Dario Baccin, la scuola Perinetti non tradisce mai
Dario Baccin è ufficialmente il nuovo Chief Sport Officer del club. Toccherà all'ex difensore novarese, per anni braccio destro della dirigenza, blindare il presente e disegnare il futuro della rosa nerazzurra.
Dalla polvere dei campi di provincia al comando nella stanza dei bottoni nerazzurra.
La storia di Dario Baccin, da pochi giorni promosso ufficialmente Chief Sport Officer dell’Inter dopo il clamoroso divorzio consensuale tra il club e lo storico DS Piero Ausilio, è il romanzo di un uomo che ha saputo farsi strada con il silenzio, il lavoro e i chilometri.
Cinquant'anni appena compiuti, novarese di Briona, Baccin non è un volto da copertina, ma da oggi l'Inter del futuro passa interamente dalle sue mani.
Il ragazzo cresciuto al Filadelfia e la gavetta sui campi
Per capire il Baccin dirigente, bisogna riavvolgere il nastro al Baccin calciatore. Difensore ruvido, di quelli che non mollano un centimetro, cresce nel vivaio della Juventus, ma la sua è una carriera da instancabile girovago del pallone. Veste maglie pesanti come quella del Napoli, assapora la Serie A, ma è in provincia che costruisce la sua corazza: Cesena, Chievo, Ternana, Ancona, Ascoli, fino alle tappe romagnole e venete con Rimini e Treviso. Chi ci ha giocato insieme lo ricorda come un leader silenzioso, uno che spogliatoio lo capiva prima degli altri.L’università a Palermo e la chiamata di Marotta
Appesi gli scarpini al chiodo, la scrivania diventa la sua nuova area di rigore. L'università del calciomercato la frequenta a Palermo: prima svezza i talenti del settore giovanile rosanero, poi sale al comando dell'area tecnica al fianco di un vecchio lupo di mare come Giorgio Perinetti. Lì, in una piazza calda e complicatissima, Baccin dimostra di avere occhio clinico per i giovani e una dote rara: l'equilibrio, Beppe Marotta, che lo seguiva dai tempi della Juve, se lo segna sul taccuino. E nel 2017, la svolta: l'Inter lo chiama a Milano.L'uomo con la valigia, nove anni nell'ombra di Ausilio
A San Siro Baccin entra in punta di piedi, diventando il braccio destro, l'ombra e il consigliere fidato di Piero Ausilio. Mentre il DS si prende la scena mediatica e le trattative più calde, Baccin diventa l'uomo con la valigia sempre pronta. Destinazione? Sudamerica. Per nove anni setaccia i campi polverosi dell'Argentina e del Brasile, osserva tornei giovanili sotto il sole cocente, stringe relazioni. Se l'Inter in questo quasi decennio ha messo in bacheca 3 Scudetti, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe, raggiungendo tre finali europee, gran parte del merito va anche a quel lavoro oscuro di scouting internazionale che Baccin ha coordinato senza mai una parola fuori posto.La svolta di settembre 2026: ora le chiavi del mercato sono sue
Il resto è storia recente, anzi, cronaca di questi giorni. Il ribaltone di inizio settembre 2026 ha ridisegnato la geografia del potere ad Appiano Gentile, con l'addio di Ausilio, Oaktree e Marotta non hanno avuto dubbi: nessuna rivoluzione esterna, spazio alla linea della continuità. Baccin, da sempre "cuore nerazzurro", è stato promosso in prima linea, non è più il vice, ora è il Chief Sport Officer, l'uomo che guiderà il mercato della prima squadra. Per il ragazzo di Briona la sfida più grande è appena iniziata: mantenere l'Inter sul tetto d'Italia, questa volta da protagonista assoluto sotto i riflettori.L'ombra del maestro, Giorgio Perinetti
Nel calcio, come nella vita, niente succede per caso, c'è sempre un momento esatto in cui il destino decide di bussare alla porta, spesso sotto le sembianze di un uomo con i capelli bianchi e una borsa piena di relazioni di mercato. Per Dario Baccin, quell’uomo ha un nome e un cognome ben precisi: Giorgio Perinetti. Se oggi il novarese siede sulla poltrona più alta dell'area sportiva dell'Inter, gran parte del merito va a quel legame indissolubile, nato tredici anni fa, tra un maestro del nostro calcio e il suo allievo più brillante.Quel voto a Coverciano e l'intuizione di Siena
La storia comincia nel 2011. Baccin ha appena smesso di correre dietro a un pallone e ha deciso che il suo futuro sarà dietro una scrivania. Si presenta al corso per direttori sportivi di Coverciano ed esce con un 110 su 110 che fa rumore, Perinetti, che in quel momento sta costruendo il miracolo Siena, legge quel voto, si ricorda di quel difensore spigoloso incrociato sui campi di provincia e capisce prima degli altri: "Questo ragazzo ha qualcosa in più". Lo chiama e gli affida il ruolo di osservatore. È la scintilla.La spola a Palermo e la "gelosia" di Zamparini
Il vero capolavoro della ditta Perinetti-Baccin va in scena però a Palermo, l'anno successivo. In una piazza calda, bellissima e perennemente sull'orlo di una crisi di nervi a causa delle lune del presidente Maurizio Zamparini, Perinetti decide che Dario è pronto per il grande salto. Gli affida le chiavi del settore giovanile e, successivamente, la direzione dell’area tecnica .Baccin in Sicilia diventa un'istituzione, lavora venti ore al giorno, scova talenti, media, organizza, fa le cose talmente bene che nel dietro le quinte del Barbera nasce un aneddoto rimasto celebre, il vulcanico Zamparini, noto per le sue sfuriate e i continui ribaltoni, era letteralmente terrorizzato all'idea che Perinetti, prima o poi, potesse andarsene da Palermo e portarsi via Baccin. Aveva capito che quel giovane dirigente era l'oro vero del club.La benedizione del saggio
Non è un caso se oggi, mentre l'Inter celebra la promozione del suo nuovo Chief Sport Officer, la voce più dolce e fiera sia proprio quella di Perinetti. Chi lo conosce racconta di un brivido d'orgoglio negli occhi del vecchio dirigente quando ha commentato il nuovo corso nerazzurro del suo pupillo: "Ha occhio e autonomia... Ha sempre lavorato con la massima professionalità", ha sentenziato il maestro. Poche parole, ma pesantissime. Quelle di chi sa che lo stile-Baccin, fatto di diplomazia, zero copertine, tantissimo campo e un'onestà intellettuale rara, è figlio diretto della sua scuola. L'Inter volta pagina, ma sotto la firma del nuovo capo c'è un'impronta indelebile, quella di Giorgio Perinetti.Altre notizie
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