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Il funerale della Signora: cronaca di un’armata di podisti su un binario morto (mentre alle porte di Torino bussa il fantasma di Allegri)

autore
Roberto De Frede
per Bianconeranews.it
Oggi alle 00:01Editoriale
autore Roberto De Frede
01.11.2026 00:01Editoriale
«C'è un solo peccato capitale: l'impazienza. A causa dell'impazienza siamo stati cacciati dal Paradiso; a causa dell'indolenza non vi facciamo ritorno.» Franz Kafka, Aforismi di Zürau

A Marassi, dove l’aria sa di salmastro, carbone vecchio, frittura di pesce azzurro e antichi rancori portuali, la Juventus si è presentata vestita da cerimonia per celebrare il proprio funerale sportivo. C’è un’onestà ruvida negli stadi di mare, luoghi dove il vento ti schiaffeggia le guance e dove non puoi mentire all’erba, perché l’erba di Genova è cresciuta bevendo la nebbia del Bisagno e riconosce i passi dei codardi prima ancora che l’arbitro fischi l’inizio. Ma quella vista in terra ligure non è stata nemmeno una sconfitta nel senso classico, omerico del termine, che presupporrebbe almeno una battaglia sotto le mura di Ilio, un’ammaccatura sulle tibie, un’imprecazione da trincea o una goccia di sudore non strettamente legata all'umidità ligure che fa accartocciare i polmoni. È stata, piuttosto, una resa burocratica, un atto notarile di rinuncia alla vita, timbrato in triplice copia da undici impiegati del catasto mandati in trasferta per punizione e, quel che è peggio, senza rimborso spese.

Il Genoa ha fatto il Genoa: pane duro, crosta spessa da masticare con i denti del giudizio, garra sudamericana piantata nel selciato di Zena e quel sano, spietato pragmatismo di chi sa che a calcio si giunge al porto solo correndo in avanti, puntando la prua verso la tempesta. La Signora, invece, ha offerto uno spettacolo di rara, quasi commovente inutilità. Una processione laica di penitenti senza fede, una squadra ectoplasmatica, svuotata di nerbo, di idee, di rabbia e di quegli attributi che un tempo, dalle parti di Torino — tra il vento che scende dalle Alpi e i fumi grigi di Mirafiori — venivano considerati il requisito minimo sindacalmente accettabile prima ancora di saper stoppare un pallone o allacciarsi gli scarpini. Oggi assistiamo a un giro palla orizzontale, accademico, ipocrita, lento come una quaresima di provincia, utile solo a far venire il torcicollo ai gabbiani appollaiati sui riflettori di Marassi, che guardano giù chiedendosi se sotto ci sia una partita di pallone o una seduta spiritica mal riuscita.

Il pallone, se avesse una bocca, avrebbe sbadigliato. Perché il pallone conosce chi lo accarezza per desiderio e chi invece lo respinge per dovere d'ufficio, come una pratica scomoda da smistare all’ufficio del collega a fianco. In campo non c'erano calciatori, ma passacarte della domenica, ombre lunghe che si muovevano nel crepuscolo senza lasciare impronte sul prato. «Non questo, non questo», diceva Eugenio Montale guardando il mare ligure ed elencando ciò che non siamo e ciò che non vogliamo; e mai verso poetico fu manifesto tattico più spietato per questo undici smarrito, capace solo di declinare all’infinito il verbo non essere. Non sono rapidi, non sono cattivi, non sono affamati, non sono nemmeno lontanamente parenti di se stessi.

Ed è qui che il cronista, posando la penna sul taccuino umido e guardando verso gli spalti, incrocia gli occhi di chi il bianconero lo ha respirato davvero. C’è tutta una generazione — anzi, due o tre — che ha negli occhi gli ultimi cinquant’anni di questa storia. Gente che ha visto dal vivo le caviglie di ferro di Gentile e il sorriso sornione di Platini appoggiato al palo mentre il mondo intorno crollava; gente che ha visto Furino correre con tre polmoni presi in prestito dal diavolo, o gli occhi spiritati di Montero e Davids nei pomeriggi d’inverno al Delle Alpi, quando il freddo ti tagliava la faccia come una lama di rasoio ma in campo ardeva un falò di ferocia agonistica. Questi tifosi, quelli che sanno di cosa sa l’erba bruciata delle grandi notti europee e delle domeniche di provincia vinte col coltello tra i denti al novantaduesimo, oggi guardano il prato e non riconoscono più nulla. È un’amnesia collettiva vestita da festa patronale.

