Addio a Igor Protti e a un’era in cui l’Italia poteva non convocare i capocannonieri della Serie A
Il bomber di provincia. L’eroe di due città. L’unico capace di diventare capocannoniere in Serie A nell’anno della retrocessione della sua squadra. Igor Protti, che ci ha lasciati oggi a 58 anni, è stato tutte queste cose. Ma anche il simbolo di un’era felice, in cui il calcio italiano si poteva permettere di non considerare i suoi migliori attaccanti.
Mai in Nazionale. La fotografia è nelle presenze azzurre dello Zar: zero. Mai convocato, mai nemmeno considerato. In Nazionale maggiore, ma anche in quelle giovanili. Eppure, parliamo di un attaccante che ha sempre segnato, di un giocatore dalle grandi qualità tecniche, di uno che non ha mai steccato una stagione. Di uno che, nell’anno degli Europei di calcio, segnò 24 reti in 34 partite in Serie A.
Quel no di Sacchi… Proprio il 1996 racconta cos’era il nostro calcio allora, grazie alla grandezza dei suoi giocatori, Protti compreso. Igor, come noto, vinse il titolo di capocannoniere al termine della Serie A 1995/1996, ex aequo con Giuseppe Signori. Nessuno di loro due, però, venne convocato da Arrigo Sacchi per Euro 96: il vate di Fusignano lasciò a casa anche un certo Roberto Baggio, sul quale pesò evidentemente il maledetto rigore di Pasadena. A tutti loro preferì Enrico Chiesa, reduce da una stagione da 22 gol con la Sampdoria. Considerati i valori in campo, per quanto possa sembrare assurdo non convocare i capocannonieri, a posteriori non sembra nemmeno un’assurdità. Per la cronaca, l’Europeo andò malissimo. Ma Sacchi aveva a disposizione gente come Alessandro Del Piero, Pierluigi Casiraghi, Fabrizio Ravanelli e Gianfranco Zola. Qualsiasi esclusione sarebbe stata sbagliata: eravamo felici e non lo sapevamo.
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