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Nel caso Kessie tutte le incomprensioni della Juve. L’Inter sta cambiando pelle: attenzione a non fare la fine dei bianconeri. Per il Como è più facile, ma lo fa bene: smascherate un paio di bugieTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Nel caso Kessie tutte le incomprensioni della Juve. L’Inter sta cambiando pelle: attenzione a non fare la fine dei bianconeri. Per il Como è più facile, ma lo fa bene: smascherate un paio di bugie

“Non esiste più il mercato perfetto, esiste il mercato possibile”. La citazione è di Luciano Spalletti, che s’è detto contento dell’estate della sua Juventus. Viene da aggiungere che ci sarebbe anche il mercato felice, e non è detto che quello bianconero lo sia stato. La chiusura amara, di campo, è legata all’infortunio di Khéphren Thuram: non proprio un fulmine a ciel sereno, al netto di quello che suggerirebbero le dichiarazioni. Prima, il caso Franck Kessié: botta e risposta, accusa, replica e controreplica. È una vicenda abbastanza emblematica della sessione estiva bianconera. Un passo indietro: la Juventus è ripartita dal top, e finalmente si è data una struttura che mancava da un po’ di tempo. Spalletti, Carnevali e Massara sono il top, o quantomeno tra i migliori in assoluto. Questione di fondo: Spalletti c’era già, non l’ha scelto la nuova dirigenza. E, per quanto possa apprezzarlo, questo è oggettivamente un tema. Che si riflette in tante piccole vicende di mercato: Spalletti avrebbe voluto un 9 vero (magari Vlahovic) e Massara un calciatore più associativo (Zirkzee?), con il risultato di prendere Woltemade. Uno più vicino alle idee del tecnico, come è accaduto in difesa con Lucumí al posto di Muharemovic (che Carnevali aveva già chiuso). In porta, per quanto Vicario sia un ottimo portiere, non è arrivata la prima - e nemmeno la seconda o la terza - scelta. Non è nemmeno un caso che Spalletti abbia sottolineato come Alajbegovic sia stato un’idea soprattutto di Massara. Non c’è un caso da creare: semplicemente, se e quando si crea una sintonia - che non si crea su tutto - è per un non semplice processo dialettico. Quanto a Kessié, la lunga (un po’ troppo) lettera del suo agente si è chiusa con dei ringraziamenti non casuali a Spalletti. Luciano avrebbe fatto molto di più per arrivare al centrocampista ivoriano, era il suo grande obiettivo lì in mezzo. Carnevali ha poi parlato di mancanza di interesse, ma Kessié da inizio estate aveva effettivamente messo in standby qualsiasi alternativa alla Juventus, anche a costo di sentire che nel frattempo la Juve trattava Fofana o chi altro, e di arrivare agli ultimi giorni di mercato da svincolato d’oro. Sedutosi al tavolo delle trattative, ha fatto un po’ di concessioni - biennale anziché triennale, premio alla firma spalmato su più anni e via dicendo - prima di avere l’impressione che, dopo due mesi di attesa, si stesse giocando al ribasso e di far saltare il banco, fino alla chiamata con Luca Percassi. Ora, senza farne questione di interesse e di orgoglio, se Carnevali può aver avuto tutte le ragioni per non aver alzato la posta oltre misura - e Sarr si rivelerà un ottimo giocatore; peraltro, chi viene dalla Premier League oggi in Serie A ci gioca in ciabatte -, è abbastanza credibile che Spalletti avrebbe fatto qualcosa in più per convincere il buon Franck. O meglio, per non farlo desistere. Chi ha vissuto negli ultimi anni una grande sintonia costruita nel tempo è stata l’Inter. L’addio a Piero Ausilio è un tuffo nel vuoto: senza esagerare - e qualche passaggio a vuoto l’ha vissuto pure lui - era una garanzia come direttore sportivo, negli anni i colpi indovinati hanno ampiamente superato quelli non riusciti. Dario Baccin è peraltro un ottimo