quando sarà chiuso il capitolo di dirigente, vorrei rimanere nello sport perché mi sento anche quasi per un debito di riconoscenza nei confronti del prossimo di dover dare la mia esperienza e quello che ho ricevuto, che è tanto. È giusto, magari in un ruolo tecnico, mi sento di farlo nei confronti dei giovani soprattutto, devono essere accompagnati, dobbiamo essere bravi nel fargli prendere la strada giusta. C'è talmente tanto bisogno". Ha difeso pubblicamente Bastoni. Lo avrebbe fatto anche se non fosse stato un giocatore dell'Inter? "Sì, assolutamente, lo farei sempre. Va giudicato dalle persone che lo conoscono, quando non si conosce qualcuno non si può esprimere un giudizio. Siccome io lo conosco bene, ritengo che non sia solo un bravo calciatore, ma anche un bravissimo ragazzo. Cosa ha commesso? Niente di grave. Un gesto che nella mia storia calcistica ho visto 40 anni fa e l'ho rivisto oggi. L'enfasi mediatica è incredibile, prima non c'era. Ha commesso un errore, ma dettato più dall'istinto che dalla razionalità. Davanti a un errore uno deve dirgli di non farlo più, cerca di crescere, lui per primo lo ha capito… Ma non può essere messo alla berlina dalla gente, questo linciaggio morale che lo ha accompagnato, disconoscendo quello che lui rappresenta, ovvero un patrimonio dell'Inter, ma soprattutto del calcio italiano. Perché fare questa forma di autolesionismo, quando abbiamo a che fare con un giocatore che degnamente indossa la maglia azzurra". Quanto le piace il rischio? "Il sinonimo è coraggio, rischiare è obbligatorio in chi ha una leadership di gruppo, in chi ha personalità. La politica del cambiamento mi è stata insegnata da Marchionne, che mi ha fatto capire che va fatto velocemente quando riconosci che non ci sono più clima e presupposti per raggiungere certi obiettivi. È un po' quello che ho attuato quando sono arrivato all'Inter. Spalletti era ed è un grandissimo allenatore, massimo rispetto, lo ha dimostrato, è un ragazzo molto a posto, ma probabilmente faceva parte di un passato a cui si doveva dare una svolta ed è partita dal cambio di allenatore". Chivu è stato un rischio calcolato? "Su Chivu tanti critici, e l'Italia è piena, dicono che se va bene è fortunato. In realtà abbiamo deciso di puntare su di lui con coraggio, ma non a caso, con grandissima consapevolezza. Avevamo fatto un'analisi di una persona che era stato capitano dell'Ajax, aveva vinto il Triplete con l'Inter, aveva iniziato e vinto da allenatore con le giovanili dell'Inter, aveva fatto una breve esperienza con il Parma... Queste cose non facevano altro che dirci che era il profilo per noi. Se la società lo supporta standogli vicino... A lui mancava solo l'esperienza, oggi è già diventato molto più bravo, poi la proprietà ha grande stima in lui e si è fidata di noi". Che effetto le fa vedere Lukaku in una situazione simile a quella che ha vissuto con voi? "Dispiace vederlo così, lo abbiamo perso di vista. Nelle sue caratteristiche, nel suo carattere… Anche noi abbiamo vissuto un momento in cui ci aveva promesso che tornava e poi non è più tornato. Questo fa parte dei limiti di un essere umano, uno poi può decidere se sposarsi con lui o no". Cos'è la Champions per lei? "Ho fatto 4 finali, due con la Juventus e due con l'Inter, è qualcosa di straordinario e adrenalinico. Purtroppo l'esito è stato negativo, perché è il calcio". Ci spieghi come è andata con Inzaghi. "Dopo la finale di Monaco, praticamente 2 giorni dopo, fu sancita la risoluzione consensuale. Non potevamo intervenire prima perché c'erano di mezzo tanti traguardi e generalmente non è opportuno affrontare certe tematiche, a meno che non fosse venuto lo stesso allenatore da noi a comunicarci che se ne sarebbe andato. Ciò non è avvenuto, quindi c'era ancora questo alone di speranza che potesse rimanere. Ma dovete darci