Per chi conosce la grammatica antica della Juventus, quella fatta di silenzi sabaudi, musi lunghi dopo un pareggio e una fame atavica che non si sazia mai nemmeno davanti al banchetto reale, questi undici ragazzi in campo sono degli abusivi del destino. Non sembrano calciatori in missione, ma una comitiva di inetti ben retribuiti che si sono messi addosso una tuta bianconera comprata al mercato rionale e sono andati a fare jogging nel bosco la domenica mattina, badando bene a non calpestare le pozzanghere per non sporcare le scarpe nuove. Corricchiano con il passo felpato di chi deve smaltire il pranzo della vigilia, si passano la borraccia, controllano il cardiofrequenzimetro al polso, si aggiustano il ciuffo ribelle controvento e sembrano chiedersi a vicenda dove sia finito il sentiero per tornare al parcheggio.

È una Juventus profondamente, ontologicamente svogliata. Una creatura senza obiettivi, senza l'istinto animale del predatore e senza nemmeno la dignità disperata della preda. Ma il dramma più autentico non è la sconfitta in sé — il calcio, come la vita, contempla l'inciampo, la giornata storta in cui il pallone pesa come un rimorso — bensì l'assoluta, disarmante incapacità di capire dove si sta in quel preciso momento. Questi ragazzi in gita premio non hanno la minima percezione della geografia sentimentale e storica che stanno calpestando. Non sanno cosa significhi avere quel cencio a strisce incollato sulla pelle, non sentono il peso dei fantasmi illustri che li guardano dalle fotografie ingiallite dei corridoi della Continassa. Giocano a Marassi come se stessero disputando una partitella scapoli-ammogliati in un villaggio turistico fuori stagione, con l’animatore che fischia la fine perché è pronta la macedonia. Come i Lotofagi dell'Odissea, sembrano essersi cibati del fiore dell'oblio: hanno dimenticato la patria, il ritorno, la guerra e persino il proprio nome, galleggiando in un eterno presente fatto di retropassaggi al portiere e sguardi vuoti rivolti al tabellone luminoso.

Fa quasi tenerezza, se non facesse una rabbia sorda e antica, vedere una storia centenaria, scolpita nel granito delle Alpi e bagnata dal sudore operaio di un'intera nazione emigrante, ridotta a un cabaret malinconico di periferia, dove nessuno sa bene la battuta, il comico ha perso la dentiera e il suggeritore è andato al bar di fronte a bere un caffè corretto alla cicuta. È la "noia" di cui scriveva Baudelaire, quel mostro delicato che in un grande sbadiglio inghiottirebbe il mondo: qui si è mangiato in un sol boccone l'orgoglio di un club che un tempo faceva tremare le vene e i polsi ai rivali già nel tunnel degli spogliatoi, quando il rumore dei tacchetti sul cemento suonava come una sentenza di condanna inappellabile.

E in panchina, a dirigere questa orchestra del Titanic che non ha nemmeno la decenza tragica di suonare fino in fondo mentre l'acqua gelida sale alle ginocchia, ma preferisce accordare i violini all'infinito aspettando che passi la scialuppa, c'è un timoniere che ormai guarda la bussola come se fosse un orologio a cucù rotto. Se ne sta lì, avvolto nei suoi pensieri imperscrutabili, a predicare una calma che ormai assomiglia terribilmente al rigor mortis. La sua utilità attuale, nel grande disegno delle cose bianconere, è pari a quella di un posacenere montato sul manubrio di una motocicletta: un accessorio concettualmente ardito, esteticamente discutibile, ma totalmente fuori posto, superato dal vento, dagli eventi e dalla più elementare logica della fisica.

Il calcio, diceva qualcuno che aveva le scarpe bucate e il cuore pieno di poesia, è la cosa più importante delle cose meno importanti, ma richiede almeno la cortesia della passione. Richiede che tu sappia perché stai correndo dietro a una sfera di cuoio e non dietro a una farfalla. A Torino, invece, hanno sostituito il sacro fuoco con il riscaldamento centralizzato a basso consumo: tiepido, regolabile con l'applicazione sul telefonino, incapace di scaldare le ossa ma ottimo per fare un pisolino pomeridiano sul divano. Sono gli "uomini vuoti" di T.S. Eliot, gli uomini impagliati che poggiano l'uno sull'altro, la testa piena di paglia e di schemi tattici che finiscono invariabilmente sulla bandierina del calcio d'angolo, però nella propria metà campo.

