"Uno come Yamal non potrebbe giocare". Malagò e la sfida ius soli: a che punto siamo
Uno come Lamine Yamal, anche se nascesse in Italia, non potrebbe giocare in Nazionale. È stato uno dei cavalli di battaglia dell’ultimo mandato di Gabriele Gravina, diventa un tema anche per il suo successore Giovanni Malagò. Fresco di elezione, il nuovo presidente della Federcalcio ne ha parlato ieri: “Sono rimasto scioccato che oltre il 40% dei giocatori del Mondiale non giochi nella nazionale in cui è nato. E non parliamo solo di Curaçao, ma vale anche per nazionali come Francia e Germania. Io non ho mai parlato di ius soli in generale, la questione è politica, ma a questi livelli non si può non fare”.
Malagò ha poi citato un esempio: “Non vi dico cosa è stato con Ekaterina Antropova”. La pallavolista, classe 2003, vive in Italia dal 2017, quando aveva 14 anni, ma ha dovuto affrontare un lungo e complicato iter per ottenere il tesseramento italiano, complice una precedente registrazione in Russia. Malagò ha aggiunto: “Nel calcio è ancora diverso, viene un Paese che dà al ragazzo il passaporto e l’hai perso. Speriamo di usare l’esperienza che ho, è inaccettabile”.
Qual è la disciplina italiana. Lo ius soli sportivo, in realtà, è già previsto dalle norme italiane. Era stato introdotto con legge nel 2016, poi modificato nel 2021, con l’introduzione di un criterio guida: possono tesserarsi con una federazione italiana i minori di 18 anni non cittadini italiani, a patto che siano iscritti almeno da un anno a una qualsiasi classe dell’ordinamento scolastico italiano. Al di là delle questioni sollevate dalla norma - per alcuni migliorativa, per altri peggiorativa - il tema fondamentale è che questo “ius soli sportivo” blando ha risolto alcune difficoltà per le federazioni e per le selezioni giovanili, ma non è una regola di cittadinanza, bensì di tesseramento. Parifica le procedure, non rende italiani ragazzi cresciuti in questo Paese e che però non hanno la cittadinanza. Quanto al calcio professionistico, non rende convocabile un calciatore per l’Italia: per la FIFA conta infatti la nazionalità o la cittadinanza sportiva. E potersi tesserare per la federazione italiana non rende italiani, come pure non basta la sola possibilità futura di ottenere la cittadinanza.
I rapporti con il governo. Lo ius soli sportivo è uno dei tanti temi su cui può essere utile ripristinare il dialogo con l’esecutivo e con la maggioranza politica. Giovedì sera Malagò e il ministro Andrea Abodi, che l’ha definito “diversamente amico” a sottolineare rapporti gelidi, si vedranno e discuteranno di vari temi. C’è poi ovviamente un tema di “colore” politico. Posto che dello ius soli, né sportivo né generale, in realtà in Italia non si è interessato davvero mai nessuno in concreto, neppure la fazione che più dovrebbe avere a cuore il tema, è molto difficile chiedere a un governo di destra un provvedimento di questo tipo. Certo, e qui sta il punto, così si perdono talenti. E non si vedono in azzurro tutti gli italiani di seconda generazione, cioè una grandissima fetta di popolazione.
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