atto che immediatamente il lunedì, preso atto della situazione, abbiamo virato su una scelta, che si sta rivelando comunque molto positiva". Cosa non ha funzionato in Champions? "Il Bodo/Glimt è una realtà norvegese, particolarissima. In sostanza non esiste il campionato nazionale, quindi loro si sono fermati, hanno fatto la loro preparazione a Marbella, giocano in uno stadio e in un campo che è al limite della praticabilità. Bisogna capirlo, è come giocare sul pavimento, è come giocare il calcio a 8... Abbiamo sbagliato quella partita e il ritorno è figlio dell'andata, di conseguenza non abbiamo superato il turno, che forse poteva essere alla nostra portata. Merito anche ai giocatori del Bodo però, che hanno giocato meglio di noi". Qual è la prima riforma che farebbe Marotta per il calcio italiano? "Siamo davanti a una dispersione del talento e non per colpa di Gravina, Tavecchio o Abete, ma perché è cambiata la vita e i ragazzini di 12 anni hanno un amore morboso per l'iPad e i cellulari e sono attratti da tante altre cose. Prima non esistevano questi strumenti, tutti andavano a giocare nelle strade, oggi non ci succede più. Il calcio deve essere riportato obbligatoriamente nelle scuole e deve esserci una competenza maggiore nella FIGC nell'ambito dell'allenatore inteso come maestro". Che rapporto ha con Gravina? "Ottimo e non lo incolpo di nulla, se non per il fatto che il ruolo del presidente viene giudicato per il risultato sportiva. Io posso giudicarlo per quello che ha fatto da dirigente, ma la parte sportiva è questa, è dal 2006 che c'è stato un calo netto dei valori, il prodotto è questo qua, puoi cambiare presidenti o allenatori, dobbiamo migliorarlo". Quanto tempo ci vuole per farlo? "Non ci vuole certo un anno, minimo, minimo 4-5 anni". Malagò è l'uomo giusto per la FIGC? "La Serie A si è espressa in questo modo. Prima dell'uomo, ritengo prioritario quello che può essere il ruolo della Serie A, che è la locomotiva del calcio e deve essere ascoltata in modo maggiore. Voglio che non ci sia una contrapposizione forte con il mondo della politica, ma ci sia di pari passo un cammino che ci porti ad affrontare la strada migliore per valorizzare questo asset patrimoniale che ha la nostra Italia. Spesso c'è questa conflittualità, questa facilità di giudizio negativo nel mondo del calcio. Abbiamo la maggior parte delle proprietà che sono stranieri, è finito il ciclo dei mecenati italiani, il modo di gestire le squadre con imprenditoria locale. Menomale che ci sono le proprietà straniere, immaginate che cosa sarebbe successo a Milano se non fossero intervenute. L'Inter ha vinto di più del Milan, ma anche loro hanno vinto uno Scudetto. Grazie alle proprietà straniere, dobbiamo prenderci per mano con la politica, che ha un ruolo importante". Come cambia il suo rapporto con Conte? "È il bello del calcio, lui ha il suo DNA ed è completamente diverso da Spalletti, Inzaghi, Chivu. Lui è catalogato tra quelli che fanno della sua forte motivazione uno degli elementi più importanti. Lui non dico sia il più furbo, ma è molto intuitivo. Sa dosare bene le parole e sa alzare la voce al momento giuste. Le comunicazioni con lui erano faticose, nel mondo del lavoro siamo così, poi fuori dal campo si è più rilassati". Perché Allegri non era l'uomo giusto per l'Inter? "Quando si finisce un contratto con un allenatore, è giusto sentire anche altre realtà. Quando prendemmo Inzaghi, non nascondo che ci siamo incontrati con Allegri, ma lui aveva già speso più di una parola con la Juventus, dopo aver rifiutato il Real Madrid. Quella discussione è servita anche per capire che non ci conciliavamo per i programmi, lui giustamente li richiedeva più ambiziosi, noi in quel momento non potevamo garantirli. Il discorso si è chiuso velocemente, ma era già l'allenatore della Juventus praticamente".