E poiché gli dèi del pallone, quando decidono di divertirsi alle spalle dei mortali, possiedono il senso dell'umorismo nero dei vecchi drammaturghi elisabettiani, il calendario non concede nemmeno il tempo di chiudere le imposte e piangere i propri defunti in santa pace. Stasera, sotto il cielo grigio di Torino, arriva il Napoli. E non un Napoli qualsiasi, ma il Napoli di Massimiliano Allegri, che torna (da squalificato, ma torna!) sul luogo del delitto — o meglio, sul luogo dove un tempo si vinceva davvero — con il ghigno salmastro di chi conosce a memoria la combinazione della cassaforte, i cigolii delle porte e persino dove i vecchi proprietari nascondevano l'argenteria buona. Non vengono al Nord per fare turismo enogastronomico, per ammirare le luci d'artista o per comprare i gianduiotti in piazza San Carlo; scendono in campo con la fame antica di chi sente l'odore del sangue e sa che il vecchio leone ha ormai la dentiera nel bicchiere sul comodino. È la Sfida Storica per eccellenza, il romanzo popolare del calcio italiano, quel duello tra Nord e Sud che un tempo spostava gli equilibri emotivi di un paese intero, ma che oggi cade in un momento così grottesco e crepuscolare per la Signora che chiunque abbia a cuore le sorti bianconere farebbe molto volentieri a meno che la Storia, quella con la maiuscola, si prendesse la briga di tirare fuori il taccuino per annotare ciò che sta accadendo. Vorremmo chiedere a Clio, la sua musa, di voltarsi dall'altra parte per novanta minuti, di fingere un improvviso attacco di miopia o di andare a fumare una sigaretta fuori dallo stadio, per risparmiarci la cronaca fedele di questa comitiva di podisti domenicali costretta ad affrontare una squadra guidata proprio dal grande ex, pronto a lanciare il cappotto per aria al primo retropassaggio sbagliato dei suoi vecchi discepoli.

C’è un tempo per costruire le cattedrali, un tempo per resistere agli assedi con l'olio bollente sugli spalti e un tempo, sacrosanto e liberatorio, per fare le valigie in silenzio, evitando di confondere l'ostinazione con la dignità o la rassegnazione con la filosofia zen. A Genova non è naufragata solo una partita di pallone — ne naufragano tante, ogni settimana, tra le bestemmie dei vecchi al bar e i bicchieri di Barbera lasciati a metà sul bancone di zinco — ma è andata a fondo l'idea stessa che basti il blasone cucito sul petto a spaventare gli avversari. Gli stemmi non corrono, le bacheche piene di coppe non fanno i contrasti a centrocampo e la storia, se non la onori sporcandoti i calzettoni di fango fino alle ginocchia, diventa solo un fardello impolverato buono per i musei delle cere.

Oggi la Juventus non spaventa più nessuno; non incute quel timore reverenziale che faceva sbagliare i passaggi agli avversari già al casello di Rondissone. Al massimo incuriosisce i cronisti di nera per la dinamica dell'incidente, diverte i rivali di sempre che si godono lo spettacolo con i popcorn in mano e intristisce profondamente chi il calcio lo ama davvero, chi cerca ancora negli occhi di un mediano la scintilla di una ribellione contro il destino avverso. Quando il vino sa di tappo — e questo sa di sughero marcio già dall'autunno — insistere a berlo decantandone il retrogusto fruttato non è coraggio, e non è nemmeno fedeltà alla cantina: è solo masochismo da sommelier con il raffreddore. E a Torino, di questo passo, continuando a brindare alla salute del re nudo mentre gli ospiti napoletani bussano al portone con l'ariete in mano, finiranno tutti per ubriacarsi d'aceto.

Viene in mente, a guardare questa fiera della vanità spenta che si appresta a ricevere visita, quella vecchia storia inglese di tre uomini in barca che cercavano di aprire una scatola di ananas sciroppato senza apriscatole, usando un coltello da tasca, un sasso, l'albero maestro e infine la disperazione, riuscendo solo a ferirsi gravemente e a deformare il barattolo fino a renderlo una scultura astratta, mentre l'ananas dentro se la rideva. Ecco, la Juventus attuale è esattamente quel barattolo ammaccato in mezzo al prato: undici signori in mutande che provano ad aprirlo con un cucchiaino da tè, convinti che prima o poi il frutto uscirà da solo per pietà, mentre dalla panchina avversaria un signore livornese osserva la scena tenendo in tasca l'apriscatole elettrico.

O forse, per dirla con la logica stringente di un dramma in due battute, il mistero è ancora più semplice e vertiginoso. Sembrano quel tale che, salito sul treno sbagliato, al controllore che gli faceva notare come il convoglio andasse a Reggio Calabria anziché a Milano, rispose con sdegnosa fierezza: "Non importa, tanto io scendo a Bologna, e poi ho il biglietto di prima classe!". Il treno bianconero viaggia ormai a fari spenti su un binario morto in mezzo alla campagna, il macchinista legge il giornale a testa in giù, i passeggeri in tuta da ginnastica fanno stretching nel corridoio chiedendosi a che ora passi il carrello dei bolliti, e dalla stazione continuano ad annunciare che il convoglio arriverà puntuale. Peccato che abbiano smontato i binari quattro anni fa, che sul marciapiede ci sia il vecchio capostazione vestito d'azzurro pronto a fischiare la fine della corsa, e che nessuno abbia avuto il cuore di avvisare i signori in carrozza per non disturbarli durante la digestione.

Roberto De Frede

per Bianconeranews.it

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