professionista e un’ottima persona, che negli anni è cresciuto molto e oggi ha le spalle larghe a sufficienza per questo ruolo. Assume una bella sfida - ma questo fa parte del crescere -, in una scelta che si inserisce in un processo rischioso. Perché l’Inter poco tempo fa aveva due ad e ora ne ha uno (ha salutato Alessandro Antonello), e perché la separazione da Ausilio arriva dopo un corposo processo di revisione del comparto scouting nerazzurro. Il vero rischio non riguarda certo le capacità di Baccin né (figuriamoci) quelle di Beppe Marotta, ma l’alleggerimento di una struttura sportiva che, negli anni, è stata il vero segreto dei successi della società e, soprattutto, del suo apprezzamento anche dal punto di vista economico. Con molte differenze, l’esempio più lampante è quello della Juventus. I bianconeri hanno vinto nove scudetti in nove campionati e zero nei sei successivi. Tutto è nato quando il processo decisionale a livello sportivo ha perso un pezzo chiave, finendo (quasi) tutto nelle mani di Fabio Paratici, ottimo ds ma che in quel caso ha forse preso troppo potere. Anche qui: non è questione di capacità, ma di confronti interni. Serve una voce che suggerisca un’altra strada, che valuti altri canali, che abbia altre esperienze, che dica che magari è meglio fare una cosa rispetto a un’altra, o forse una è proprio meglio non farla. E meno voci ci sono più rischi si corrono. Certo, una differenza c’è ed è macroscopica: alla Juve Marotta era quello che andava, all’Inter è quello che rimane. Se la sua statura basterà - non da sola: c’è Baccin e ci sono tanti ottimi professionisti, ma c’erano anche a Torino - a cambiare il finale di una storia con qualche similitudine, lo dirà solo il tempo. Ho letto che molte hanno fatto il mercato che potevano fare e il Como quello che voleva fare. E Fabregas ha sottolineato che il loro calciomercato è stato fatto di tanti prestiti e acquisti da 6 milioni di euro, a parte Chalobah e Nico Paz. Ecco, forse c’è da raccontare per bene un po’ di cose. Intanto che Chalobah e Nico Paz sono costati, in due, quasi 100 milioni di euro. Quindi, appunto, il Como ha fatto il mercato che voleva fare perché poteva farlo, mentre le altre no, e questo è un altro aspetto da sottolineare. Intendiamoci: non è certo colpa del Como, se ha per distacco la proprietà più ricca della Serie A. A Fabregas, che porta l’acqua al suo mulino come fanno tutti, la facciamo passare in cavalleria. Però è oggettivo che così sia più facile. Ciò non toglie, in compenso, che il Como abbia fatto tutto bene: è un merito di Fabregas, della proprietà, del ds Ludi, che è stato incredibilmente capace di rimanere la stessa persona dalla Serie D alla Champions League: in un mondo di montati, non era affatto scontato, giù il cappello. S’è già scritto in passato: credo sia più giusto anche nei confronti del Como non farne un’improbabile favola - che non è -, per riconoscergli invece lo status di progetto, che ne fa mosca bianca nel panorama calcistico italiano. Possono spendere più di tutti gli altri (messi insieme?), ma farlo bene è altra cosa e loro l’hanno fatto. Poi, certo, ci sarà la prima stagione col doppio impegno da metabolizzare, ma vedremo. A bocce ferme, peraltro, il Como conferma alcuni nostri sospetti: alla prima stagione in Europa, con la teorica tagliola del Fair Play Finanziario spesso invocato da molti club italiani come causa di tutte le ristretzze sul mercato, se n’è bellamente fregato (un po’ come anche la Roma, e va riconosciuto ai giallorossi). Ha comprato tanto e ha ceduto praticamente zero. Giù la maschera: le altre non lo fanno mica per il FPF, ma perché non hanno soldi. O idee. Difficile scegliere cosa sia peggio.

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